L’umanesimo cristiano alla conquista del business

Intervista a Paolo Pugni, autore di un libro sull’argomento

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ROMA, giovedì, 10 febbraio 2005 (ZENIT.org).- Il suo libro è andato esaurito in pochi mesi, eppure il tema è complesso: riuscire a far quadrare il cerchio tra l’economia e l’etica.



Stiamo parlando dell’ultimo libro di Paolo Pugni dal titolo “Lavoro e responsabilità. L’umanesimo alla conquista del business per un’etica del management” (edizioni Ares, pp. 320, Euro 14).

Paolo Pugni, attualmente amministratore delegato di Adwice, nel corso della sua carriera professionale ha svolto tutti i ruoli: dal tecnico al venditore, fino al direttore di marketing, prima di passare al mondo della consulenza e dello sviluppo delle risorse umane.

Si tratta di una persona che conosce bene il mondo del business, così come per storia e impegno personale conosce altrettanto bene l’insegnamento della Chiesa cattolica in merito.

Pugni prende a modello per il management alcuni personaggi storici come Ghandi, Churchill, Shakespeare, Shackelton ed anche allenatori di calcio, per proporre un cammino dove il lavoro diventa strada di santità.

“Per essere buoni manager, ma anche buoi impiegati ed operai, è bene perseguire la santità”, afferma l’autore in questa intervista rilasciata a ZENIT.

Come le è venuta questa idea della via della santità attraverso il lavoro?

Pugni: Da un lato mi sembra che non ci sia nulla di nuovo rispetto a quello che il magistero insegna e che un santo come José Maria Escrivà de Balaguer ha incominciato a dire circa ottant’anni fa, vale a dire che il lavoro è strumento e campo di santificazione per l’uomo. Ma se vogliamo procedere per gradi, direi che la ragione di fondo è che credo fortemente nella Provvidenza.

In che senso? Che cosa ha a che fare la Provvidenza con la sua provocazione?

Pugni: Innanzitutto grazie per avere usato il termine provocazione: è esattamente quello che ho più volte ripetuto nel testo. Non vorrei proprio che qualcuno credesse che la mia pretesa è quella di trasformare le aziende in seminari, o che volessi che, accanto al curriculum, i selezionatori richiedessero ai candidati di presentare anche la lettera di raccomandazione del parroco e il certificato di cresima!

Ciò che intendo dire riferendomi alla Provvidenza è che mi sembra che la nostra società stia andando davvero male: i valori si sfarinano, le volontà si annebbiano, famiglia e scuola rinunciano ad educare per troppa fatica e poi perché non è gratificante né popolare. Ne risulta una società dominata da tardo-adolescenti che rimangono prigionieri del loro triangolo delle Bermuda, con qualche variazione.

Se per un sedicenne i tre vertici del buco nero sono divano, frigorifero, televisione (oggi anche nella versione hi-tech di computer o play station), per un tardo adolescente anche quarantenne diventano letto, lavoro, divertimento. Mi permetta un inciso, vorrei fosse chiaro che sto esagerando nei colori per poter far risaltare la situazione, non condannare una intera società! Detto questo, un mondo di egoisti, centrati sulla propria soddisfazione, sembra non funzionare in azienda. Le aziende di oggi hanno bisogno di etica e di valori.

Ma come? Il mondo economico non è caratterizzato da cinismo e corruzione?

Pugni: Vedo che anche lei quanto a generalizzazioni non va per il sottile. No, direi di no. Casi ce ne sono ovunque. E’ vero. E la ricerca del profitto non fa sempre rima con umanesimo. Quindi – se voglio essere ottimista – non voglio sembrare sciocco. Ma è anche vero che sempre più di frequente le aziende parlano di etica, di codice di condotta, di valori. Perché ne hanno bisogno: da un lato per riconquistare la fiducia di mercati ed investitori, dopo gli scandali di inizio millennio, dall’altro perché si sono rese conto che la dimensione che oggi conta per fare affari è quella relazionale, umana, diretta. E per stabilire relazioni schiette e profonde con i clienti c’è bisogno di persone ricche di umanità.

