La Basilica di S. Maria in Aracoeli: un inno verso il cielo

La Chiesa romana che sta più in alto del Campidoglio

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di Paolo Lorizzo*

ROMA, sabato, 31 marzo 2012 (ZENIT.org) -Fino alla fine dell’800, prima che iniziassero i lavori per la costruzione dell’Altare della Patria, la Basilica di S. Maria in Aracoeli a Roma rappresentava un punto di riferimento non soltanto religioso ma anche visivo, stagliandosi imperioso sulla prominenza orientale del colle Campidoglio.

Entrare nella chiesa rappresenta ancora oggi per il popolo romano un segno di grande devozione e coinvolgimento emotivo, perché più di ogni altro l’edificio cristiano lo ha rappresentato nel corso della storia

Nel VI secolo infatti, epoca della prima costruzione della Basilica, si scelse l’area dell’Arx, in cui i romani costruirono una serie di importanti edifici pubblici e cultuali (in opposizione al Capitolium, la parte più occidentale del Campidoglio, occupata fin dal VI secolo a.C. dal tempio di Giove Capitolino).

Oggi il paesaggio è cambiato. Pur nella sua maestosità, la basilica risulta schiacciata dalla mola impressionante del Vittoriano anche se il suo nuovo contesto viene enfatizzato dalla scalinata del Vignola che ne esalta ancor più le caratteristiche architettoniche.

La tradizione vuole che la Basilica venne edificata sopra i resti dell‘Aedes Iunonis Monetae (Tempio di Giunone Moneta, ‘l’Ammonitrice’) fondato nel 343 a.C. da Lucio Furio Camillo in seguito alla vittoriosa battaglia contro gli Aurunci, ma altre costruzioni erano stanziate sull’Arx a tal punto da rendere difficile una identificazione certa.

Nel giardino della Basilica infatti sono ancora visibili molti resti murari in tufo (‘cappellaccio’) e cementizio, pertinenti ad un grande podio, ragion per cui si è pensato al tempio di Giunone, ma alcune fonti parlano della presenza di un Auguraculum, una struttura destinata all’attività divinatoria degli Auguri e di piccoli templi destinati ai culti orientali di Mitra e di Iside.

Non è difficile immaginare che l’area della Basilica abbia compreso anche l’antica ‘Zecca’, costruita intorno al 269 a.C. e messa strettamente in relazione con il tempio di Giunone, grazie all’attribuzione popolare che cominciò a trasferire l’appellativo di ‘Moneta’ alla ‘Zecca’. Questa venne distrutta nel disastroso incendio di epoca neroniana che coinvolse gran parte del Campidoglio e ridusse in cenere anche il tempio di Giove Capitolino.

Inoltrandosi nel piccolo giardino alle spalle della Basilica si è infatti proiettati in un microcosmo che sembra quasi estraneo alla capitale. Un’isola felice’ nel centro cittadino, all’interno della quale scorrono rapidi davanti agli occhi 2500 anni di storia, dove gli antichi muri in opus quadratum (grandi blocchi in pietra tufacea) di epoca repubblicana, si legano e congiungono alle strutture di epoca imperiale, fino ad inoltrarsi nelle fondazioni dell’edificio cristiano.

Con la nascita della prima chiesa, in un’epoca in cui Roma era devastata dalle invasioni barbariche, iniziarono a svilupparsi intorno ad essa una serie di edifici, i quali, grazie alla conformazione del promontorio, si evolsero ben presto in un monastero, che divenne negli anni proprietario dell’intero montem capitolii, come attestato da un documento del XII secolo e affidato all’abate di ‘Santa Maria in Capitolio’.

Grande impulso alla comunità venne dato da papa Innocenzo IV che concesse ai frati Francescani nel 1250 l’intera proprietà monasteriale comprendente i giardini e la chiesa. In seguito ad un’intensa attività di ricostruzione (che le diede l’attuale aspetto romano-gotico), la chiesa divenne oltre che un fermo punto di riferimento per il popolo cristiano, anche un centro di vita politica cittadina.

L’interno è diviso in tre navate divise da due file di colonne di recupero da antichi edifici di epoca romana che sorreggono archetti a tutto sesto sulla cui parte superiore sono visibili riquadri pittorici realizzati negli spazi compresi tra le finestre che illuminano la navata centrale.

Il bellissimo pavimento ‘cosmatesco’ (danneggiato alla fine del ‘700 dalla presenza Napoleonica e dalla Repubblica Romana) è spesso interrotto da antiche lapidi marmoree mentre il soffitto ligneo intagliato a cassettoni con l’immagine Mariana al centro ribadisce la ricchezza dell’edificio.

Tra le molte opere che raccontano la sua storia, da segnalare le ‘Storie di San Bernardino’ nella cappella Bufalini, realizzate dal Pinturicchio con la solita maestria che gli è propria e una tavola con la Trasfigurazione di Girolamo Siciolante da Sermoneta del XVI secolo in stile manierista.

Una vera disdetta non poter più ammirare l’originale di una statua del ‘Santo Bambino’, rubata nel 1994 e mai più ritrovata, la cui tradizione vuole sia stata realizzata nel ‘500 utilizzando del legno d’ulivo proveniente dal Giardino del Getsemani.

* Paolo Lorizzo è laureato in Studi Orientali  e specializzato in Egittologia presso l'Università degli Studi di Roma de 'La Sapienza'. Esercita la professione di archeologo.