L'opera della fede è l'amore

Vangelo della XXIV Domenica del Tempo Ordinario

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di padre Angelo del Favero*

ROMA, giovedì, 13 settembre 2012 (ZENIT.org).- Gc 2,14-18

A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo?..se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta. Al contrario uno potrebbe dire: “Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede””.

Is 50,5-9°

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”.

Mc 8,27-35

In quel tempo Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti”.

Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”.(…) E cominciò ad insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

Convocata la folla assieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuol salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”.

Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”...“Tu sei il Cristo”” (Mc 8,29).

Questa risposta di Pietro è la giusta (anche se parziale) proclamazione del mistero della persona di Gesù: egli è il Messia annunciato dai profeti e atteso dai giudei. Ed ecco: tutti sapevano che il messia sarebbe stato un ‘uomo di Dio’, ma non certo “il Figlio del Dio vivente”, come completa Matteo (16,16).

Udito Pietro, Gesù rivela ai discepoli la verità della sua messianicità: “cominciò ad insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato...venire ucciso...” (Mc 8,31).

Rivelazione scandalosa per loro, ma già annunciata dalle Scritture: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. (Is 50,5s).

Dicendo che Gesù “cominciò ad insegnare”, Marco sembra sottintendere che tutti noi dobbiamo qui imparare da lui qualcosa di difficile e misterioso. E in vero il Signore non vuole solo disilludere i discepoli quanto all’attesa di un liberatore politico, ma anche condurre loro e noi a contemplare il mistero profondo della sua persona divina:“Ma voi, chi dite che io sia?” (Mc 8,29).

E’ singolare che la risposta perfetta della fede a questa domanda sarà data da un pagano, dopo che i suoi occhi avranno veduto sul Calvario tutto ciò che ora Gesù predice del suo destino: “soffrire molto, essere rifiutato e venire ucciso” (Mc 8,31). Osservando Gesù spirare con mitezza e fiducia in Dio, il centurione intuirà in lui il mistero di un amore inconcepibile, sconvolgente come lo shock subìto da Pietro a Cesarea: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini(Mc 8,33).

Ora, come può un uomo capire come Dio la pensa? Non dice forse la Scrittura: “Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55,9)? Non è stato un po’ troppo duro Gesù con il povero Pietro?

Una cosa è certa: per entrare in comunione  profonda con una persona, è necessario condividerne non solo il pensiero, ma anche il destino, specialmente se doloroso.  

Chiunque voglia conoscere sinceramente Gesù, Figlio di Dio, deve incominciare a pensare “secondo Dio”, rinnegando se stesso col rinunciare alla logica umana.

Ma per far questo è necessario collocarsi là dove nessuno vuole andare, agli antipodi di quell’istinto naturale che ci porta a opporre resistenza al malvagio, a tirarci indietro davanti alla sofferenza, a rifiutare immediatamente il dolore, gli insulti e il disprezzo.

Gesù ha accettato tutto questo, lo ha accettato per amore del Padre e per amore nostro, unicamente per salvarci da Satana. Ciò che Dio pensa, è sempre amore; ciò che Satana pensa, è sempre odio.

Nella reazione violenta del Signore verso Pietro, dobbiamo cogliere l’assoluta incompatibilità tra la verità dell’amore vero che si fa prossimo fino a dare la vita e la menzogna dell’amor proprio che non vuole perdere la vita, costi quel che costi.

Ora, se c’è una cosa che all’uomo sembra inutile e dannosa, questa è proprio la sofferenza di cui parla Gesù oggi in termini di necessità imprescindibile:“E cominciò ad insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto” (Mc 8,31). La sofferenza non viene spontaneamente percepita come realizzazione di sé, ma come impedimento; non è ritenuta per se stessa opera efficace, ma pura perdita e spreco di energia vitale.

Anche dal punto di vista della fede, ogni genere di sofferenza sembra una contraddizione divina, visto che Dio ha creato per  la gioia di vivere, di conoscere, di amare e di costruire la civiltà dell’amore mediante l’impegno concreto delle sue opere.

Non esorta forse oggi Giacomo a verificare l’autenticità della propria fede mediante le opere concrete? Come si può operare stando inchiodati sulla croce dal dolore?

Ebbene, Gesù ha compiuto l’opera più grande della sua vita proprio rinunciando alle opere e lasciandosi annientare sulla croce. Ascoltiamo: “Abbandonato dal Padre, nella più profonda aridità affettiva.. Gesù compì l’opera più grande di tutta la sua vita, quella che sorpassa i miracoli e ogni altro evento compiuto sulla terra e in cielo, cioè la riconciliazione del genere umano e la sua unione con Dio mediante la grazia” (san Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo, libro II, c. 7, n. 11).

Paolo lo ha scritto chiaro: “..se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se dessi in cibo tutti i miei beni..ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe” (1 Cor 13,1s).

L’amore è il motore delle opere della fede ed è opera massima in se stesso, tanto più efficace e fruttuosa quanto più l’uomo riesce a pensare secondo Dio con la propria volontà, cioè a volere sempre e solo ciò che Dio vuole.

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.