L'uso della stola

Risponde padre Edward McNamara, L.C., professore di Teologia e direttore spirituale

Roma, (Zenit.org) Edward McNamara, L.C. | 540 hits

Nella sua rubrica di liturgia, padre McNamara risponde questa settimana ad una domanda di un lettore italiano.

Circa l’uso della stola: è obbligatorio indossare la stola sotto la casula durante la Messa? Il sacerdote che non celebra e comunica durante la Messa, deve usare la stola? E se è fuori della celebrazione della Messa? Circa il lavabo dell’offertorio: è obbligatorio? Grazie. -- E.M., Padova

La pratica di portare la stola sotto la casula fa parte della più recente normativa della Chiesa. L'Ordinamento Generale del Messale Romano (OGRM) dice al n° 337: “Nella Messa e nelle altre azioni sacre direttamente collegate con essa, veste propria del sacerdote celebrante è la casula o pianeta, se non viene indicato diversamente; la casula s’indossa sopra il camice e la stola".

Questa norma è stata poi ripetuta nell’Istruzione Redemptionis Sacramentum, della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, dove si legge al n° 123:

"«Nella Messa e nelle altre azioni sacre direttamente collegate con essa, veste propria del Sacerdote celebrante è la casula o pianeta, se non viene indicato diversamente, da indossarsi sopra il camice e la stola». Parimenti, il Sacerdote che porta la casula secondo le rubriche non tralasci di indossare la stola. Tutti gli Ordinari provvedano che ogni uso contrario sia eliminato".

La moda di creare casule con stole esterne si è diffusa negli anni ‘70 e all’inizio degli ’80 del secolo scorso, ma oggi sta scomparendo definitivamente. Alcuni Paesi hanno ricevuto il permesso specifico da parte della Santa Sede di adottare paramenti liturgici particolari, fra cui una sorta di combinazione di alba-casula, la quale richiede necessariamente l’uso della stola esterna. Tuttavia questo paramento liturgico piuttosto antiestetico e poco elegante non ha mai veramente attecchito.

Tradizionalmente la stola viene vista come un simbolo dell’autorità sacerdotale, mentre la pianeta o casula come un simbolo della carità. Perciò si sente spesso affermare che il motivo per il quale la stola va portata sotto la casula è che la carità deve coprire sempre l'autorità.

Se questa interpretazione sia autentica o meno, la posizione relativa della stola e della casula non ha nulla a che fare con l'uso di stili gotici o romani o con gli elementi decorativi di questi paramenti sacri. Infatti, in tutta la storia dello stile dei paramenti sacri, la stola viene indossata sotto la casula. La stola esterna invece è una moda recente e transitoria, la quale contraddice la legge liturgica universale.

Nel corso dei secoli ci sono state molte forme di casula. La forma più antica assomiglia al cosiddetto “stile monastico”, un paramento di ampio taglio di forma quasi ovale, che spesso arriva fino alle punte delle scarpe del celebrante ed è a volte munito di un cappuccio. Le casule monastiche attuali tendono ad essere di taglio quadrato piuttosto che ovale.

Dal momento che essa impedisce di muovere liberamente le braccia, dal XII secolo questa casula è stata ridotta ai lati proprio per facilitare i movimenti. Così è nata la casula detta “gotica”. Questa forma si affusola gradualmente dalle spalle fino ad un punto prossimo alla base ma con entrambi i lati della stessa lunghezza. La forma semi-gotica è simile a questa, ma leggermente più corta. La maggior parte delle casule contemporanee si ispirano a queste due forme, anche se spesso con una smussatura graduale dalla spalla fino alla base o con tagli rettangolari o quadrati.

Dal XVI secolo, la dimensione e la forma della casula si è ulteriormente ridotta in lunghezza, sia davanti che dietro, lasciando le braccia completamente libere. Ciò è stato fatto soprattutto per facilitare alcuni movimenti, come giungere le mani ed incensare l’altare. Questo tipo di casula era spesso riccamente ricamata con simboli cristiani, rendendola abbastanza rigida e pesante, con l'utilizzo di materiali pregiati come seta, oro e broccato. Questa casula “barocca” ha conosciuto molte variazioni stilistiche.

