L'uomo nuovo: mito o realtà?

Il rettore della Lateranense e del direttore generale della RAI a dibattito in Vicariato

| 1372 hits

ROMA, venerdì, 20 gennaio 2012 (ZENIT.org) – Si è aperto ieri sera in Vicariato il ciclo di seminari sulle omelie pasquali di papa Benedetto XVI. Nell’aula della Conciliazione il dibattito, moderato dal prof. Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, ha avuto ad oggetto L’uomo nuovo: mito o realtà?.

Relatori dell’incontro: monsignor Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense, Lorenza Lei, direttore generale della RAI, e Alberto Siracusano, professore all’Università di Tor Vergata.

Nello specifico si è dibattuto dell’omelia della Santa Messa del 7 aprile 2007, la seconda Pasqua del pontificato di Benedetto XVI. Secondo monsignor Del Covolo, il miglior commento a quell’omelia è “il discorso musivo che si snoda lungo le pareti della Cappella Redemptoris Mater in Vaticano”.

L’opera infatti, coerentemente con l’intuizione teologica dei Padri greci, è legata ai concetti di katàbasis (“discesa”) e anàbasis (“salita”).

La discesa di Gesù agli inferi si sofferma sull’incontro del Redentore con Adamo che da “uomo vecchio”, diviene “uomo nuovo”, incrociando lo sguardo con Cristo stesso: “non a caso – ha osservato monsignor Dal Covolo – i due volti e i due sguardi, che si incrociano, si assomigliano a tal punto da identificarsi tra loro”.

Come affermò Benedetto XVI, nell’omelia di Pasqua 2007, Cristo, morendo, “prende per mano Adamo, tutti gli uomini in attesa e li porta alla luce”.

La parete destra della Cappella menzionata da Del Covolo, rappresenta l’ascesa - precisamente l’Ascensione - di Gesù alla vita nuova, un avvenimento contestuale alla Pentecoste.

Il momento culminante della anabasis è il mandato di Cristo a Pietro (“Pasci le mie pecorelle”, Gv 21,16): si tratta di un vero e proprio aggancio fisico a Gesù che, risorto nel Corpo, “prende la pecorella smarrita sulle spalle e la porta a casa”, come affermò il Papa nel 2007. È la vittoria sulla morte e sul male ed è il raggiungimento della Sacra Casa di Dio da parte dell’uomo.

Al termine di questo cammino celeste, l’elemento chiave sono proprio le mani di Dio: “mani ferite, mani intrecciate, mani elevate al cielo, mani benedicenti, mani imploranti, mani che esprimono gesti, sentimenti e stati d’animo diversi”, ha osservato monsignor Dal Covolo. Ma sono soprattutto le mani con cui il Padre “crea” e “ri-crea” l’uomo, afferrandolo e trascinandolo fuori delle tenebre.

Ecco dunque la realtà dell’uomo nuovo che “ha definitivamente sconfitto il male: perché l’amore è più forte della morte; perché la vita donata lascia vuota la tomba, e vive per sempre”, ha concluso il presule.

Il direttore generale della RAI, Lorenza Lei, ha rapportato il discorso del Santo Padre alle attuali angosce collettive, collegate alla fine di tutte le utopie, compresa “l’utopia del consumismo”, l’ultima a cadere rovinosamente.

Alla luce di ciò l’uomo nuovo “non è un mito” ma è “colui che sa vedere diversamente le cose, gli altri, il mondo, sentirne l’unità profonda nell’amore di Dio per Cristo”.

Nell’ambito di questa sfida, il mondo della comunicazione, con le radicali trasformazioni degli ultimi anni, non si può “demonizzare a priori” ma, al tempo stesso, non si può pretendere che la tecnologia abbia “una sua forza autonoma di garanzia e di provvidenziale risoluzione dei conflitti e delle contraddizioni”.

A fronte della domanda insita nel titolo della conferenza – uomo nuovo, mito o realtà? – il direttore generale della RAI ha ricordato innanzitutto che “non è la tecnologia che crea l’umanità, è l’umanità che deve (ri)sorgere anche attraverso la tecnologia”.

In tal senso è noto che la televisione e la rete non abbiano una fama eccelsa, anzi “vengono spesso accusati di portare nelle case l’immagine peggiore del mondo, le guerre, i soprusi, le violenze degli assassini, la sopraffazione dell’uomo sulla donna”, ha osservato Lei.

Ciononostante non bisogna “avere paura di affrontare la morte e il male”, ed è fondamentale “guardare con gli occhi dell’amore: ascoltare gli altri, tanto più quando soffrono e sono ai margini della società”, ha proseguito.

“È all’uomo che noi parliamo. Io penso che chi, come me oggi, ha nella comunicazione la propria missione, aprire le porte a Cristo significhi innanzitutto imparare ad ascoltare”, ha poi concluso il direttore generale della RAI.

Il ciclo di dibattiti sulle omelie pasquali di Benedetto XVI prosegue giovedì 26 gennaio con L’identità dell’uomo nel tempo e oltre il tempo (Omelia di Pasqua 2008), con la partecipazione di Livio Melina, presidente del Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II”, Laura Palazzani, docente di filosofia del diritto alla LUMSSA, e Angelo Luigi Vescovi, direttore scientifico dell’ospedale Casa sollievo della sofferenza, a San Giovanni Rotondo.