"L'Ultima Cena è il portico della 'consegna pasquale' del Signore"

Omelia del cardinale Scola durante la Messa in "coena Domini"

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ROMA, venerdì, 6 aprile 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito l'omelia pronunciata ieri sera nel Duomo di Milano dal cardinale arcivescovo Angelo Scola durante la Messa in “coena Domini” .

La Messa è stata preceduta dal rito della lavanda dei piedi, in cui il porporato ha lavato i piedi a 12 bambini della parrocchia milanese di S. Vincenzo in Prato, che riceveranno quest’anno la Prima Comunione.

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1. La lettura della storia di Giona che un’antichissima tradizione, risalente a sant’Ambrogio, ci ha riproposto quasi integralmente adombra il mistero della Pasqua di Cristo. Così è stata interpretata da Gesù stesso (cf Mt 12,40) e dalle generazioni cristiane. Ma l’identificazione che sant’Ambrogio fa di Gesù con il “vero Giona” non poggia solo sul fatto che il profeta, gettato negli abissi della morte (il mare) li ha attraversati da “salvato” (nel ventre del pesce) ed è “risorto” (rigettato sulla spiaggia).

Adombrata in Giona c’è anche la forza dell’espiazione, che redimendo il colpevole rende giustizia alle vittime. Giona per placare il mare non è stato sacrificato da altri agli dei, ma ha preso su di sé la sua colpa e la responsabilità del disastro incombente riconoscendo che era dovuto alla sua disobbedienza: «Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colti per causa mia» (Lettura Gio 1,12). Ultimamente Giona non subisce la pena di morte, ma la sceglie come conseguenza dei suoi atti. Espiando per salvare gli altri, si redime. Lo sconvolgente dono di Gesù consiste nel fatto che Egli, l’Innocente purissimo, acquista a caro prezzo i nostri peccati e li espia giustificandoci, cioè liberandoci dalla colpa.

Assunzione delle proprie responsabilità ed espiazione: due criteri che rischiano di sparire dal tessuto della nostra umana convivenza.

2. La celebrazione eucaristica di questa sera ci introduce nel mistero salvifico della libera consegna che il Signore fa di Sé alla morte per la nostra salvezza. «Il tuo Figlio unigenito… è venduto a sacrilego prezzo da un servo, e colui che giudica gli angeli è trascinato davanti al tribunale di un uomo», ci farà recitare tra poco il Prefazio.

È, infatti, nel contesto dell’Ultima Cena che Gesù confida ai Suoi una tragica verità: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà» (Vangelo, Mt 26,21). Tutti i Vangeli introducono l’ultima tappa della vita di Gesù con l’episodio del tradimento di Giuda. Anche Paolo ricorda che la cena avviene la notte in cui Gesù fu tradito (cf. Epistola, 1Cor 11, 23). Ora, il verbo greco (paradidômi) con cui è sempre segnalato dal Nuovo Testamento il tradimento di Giuda, significa fondamentalmente consegnare, rimettere qualcosa a qualcuno, da cui anche tradire, trasmettere (il latino tradere); ma Gesù stesso utilizza questo verbo (cf. gli annunci della passione) per indicare che il carattere della sua morte è quello della consegna. Solo una reale consegna di Sé poteva vincere con l’amore la “consegna” altrettanto reale ad opera di Giuda, il traditore, nell’Orto degli Ulivi.

L’Ultima Cena è il portico della “consegna pasquale” del Signore. Rivela come la morte cruenta sulla croce, prima di essere vissuta, è già presa e fatta sacramento nella Sua volontà di amore. Ciò che dà valore salvifico alla morte di Cristo, infatti, non è l’atto cruento in sé, ma la consegna che Egli ha fatto di sé in quella morte. Ne è segno la lavanda dei piedi che imprime per sempre alla vocazione e alla missione cristiana il sigillo dell’essere presi a servizio.

3. «Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua… con i miei discepoli» (Vangelo, Mt 26,18) Gesù celebra la Sua Pasqua coi discepoli, per loro e insieme a loro. Nel Sacramento istituito dalla Sua carità Gesù ha già incorporato a Sé tutti i Suoi. Lo stravolgimento, la confusione, l’incapacità di seguirlo, il rinnegamento e l’abbandono («lo spirito è pronto, ma la carne è debole», Vangelo, Mt 26,41) che lasceranno Gesù solo a portare a compimento l’Opera della Redenzione, non inficeranno l’imperituro dono della comunione generata da quella Pasqua, come i fatti avvenuti dopo la risurrezione dimostreranno.

Per questo i cristiani - anche noi oggi -, se si riconoscono peccatori, possono supplicare con sant’Ambrogio: «Donaci o Signore “le lacrime che sciolgono la colpa, il pianto che merita il perdono” (Sant’Ambrogio, Esposizione sul Vangelo di Luca X, 90)

Senza questo pentimento frutto del perdono, l’umana convivenza inesorabilmente si infragilisce e si decompone, si riduce a «ragnatele di rapporti intricati che cercano una forma» (Italo Calvino).

4. «Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché Egli venga» (Epistola, 1Cor 11,26). «Fate questo in memoria di me» dice il sacerdote, in persona Christi, nel momento-culmine della Santa Messa. Queste parole che rappresentano il cuore della cena del Signore, non sono una semplice proclamazione, ma costituiscono la possibilità di essere introdotti nell’evento salvifico che viene celebrato. Da qui viene ad ogni cristiano una grande responsabilità. Dice il Signore: «Fate questo», non “prendete pretesto” da questo per fare secondo criteri vostri.

«Pange, lingua, gloriosi corporis mysterium, sanguinisque pretiosi, quem in mundi pretium fructus ventris generosi, rex effudit gentium»: “Canta o lingua il mistero del Corpo glorioso e del Sangue prezioso che il Re delle nazioni, frutto del grembo benedetto, sparse per il riscatto del mondo”. L’incomparabile inno di San Tommaso d’Aquino è una sintesi potente della solennità di oggi. «L’intero Triduum paschale,… è «concentrato» per sempre nel dono eucaristico. In questo dono Gesù Cristo consegnava alla Chiesa l'attualizzazione perenne del mistero pasquale. Con esso istituiva una misteriosa “contemporaneità” tra quel Triduum e lo scorrere di tutti i secoli» (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucaristia, 5). Solo se per la forza del sacramento che interpella la mia libertà Gesù Cristo mi è contemporaneo può essere il mio Salvatore, il mio dolce Redentore.

Dalla tenera potenza di questo immenso dono viene a noi, preziosa in questa sera, la garanzia di speranza affidabile. Amen.