La bellezza è manifestazione della santità 

Una riflessione firmata da Rodolfo Papa, docente di Storia delle Teorie estetiche presso l'Urbaniana

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 1035 hits

Durante l’ultimo Sinodo dei Vescovi da poco conclusosi, tra i vari interventi liberi dei padri sinodali, uno sulla questione della bellezza si è particolarmente distinto. Sua Beatitudine Sviatoslav Schevchuk ha posto all’attenzione che mentre nell’Oriente Cristiano la bellezza è legata alla santità, nell’Occidente, invece, è legata alla ricchezza.

Questa affermazione è veramente molto interessante, poiché pone una questione che apparentemente sembra essere solo teologica, ecclesiologica e spirituale, ma che di fatto è fondamentalmente una questione storiografica. Infatti, interrogando la storia della bellezza scopriamo che la bellezza è sempre stata legata alla santità, alla virtù, alle perfezioni divine, e che l’immagine della storia dell’arte sacra come compromissione con la ricchezza è frutto di una diffusa ed errata impostazione storiografica, che si origina in una ideologia non cristiana e in taluni casi addirittura anticristiana.

Infatti, in tutta la tradizione cattolica latina la bellezza possiede una tale caratura ontologica da essere annoverata tra i trascendentali, ovvero tra quelle caratteristiche che tutti gli esseri possiedono, proprio perché sono e nella misura in cui sono. Si tratta di perfezioni che sono fondamentalmente riconducibili al vero, al buono, al bello. Ogni realtà, partecipando dell’essere, partecipa di tali perfezioni ontologico, che hanno in Dio creatore la loro causa prima. Dio è, infatti, sommamente vero, sommamente buono, sommamente bello e tutta la realtà è in qualche modo vera, buona e bella proprio perché è creata da Dio.

Si tratta di una teoria metafisica, dalla lunga e solida tradizione.

Sebbene i trascendentali non costituiscano materia di Magistero (in quanto sono appunto di ambito metafisico, dunque filosofico, cioè accessibile con la ragione che tutti gli uomini possiedono), tuttavia il Magistero e in modo particolare i documenti del Concilio Vaticano II fanno costante riferimento ad essi. Il vero, il bene, il bello in quanto caratteristiche di Dio e derivatamente di tutti gli esseri, costituiscono una sorta di terreno fecondo o di cornice tematica a cui la riflessione sulla Rivelazione fa costante implicito ed esplicito riferimento.

Dunque anche nella Cristianità latina la bellezza è eminentemente legata alla Santità, tanto da essere primariamente in Dio e solo in modo derivato nelle cose. Dio è Somma Bellezza e origine di ogni bellezza.

Anche la bellezza artistica è fondamentalmente legata alla santità. Ne troviamo una importante traccia, argomentata in modo molto chiaro, nel Discorso intorno alle immagini sacre e profane scritto dal cardinale Gabriele Paleotti nel 1582, un testo molto importante per la teoria e la storia dell’arte sacra (e non solo), in cui all’arte viene riconosciuto il blasone della nobiltà cristiana: «vi è anche la nobiltà cristiana, più sublime e onorata delle altre, esattamente come la legge del Vangelo insegnataci dal nostro Salvatore è di gran lunga più perfetta di tutte le altre appartenute ai secoli precedenti (Summa, 1.2 q.91 a.5). Questa nobiltà riteniamo che debba essere giustamente attribuita all’arte di dar forma alle immagini»1.

Dunque l’arte di fare immagini belle è nobile in quanto tale; ancora più splendente è allora la nobiltà dell’arte sacra; Paleotti, analizzando tutta la tradizione cristiana, rintraccia ben undici modi con cui si può definire “sacra” una immagine, sottolineando come la sacralità implichi il riferimento al culto: «Parliamo ora della immagini sacre, che è lo scopo del nostro trattato. Diremo innanzitutto dei diversi modi con cui si definisce un’immagine sacra […] Ricorderemo ancora, come fatto più sopra, che la parola sacro trova il suo significato opponendosi alla parola profano, ribadendo così che una cosa sacra è quella che non viene adoperata ad uso comune dal popolo ma per il culto della religione»2.