Ecco in quale senso dico che la Provvidenza è all’opera. Le aziende oggi, me lo conferma la mia esperienza professionale, più che ricercare talenti ricchi di competenze tecniche, ricercano talenti che siano altrettanto ricchi, se non di più, di valori umani, di virtù: ciò di cui hanno bisogno sono persone che sappiano ascoltare, sorridere, lavorare insieme, avere pazienza, saper fare sacrifici, saper chiedere scusa, saper riconoscere le proprie responsabilità, saper dedicare con passione alla soddisfazione dei loro clienti e dei loro colleghi.

Il mondo del lavoro sta dando indicazioni e mostrando un modello che è anni luce lontano da quello dell’uomo che non deve chiedere mai. Le faccio un esempio: una delle prime regole del marketing è “non dare mai ad un prodotto un nome che possa apparire ripugnante ai clienti”. Ora, ci sono stati anni recenti dove profumi di marca si chiamavano “Egoiste” e “Arrogance”. Evidentemente perché egoismo e arroganza erano percepiti come valori. Oggi vedo comparire, nei principi e nei valori di molte aziende, la parola umiltà: un bel cambiamento, non trova?.

Quindi la salvezza viene dal business?

Pugni: Non ho detto questo. Ho detto che se almeno un elemento nuovo viene a turbare questa apparente corsa nichilistica verso la dissoluzione, beh, è già qualche cosa. Un punto d’appoggio in più sul quale fare leva per influire nella società.

D’accordo, ma perché le aziende dovrebbero avere bisogno di santi?

Pugni: Le qualità richieste oggi ad un manager sono molto centrate sulla capacità di comunicare, di far lavorare gli altri e di lavorare con gli altri. Questo richiede qualità umane che non sono nient’altro che le virtù. Ora, sappiamo che cercare di essere “perfetti com’è perfetto il Padre vostro che sta nei cieli” non è una impresa facile. Costa fatica. E la fatica la si fa solo se c’è una forte motivazione.

Se andiamo a vedere che cosa ha detto Abraham Maslow, a proposito della motivazione, scopriamo che al vertice della sua famosa piramide dei bisogni c’è l’autorealizzazione, vale a dire la stima di se stessi. Per ottenere questo risultato siamo pronti a qualunque sacrificio. Bene, io dico: aggiungiamo un nuovo gradino alla scala di Maslow e diciamo che il bisogno sommo dell’uomo non è quello di ottenere la stima di se stesso, ma quella di Dio: piacere a Dio. Questa è la santità.

E ci è stato spiegato chiaramente che questo si deve e si può ottenere in ambito professionale: santificare il lavoro, santificarsi con il lavoro, santificare gli altri nel lavoro. La Laborem exercens parla chiaro: il lavoro è per l’uomo e non il contrario, perché mediante il lavoro l’uomo può contribuire alla Creazione, così come Dio ordinò ad Adamo, ponendolo nel giardino di Eden “perché lo coltivasse”, ben prima della cacciata.

Nell’offrire a Dio il suo lavoro, svolto con perfezione umana, senza macchia così come è prescritto per ogni offerta elevata alla divinità, inevitabilmente l’uomo favorisce la propria azienda.

E’ un modello che funziona?

Pugni: Sicuramente sì, nel libro sono riportati molti casi di tutto il mondo nei quali, un approccio basato sulla centralità della persona, ha prodotto risultati strepitosi: da Cisco a Technogym, da SCJohnson Wax a Southwestern Airlines, la politica della persona umana paga, eccome.

[Uno degli articoli dell’Analisi Settimanale di sabato 12 febbraio sarà dedicato al libro-intervista ad Ettore Gotti Tedeschi, Presidente per l’Italia del Banco Santander Central Hispano, dal titolo: “Denaro e Paradiso: L'Economia Globale e il Mondo Cattolico”]