Una delle più comuni è stata la casula “romana”, detta anche “violino”, composta da un rettangolo di tessuto rigido sul dorso e da una specie di forma simile ad un violino sul davanti. La casula in stile spagnolo è ancora più corta, che proprio a causa della sua forma arrotondata davanti e dietro viene a volte anche chiamata “chitarra”. Più semplice invece è la variante tedesca, di forma rettangolare sia davanti che dietro.

L’inizio del XX secolo ha visto una tendenza al ritorno alle forme precedenti, in particolare alla casula gotica. In un primo momento questa pratica ha incontrato resistenza e la Congregazione dei Riti ha risposto ad un quesito del 1925 in termini che molti vescovi hanno interpretato come cautamente favorevole. Così questa forma si è lentamente diffusa nuovamente nella Chiesa. Nel 1957 la stessa congregazione ha scritto ai vescovi, lasciando la decisione riguardo all'uso di forme più antiche della casula al loro prudente giudizio.

Le norme attuali consentono l'utilizzo di praticamente tutti gli stili storici della casula.

La stola era in origine una sorta di telo protettivo o sciarpa.

I diaconi originariamente la portavano sulla spalla sinistra sopra la dalmatica come simbolo di servizio. Fu solo dopo il XII secolo che si iniziò ad usare la stola nella sua forma attuale, portata trasversalmente come una fascia da sinistra a destra. Durante tutto questo periodo è stata sempre di colore bianco, indossata sopra la dalmatica fino intorno al 1500, quando la stola assunse il colore liturgico del giorno e si cominciò ad indossarla sotto la dalmatica, come si fa tuttora.

A differenza del diacono, il vescovo e sacerdote indossavano la stola sotto la casula, una pratica attestata già almeno dal V secolo.

Se un sacerdote è presente, ma non concelebra, può ricevere l'Eucaristia sotto le due specie. Di norma non è tenuto ad indossare la stola. In alcuni luoghi però, è usanza che i sacerdoti indossino stole rosse o bianche quando ricevono la comunione durante la celebrazione della Passione del Venerdì Santo, quando non viene celebrata la Messa.

Per quanto riguarda il rito del lavabo dopo l'offertorio, secondo una teoria popolare fino a qualche anno fa, all’origine il rito era di natura pratica e necessario a causa della polvere di farina per pulire le mani del sacerdote. Solo in seguito il rito ricevette un significato spirituale. Così - hanno sostenuto alcuni - l'avvento delle ostie preparate in precedenza aveva reso il rito obsoleto. Pur coerente, questa teoria è storicamente inaccurata.

Da ulteriori ricerche sulle antiche celebrazioni è emerso che il rito del lavaggio delle mani, il quale risale al IV secolo, è precedente alla processione delle offerte, e che anche dopo l’introduzione di essa il celebrante spesso si lavava le mani prima, e non dopo aver ricevuto i doni.

Il rito ha sempre avuto un significato di purificazione spirituale e l’ha conservato fino ad oggi. Si tratta di un rito significativo ed esprime il bisogno di purificazione del sacerdote prima di iniziare la grande Preghiera eucaristica.

È vero che tutti hanno fatto l'atto di penitenza all'inizio della Messa, ma il rito romano per molti secoli ha avuto altre preghiere di purificazione per i sacerdoti nel corso del rito.

La maggior parte di queste sono state eliminate o ridotte nella forma ordinaria, ma alcune, come il lavaggio delle mani al termine dell’offertorio, sono state mantenute e non possono mai essere omesse in alcuna Messa.

[Traduzione dall'inglese a cura di Paul De Maeyer]

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I lettori possono inviare domande all’indirizzo liturgia.zenit@zenit.org. Si chiede gentilmente di menzionare la parola “Liturgia” nel campo dell’oggetto. Il testo dovrebbe includere le iniziali, il nome della città e stato, provincia o nazione. Padre McNamara potrà rispondere solo ad una piccola selezione delle numerosissime domande che ci pervengono.