L'unità dei cristiani è soprattutto "opera e dono dello Spirito Santo"

L'omelia di Benedetto XVI ai Vespri nella basilica di San Paolo in occasione della chiusura della Settimana di Preghiera ecumenica

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 1194 hits

Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo” (Ef 4,4-6). Con queste parole di San Paolo, papa Benedetto XVI ha spiegato il senso della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, conclusasi oggi con la celebrazione dei Vespri nella basilica di San Paolo fuori le mura, in occasione della solennità della Conversione di San Paolo.

La celebrazione, ha spiegato il Pontefice durante l’omelia, “si inserisce nel contesto dell’Anno della Fede”, mentre “la comunione nella stessa fede è la base per l’ecumenismo”. Se mancasse la fede “tutto il movimento ecumenico si ridurrebbe ad una forma di ‘contratto’ cui aderire per un interesse comune”, ha spiegato il Papa.

Ciò non significa che le “questioni dottrinali” che marcano la divisione tra una chiesa e l’altra non debbano essere “trascurate o minimizzate”. Tali differenze vanno affrontate “con coraggio, in uno spirito di fraternità e di rispetto reciproco”.

Inoltre, l’unità dei cristiani è qualcosa che non si può costruire “da soli” ma soltanto sotto la guida dello Spirito Santo che conduce i credenti “verso la piena comunione, e fa cogliere la ricchezza spirituale presente nelle diverse Chiese e Comunità ecclesiali”.

Il fatto che il messaggio cristiano incida sempre meno nella “vita personale e comunitaria” rappresenta “una sfida” per tutte le comunità ecclesiali, ha aggiunto il Santo Padre.

In tal senso, l’unità dei cristiani è quasi un “presupposto” per diffondere l’annuncio del Vangelo tra chi non conosce Cristo o l’ha dimenticato. “La piena e visibile comunione tra i cristiani - ha proseguito Benedetto XVI -va intesa, infatti, come una caratteristica fondamentale per una testimonianza ancora più chiara”.

Mai come oggi, mentre prosegue il cammino verso la “piena unità”, c’è bisogno “di riconciliazione, di dialogo e di comprensione reciproca, in una prospettiva non moralistica, ma proprio in nome dell’autenticità cristiana per una presenza più incisiva nella realtà del nostro tempo”.

Ricordando che il motto della Settimana di Preghiera di quest’anno, “Quel che il Signore esige da noi” (Mi 6,6-8), è stato scelto dallo Student Chrstian Movement in India, il Pontefice ha approfittato esprimere “viva gratitudine” e “grande affetto” per tutti i cristiani dell’India che “a volte sono chiamati a rendere testimonianza della loro fede in condizioni difficili”.

«Camminare umilmente con Dio», ha spiegato il Papa, significa anzitutto “camminare nella radicalità della fede, come Abramo, fidandosi di Dio”, ma significa anche “camminare oltre le barriere, oltre l’odio, il razzismo e la discriminazione sociale e religiosa che dividono e danneggiano l’intera società”.

Sulla scia di San Paolo (cfr Gal 3,27-28), i cristiani devono dare per primi un “luminoso esempio nella ricerca della riconciliazione e della comunione in Cristo, che superi ogni tipo di divisione”.

L’unità dei cristiani, pur rimanendo indispensabile lo sforzo umano, è tuttavia soprattutto “opera e dono dello Spirito Santo”, pertanto l’ecumenismo spirituale, in special modo la preghiera, è “il cuore dell’impegno ecumenico”.

In ogni caso l’ecumenismo non darà mai “frutti duraturi” se non è accompagnato da “gesti concreti di conversione che muovano le coscienze e favoriscano la guarigione dei ricordi e dei rapporti”.

San Paolo, in tal senso, è un autentico esempio di quel tipo di conversione che “ci porterà più vicino a Dio, al centro della nostra vita, in modo da avvicinarci maggiormente anche gli uni agli altri”.

È quindi necessario, nel cammino ecumenico, un “rinnovamento della vita interiore del nostro cuore e della nostra mente, che si riflette nella vita quotidiana”, in modo che l’ecumenismo diventi “un impegno reciproco di comprensione, rispetto e amore, «affinché il mondo creda» (Gv 17,21)”, ha quindi concluso il Santo Padre.