"L'uomo è aperto a Dio e a Lui ancorato"

Omelia del cardinale Angelo Bagnasco all'Assemblea del CCEE

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SAN GALLO, venerdì, 28 settembre 2012 (ZENIT.org) – Riportiamo l’omelia tenuta questa mattina dal cardinale arcivescovo di Genova e vice-presidente del CCEE, Angelo Bagnasco, in occasione dell’annuale assemblea plenaria dei Presidenti delle Conferenze episcopali in Europa, in corso a San Gallo (Sankt Gallen), in Svizzera.

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Cari Confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio
Cari Fratelli e Sorelle nel Signore 

1.       Il nostro incontro annuale è dettato dall’ansia pastorale delle nostre Chiese, ma anche dal desiderio di dare un doveroso contributo al cammino dell’Europa, perché diventi non tanto una unità di interessi, ma una comunità di destino, una realtà incisiva ed efficace e nello stesso tempo “leggera”  e rispettosa della storia dei diversi Paesi. Comprendiamo che coniugare in modo armonico l’unità nella diversità, senza nominalismi comunitari e senza omologazioni umilianti, non è facile e immediato. Tuttavia siamo convinti che sia possibile se ci si mantiene tutti – popoli e responsabili – nella luce della verità, lontani da pregiudizi e ideologie. Quale verità? La verità della persona come soggetto di relazioni, aperto alla buona Trascendenza e solidale: in modo efficace, il Concilio Vaticano II afferma che “senza il Creatore, la creatura viene meno” (GS, 36). Ecco perché la religione, ricordando che l’uomo è aperto a Dio e a Lui ancorato, è essenziale ad una società che vuole essere veramente umana: dove cioè l’orizzonte della vita non è rinchiuso nell’immediato, dove la libertà è guidata da valori oggettivi, la coscienza non è sinonimo di soggettivismo ma luogo  dove l’uomo ascolta l’eco di Colui che lo ha creato, e che ha impresso nel suo essere la direzione del suo agire. Dio ci ha parlato nella natura umana, nella creazione, nella storia, ma, in modo compiuto e sommo, ci Parla nel Verbo incarnato, il Signore Gesù, Risorto e vivente nella sua Chiesa. Il tema di fondo della nostra Assemblea annuale – la nuova evangelizzazione – manifesta la nostra ansia di Pastori e il nostro amore di europei: fa pulsare il cuore della Chiesa alla vigilia del Sinodo. In questa Celebrazione eucaristica, pertanto, portiamo sull’altare l’eco delle nostre Chiese, dei nostri presbiteri, dei laici, ma anche l’eco dell’Europa perché cresca nella sua anima.

2.     La Parola di Dio ci nutre e ci prepara alla mensa eucaristica, e il libro del Qoelet ci invita a camminare nella via della sapienza: c’è un tempo per ogni cosa! L’esistenza umana, come la storia delle Nazioni, è una sequenza di pagine diverse, di luci e di ombre, di alti e di bassi, di gioie e dolori. Si susseguono abbracci e lontananze, successi e delusioni, parole e silenzi. Domina l’impressione di un disincanto radicale, che sembra portare ad una universale indifferenza, quasi al  distacco disilluso da tutto e da tutti: “vanità delle vanità”. In realtà, non ci vuole allontanare dalla storia, ma ci invita alla libertà interiore, ad impegnarci pienamente nei nostri doveri senza dimenticare che il grande Protagonista è Dio, e che a Lui dobbiamo lasciare il frutto del nostro impegno. Non siamo dunque sospinti verso un disimpegno passivo e fatalista, ma invitati alla fiducia, premessa di un servizio generoso e sereno.

3.      Il Vangelo proclamato ci conduce nel cuore delle cose e di quell’atteggiamento che, nella narrazione del Qoelet, sembra peccare di pessimismo. Gesù pone la domanda cruciale: “Ma voi chi dite che io sia?”. Il Maestro provoca i suoi apostoli, vuole che prendano posizione. Come sempre è Pietro a prendere la parola come per riassumere l’animo di tutti, e con slancio fa la sua professione di fede: “tu sei il Cristo di Dio”! Non è solo una dichiarazione ortodossa, ma è anche una consegna radicale: la fede, infatti, è professione vera e abbandono incondizionato della vita; è verità e amore. Possiamo dire che senza la verità non vi è fondamento dell’amore che si affida, e senza amore la verità resta lontana e fredda, senza frutto. Gesù incalza, e rivela che “il Figlio dell’uomo deve soffrire molto (…) essere messo a morte e risorgere”. Perché tanta fretta nel prefigurare la via del Calvario? Per non creare illusioni: non vuole che i suoi discepoli pensino di seguire un Messia glorioso e trionfante, ma che vivano da subito la verità umile della sua spogliazione, della kénosis redentiva.

Come non pensare all’Anno della fede indetto dal Santo Padre Benedetto XVI? La questione centrale non è innanzitutto la fede di chi non crede, ma di chi crede, di noi Pastori che siamo costituiti  maestri e per questo chiamati ad essere discepoli più fedeli: “La fede è decidere di stare con il Signore per vivere con Lui. E questo ‘stare con Lui’ introduce alla comprensione delle ragioni per cui si crede” (Benedetto XVI, Porta fidei, 10). E’ un programma di vita! Solo l’esperienza viva e affascinante dello stare con Gesù  permette all’uomo di entrare sempre meglio nel suo mistero e di coglierne la corrispondenza con le esigenze  profonde del cuore. Sì, il Vangelo è la risposta affidabile e vivibile alle domande più  pungenti e radicali dell’umanità. Per questo Sant’Agostino può dire che i credenti “si fortificano credendo”,  Pascal sembra far eco con l’invito a scommettere la vita su Cristo; e Benedetto XVI esorta il mondo dubbioso a provare a vivere nell’ “ipotesi-Dio”, cioè “come se Dio esistesse”.

4.      Ma l’anticipazione del Calvario getta una luce totalmente nuova anche sul Qoelet: non si tratta, infatti, di concepire la vita terrena come una sequenza di luci e ombre, ma di credere che proprio nella notte vi è il giorno, nella debolezza umana è racchiusa la grazia. Non è forse questo il mistero della Pasqua, il segreto della croce gloriosa? L’Apostolo Paolo, nella lettera ai Corinti, ci parla delle tribolazioni apostoliche, e dice che egli gusta la consolazione del Signore racchiusa dentro le prove. Il Maestro, dunque, vuole ammaestrare i discepoli perché imparino ad avere uno sguardo pasquale sul mondo, a scorgere nelle difficoltà della vita cristiana e della missione le luci della risurrezione, di un mondo nuovo che fatica ma che è certo.

Cari Confratelli, la divina Liturgia ci invita ad essere umili, a guardare la nostra Europa con gli occhi della Pasqua: non ci sono ombre che possano uccidere la luce del Risorto che la Chiesa porta nel suo grembo di madre. Nel venerdì santo tutto sembrava finito, ma, in realtà, tutto era cominciato. E noi abbiamo la grazia e la gioia di accompagnare nella fede la silenziosa e paziente  nascita della nuova creazione. La Santa Vergine continua ad esserci  accanto come nel Cenacolo.