L’uomo ecologico è quello rigenerato in Cristo ed in armonia con il creato

Intervista a padre Bernardo G. Boschi, docente di Esegesi biblica

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ROMA, lunedì, 29 novembre 2004 (ZENIT.org).- Una certa cultura ambientalista critica la Genesi perché affermerebbe il principio di dominio dell’uomo sulla natura. Essa sostiene, in particolare, che la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ha una concezione troppo antropocentrica, influenzata dalla concezione morale delle religioni di origine Abramitica.



Per questo motivo si sta cercando di proporre la Carta della Terra il cui scopo è quello di prestare più attenzione alla vita di flora e fauna.

Per meglio comprendere le diverse tematiche sollevate da questo dibattito, e per precisare il senso delle parole scritte nella Genesi, ZENIT ha voluto intervistare il teologo e biblista Bernardo G. Boschi O.P., professore di Esegesi all’ “Angelicum” e alla Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna.

“La natura – come l’uomo – sono opera di Dio, e come tali sono perfetti nella loro genesi e nella loro articolazione”, afferma padre Boschi.

Cosa ci dice realmente la Genesi?

Boschi: Il primo racconto della Genesi è un Poema sontuoso della creazione divina del mondo, distribuito in sei giorni, e che parte dai grandi contenitori dell’universo (primi tre giorni) per poi riempirli dei contenuti (altri tre giorni) fino al capolavoro di tutto, che è appunto l’uomo con la donna, che daranno origine alla procreazione della specie umana.

Tale racconto presenta l’agire esclusivo di Dio nella sua forza e pienezza, al punto da non riscontrare in esso nessuna anomalia o imperfezione. ‘Tutto era buono e bello’. In questo contesto tutta la natura è ordinata a l’uomo, che ne rappresenta appunto il culmine, a immagine e somiglianza di Dio.

Nel secondo racconto la visione è meno teocentrica, e in qualche modo antropologica, nel senso che l’uomo, con la donna, o la coppia umana, è messa al centro del racconto, intorno al quale si svolgono gli eventi drammatici dell’Eden.

L’intenzione del racconto è quello di affrontare il problema del male nel mondo, che fa ostacolo all’anima pia e fedele, e difficilmente riesce a conciliare l’esistenza di tale male con la potenza creatrice di Dio. Tale male non può provenire da Dio, e quindi non può che essere causato da forze ostili a Dio, e dall’uomo stesso, che degenera così il prodotto perfetto dell’opera divina.

Per gran parte del mondo ambientalista sembra che non si sia ancora risolta la questione che vede contrapposte creazione ed evoluzione. Lei cosa ne pensa?

Boschi: E’ bene rimuovere una volta per tutte l’annosa questione della contrapposizione tra creazione ed evoluzione. Le due realtà si possono conciliare, nel senso che l’evoluzione può benissimo rientrare nella creazione, mentre la sua articolazione rientra nella ricerca scientifica sempre in atto.

Quello che non può conciliarsi con la creazione è la “teoria evoluzionistica” atea, che affida al “caso e alla necessità” in ordine fisico, ma anche biologico, chimico od astronomico la formazione dell’universo, prescindendo completamente da un suo creatore ed ordinatore.


Una diffusa ideologia ecologista, contrappone alla dea della terra Gaia l’essere umano, considerato come un “cancro del pianeta”.

Boschi: Occorre osservare che la Bibbia – a differenza dei Poemi dell’antichità, specialmente mesopotamici, e in particolar modo il “Poema di Ghilgamesh – non abbandona l’uomo e l’umanità ad un tragico destino, ma con i Patriarchi (da Abramo in Gn 12) e poi con la rivelazione mosaica ritesse la trama della divina elezione e alleanza, in vista appunto della salvezza– redenzione.

Tuttavia occorre rifarsi all’insegnamento biblico di base, e in particolare dei primi capitoli della Genesi. All’interno della creazione c’è uno squilibrio profondo, determinato dal male e dal peccato dell’uomo, che dilania e imbratta irrimediabilmente il disegno originario di Dio, perfetto e ineccepibile.

Tutto questo perché? E’ il grande interrogativo, al quale il pensiero ebraico e poi quello cristiano – con la dottrina del peccato originale (cfr. Rom 5, 12 – 21) – hanno cercato di dare una risposta.

Questo “paradiso perduto” (lost paradise) non è che la tragica rottura da parte dell’uomo del rapporto corretto con Dio: l’uomo cioè non può sfidare, e quindi ribellarsi, a Dio. Non può cioè sostituirsi a Dio (peccato delle origini), e al tempo stesso violentare la natura.

Questo quadro d’insieme delle origini, tratteggiato dalla Bibbia, serve ad indicare come la natura, e quindi anche l’uomo, siano stati posti nel creato per attuare il piano divino di equilibrio e perfezione, e la natura poi, in ultima analisi, sia al servizio dell’uomo, come l’uomo deve onorare a sua volta Dio, suo creatore.

Lei sostiene, dunque, che per praticare l’ecologia umana di cui parla Giovanni Paolo II, bisogna riferirsi a Dio come curatore dei peccati dell’uomo?

Boschi: E’ compito e dovere dell’uomo – e soprattutto del credente – cercare con ogni mezzo di ricondurre la “ferita dell’uomo e della creatura in genere” al disegno originario di Dio – nei limiti e nella consapevolezza ovviamente del possibile – rendendosi conto che la ricomposizione definitiva del disegno creativo giungerà appunto in una seconda creazione (è il senso dell’Apocalisse o del III Esodo, come lo chiamiamo noi), o nell’eternità beata per il credente.

La “pace biblica” del resto è la convivenza armoniosa del creato, di ogni essere vivente, nella propria specie e nell’insieme dell’universo, dove l’uomo conduce la propria esistenza nella pienezza della concordia e nella convivenza riappacificata.

E’ quanto ammiriamo ancora nei battisteri (o “diakonikoi”) delle prime chiese cristiane, con le scene isaiane (Is 11, 6 – 9) delle piante e delle bestie, sia domestiche che selvatiche, in piena armonia, dove l’uomo, finalmente rigenerato in Cristo, è chiamato a vivere e operare nel mondo.