L’Ungheria ha il diritto di difendere la vita

Carlo Casini difende la libertà di opporsi all’aborto

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di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 5 luglio 2011 (ZENIT.org).- Nonostante il devastante crollo della nascite che colpisce l’Europa, le istituzioni comunitarie continuano a professare e praticare un'ideologia contraria alla vita nascente, al punto che gli Stati facenti parte dell'Unione Europea non possono utilizzare i fondi comunitari per campagne che cercano di limitare gli aborti.

Il caso in discussione riguarda l’Ungheria, dove sono stati affissi manifesti con l’immagine di un bambino non ancora nato accompagnata dalla scritta: “lo capisco che non sei pronta per me, ma ti prego: dammi in adozione. Fammi vivere”. L’iniziativa è cofinanziata da “Progetto Progress”, che fa parte della “Agenda sociale europea”.

E’ successo così che il vicepresidente della Commissione Europea, Viviane Reding, ha dichiarato che “gli Stati membri non possono usare fondi UE per campagne contro l’aborto”, e ha aggiunto che l’iniziativa “non è in linea con il Programma Progress e con la proposta di progetto presentata ai servizi della Commissione dalle autorità ungheresi”.

La Commissione ha chiesto pertanto che “se l’Ungheria non vuole incorrere in sanzioni finanziarie (…) questa parte della campagna sia fermata senza indugio e che tutti i manifesti esistenti siano rimossi”.

Per cercare di capire cosa stia succedendo a Bruxelles, ZENIT ha interpellato Carlo Casini, Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo.

Secondo Casini, “la risposta della Reding è stata deludente ed evasiva”, perché “anziché ricordare che il valore della dignità umana, uguale per ogni essere umano, è il fondamento dell’Unione Europea, ha preferito usare espressioni ‘interpretabili’ come se l’aborto fosse un valore europeo”.

A proposito di un eventuale ordine di rimozione dei manifesti, Casini ha spiegato che “se davvero i fondi sono stati utilizzati per una campagna che la UE non gradisce, bastava chiedere la cancellazione del simbolo di Progress e chiedere la restituzione dei soldi. In ogni caso, la Commissione non può certo ordinare che non sia diffuso un messaggio, che già era stato il motto di Madre Teresa di Calcutta, premio Nobel per la Pace, e cioè 'adoption, not abortion'”.

Il vero problema, ha sottolineato il Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo, è perché la Campagna Progress non possa “comprendere iniziative pro-life”. “Dove sta la ‘pari opportunità’ in un'Europa che in passato non ha avuto il coraggio di rifiutare finanziamenti a organizzazioni che propagandano l’aborto in tutto il mondo?”.

Tra l’altro, ha rilevato Casini, “il logo dell''Agenda sociale', da cui ha origine il programma di finanziamento, utilizza quello dell’Unione ma sostituisce le dodici stelle su campo azzurro con 12 neonati”.

Sul sito dell’Agenda sociale, infatti, è scritto tra l’altro che tra i problemi da affrontare vi è quello dell’invecchiamento della popolazione, che la prima iniziativa riguarda “l’infanzia e la gioventù” e che Progress ha per scopo la “solidarietà sociale”.

In questo contesto, Casini ha sollevato altre domande: “L’aborto è o no una questione sociale? Per contrastare l’invecchiamento è o no necessario che nasca un maggior numero di figli? La soppressione di bambini non ancora nati non è forse la più grave delle discriminazioni? Perché non offrire loro una ‘qualche’ opportunità?”.

“Aumentando le possibilità di adozione – ha aggiunto il Presidente della Commissione - non si realizza forse anche un'‘opportunità’ per le donne che non possono avere figli e non si determina in qualche modo una uguaglianza con le altre donne che i figli invece sono in grado di generare?”.

In merito all’adozione come mezzo per orientare una donna in sofferenza verso la prosecuzione della gravidanza, Casini ha precisato che “questo principio è già consacrato nel nostro ordinamento dalla legge che consente il parto in anonimato”, e anche se potrebbe essere poco efficace e addirittura urtante, “è meglio l’adozione dell’abbandono in un cassonetto d’immondizie”.