L'uomo che non voleva diventare Papa

Il potere, dice Papa Francesco, è servizio reso alla comunità 

Roma, (Zenit.org) Alfonso M. Bruno, F.I. | 536 hits

Ci voleva l'innocenza di un bambino per formulare la domanda cui il Papa ha semplicemente risposto di no, che non desiderava assurgere al Soglio di Pietro.

L'interrogazione era spontanea da parte di chi si sente dire che cosa vuole fare da grande, e quindi ritiene che da piccolo Jorge Bergoglio volesse diventare Sommo Pontefice.

Un tempo si criticava la Chiesa in base ad un dato della realtà sociale: se un bambino diceva di voler fare l'astronauta, gli adulti sorridevano, se invece diceva di volersi fare prete, veniva preso sul serio.

In realtà, questo atteggiamento – anche se veniva semplificato nella aneddotica – rifletteva un dato reale: mentre l'intraprendere l'una o l'altra professione è il risultato di una scelta, diventare sacerdote è conseguenza di una vocazione: questo significa che Dio decide chi sarà “pescatore di uomini”, ed infatti il Vangelo racconta di come Gesù chiamò a sé gli Apostoli.

Rimane tuttavia il problema dell'atteggiamento che l'aspirante al sacerdozio deve assumere nei confronti della sua missione.

Qui c'è tutta la storia della Chiesa, ma anche tutta la storia della letteratura, che testimonia una infinita diversità di situazioni e di comportamenti.

Vi è sempre stato, in altre parole, chi si faceva prete per servire – attraverso Dio e la Chiesa – il suo prossimo, e chi si faceva prete per servirsi degli altri; ciò era reso possibile, in altri tempi, dal potere e dal prestigio che conferiva il talare.

In mezzo a questi due estremi, esisteva però una infinità di sfumature: ricordiamo il caso di alcuni sacerdoti che si erano forse rivelati mediocri nel loro ministero, e tuttavia - posti di fronte alla necessità di testimoniare la fede o di salvare delle persone – devano prova e eroismo, e quindi di santità.

Ciò non toglie che la debolezza umana possa a volte menomare la perfezione di vita richiesta a chi ha ricevuto l'ordinazione, e soprattutto che la Chiesa abbia a volte mancato della necessaria severità e della necessaria sincerità nel sanzionare e nel riconoscere queste situazioni: lo scandalo della pedofilia è di esempio, anche se nessuna istituzione, come la Chiesa, ha avuto poi la capacità di reagire e risolvere il problema con correzioni esemplari e vicinanza alle vittime.

“I Promessi Sposi” vennero criticati da “La Civiltà Cattolica” come opera “giansenista”, anche se il giansenismo, a dire il vero, non c'entrasse per nulla con l'opera del Manzoni, soltanto perché il personaggio di Don Abbondio non vi fa di certo bella figura.

Rispetto ad allora, però, da quando la Chiesa ha perduto le sue prerogative temporali, ed ancor più da quando ha rinunziato a rivendicarle, il sacerdozio in tutti i suoi gradi (e l'episcopato ne è il più alto, quello in cui si esprime la sua pienezza) può essere inteso soltanto come servizio.

Per giunta, all'anteriore Papa va riconosciuto il merito di avere smentito la regola secondo cui “i panni sporchi si lavano in famiglia”, prescrivendo che i responsabili degli scandali non soltanto ricevessero una severa sanzione canonica, ma che venissero anche deferiti alla giustizia dello Stato: agire diversamente, limitarsi a praticare il cosiddetto “promoveatur ut amoveatur”, soffocare le situazioni di peccato, sarebbe stato percepito come nostalgia, da parte della gerarchia, del foro ecclesiastico, che sottraeva i chierici alla giurisdizione comune a tutti i cittadini.

Se dunque la Chiesa è uscita da questa situazione rinnegando la propria separazione dalla società, ne consegue che quanto avvenuto non può essere in alcun modo considerato come un suo difetto, o un suo peccato esclusivo: se il corpo ecclesiale si rivela in alcune sue parti ammalato, è perché l'intero consorzio civile non risulta sano.

Il Papa è “Servus Servorum Dei”; viene eletto, ma non in seguito ad una candidatura; e dopo la scelta compiuta dai Cardinali nella Cappella Sistina, lo attende la “stanza delle lacrime” ; se il prete è un uomo che non appartiene a sé stesso, ancor meno appartiene a sé stesso il Vescovo di Roma.

Quando dunque Bergoglio dice che non voleva diventare Papa, egli enunzia certamente una verità, ma anche una verità ovvia, risaputa. Il Pontefice non si riferiva però tanto a sé stesso, bensì all’insieme della Chiesa, ed in particolare al suo rapporto con la società.

Se la Chiesa serve il consorzio umano, la vocazione sacerdotale deve essere concepita, valutata e coltivata in funzione di questo scopo, di questa missione.

Molti sacerdoti, ed in particolare molti vescovi, pur non potendo essere considerati degli ambiziosi o dei carrieristi sul piano personale, sbagliano non tanto nel valutare la propria condizione, quanto piuttosto quella della Chiesa, e soprattutto quella della sua gerarchia.

La gerarchia è certamente depositaria, insieme con il Papa, del Magistero, ma il Magistero non deve essere inteso come un potere, simile a quello conferito alle Autorità civili.

Esso è piuttosto l'indicazione di come le verità immutabili trasmesse dalla Rivelazione devono essere vissute “hic et nunc”, in una data situazione storica e sociale concreta: non a beneficio del clero, non a beneficio della Chiesa intesa come istituzione, ma in funzione del bene spirituale dei fedeli e degli uomini tutti.

Se la Chiesa riesce in questo compito, essa ne trae un immenso prestigio, in quanto diviene egemone nella società: e l'egemonia è data – non dimentichiamolo – dalla capacità di individuare, di indicare il bene comune, facendosi carico di realizzarlo.