Paleotti mette in evidenza l’aspetto virtuoso della nobiltà delle immagini sacre: «è evidente che, fra tutte le azioni virtuose, quelle che possono unitamente servire alla gloria di Dio, a disciplinare il nostro comportamento e a edificare il prossimo, devono essere stimate ed elevate proprio perché comprendono questi tre doveri, nei quali è riassunta di tutta la giustizia cristiana. Dal momento che possiamo ragionevolmente annoverare in questo ordine le immagini sacre, da ciò risulta ancora più evidente la grandezza del loro valore e il motivo per cui esse vadano comprese nel numero delle virtù più nobili»3.

Notiamo, peraltro, come questa posizione sia affine a quanto afferma Giovanni Damasceno nel primo discorso della Difesa delle immagini sacre, citando e concordando con Gregorio di Nissa, ovvero che la divina bellezza non risplende secondo una bella forma se questa non è informata prima e contemplata dopo attraverso la beatitudine della virtù4.

Dunque la bellezza artistica, e in modo speciale la bellezza delle immagini sacre, è legata all’esercizio della virtù, alla nobiltà dell’anima, alla santità.

L’arte cristiana è sempre stata il luogo della bellezza intesa come proporzione, nello spirito di sant’Agostino, o come claritas, nello spirito di san Tommaso; gli artisti cristiani sono sempre stati custodi della bellezza che è segno della presenza di Dio, che è scala per arrivare a Dio, che è strumento per lodare Dio, che è manifestazione della Santità di Dio.

Le opere d’arte cristiana, nate dalla fede e destinate al culto, hanno cercato e realizzato la bellezza, dando luogo ad opere grandiose, usando anche materiali preziosi. L’elemento materiale è solo un aspetto funzionale alla finalità di lode e di preghiera. Per esempio l’oro, così spesso usato nell’arte sacra (non solo occidentale) viene scelto per la sua luminosità, per la sua permanenza, per la sua malleabilità; nulla è mai troppo prezioso per lodare l’immensa Bellezza di Dio. La sacralità impone la separazione dalle cose volgari.

Se si guarda, però, a tali opere solo con mentalità materialista, di esse si può registrare che sono costose e quantitativamente estese. Il significato, l’oggetto, la finalità, il contesto dell’opera, che ne costituiscono l’identità più propria, risultano invece incomprensibili.

Se si scrive (come purtroppo si è fatto e si fa) una storia dell’arte cristiana, ignorando o addirittura contestando la prospettiva della Fede, ignorando o contestando la bellezza come attributo di Dio partecipato al mondo e come segno di virtù e santità, ecco allora che la storia della bellezza viene ridotta alle sole coordinate materiali e sembra essere una storia di ricchezza materiale.

Così si profila la questione storiografica cui alludevamo all’inizio, una questione talmente pervadente da risultare ormai impercepibile.

Se all’ignoranza del contesto del Cristianesimo, si aggiunge il pregiudizio ideologico, la questione diventa ancora più grave. Numerosi testi di storia dell’arte, che peraltro godono di grande diffusione, applicano infatti teorie liberali o teorie materialiste, secondo le quali l’arte e la bellezza sono funzionali al potere, sono manifestazione ed esibizione di potere e ricchezza, sono merci destinate solo ad aumentare rendite e prestigio personale: ecco allora che la storia dell’arte cristiana appare descritta in modo distorto come una storia di viziosa ricerca del potere, del denaro, di vanità materiale.

Il limpido discorso del mons. Schevchuk suona a mio avviso come un monito, a riscoprire la santità della bellezza artistica, propria della nostra tradizione cristiana, e a riscrivere una storia dell’arte capace di comprendere l’arte cristiana, i suoi veri principi e le sue vere finalità.

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NOTE

1 G. Paleotti, Discorso intorno alle immagini sacre e profane (1582), L.E.V., Roma 2002, pag. 33

2 Ibidem, pag.58 e seg.

3 Ibidem, pag. 68.

4 Giovanni Damasceno,  Difesa delle immagini sacre, a cura di v. Fazzo, Città Nuova, Roma 1997, I, 50-51.