La bellezza salva il mondo

Omelia del Rettore della PUL per il nuovo anno accademico 2013-2014

Roma, (Zenit.org) | 225 hits

Riprendiamo di seguito l’omelia tenuta dal Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, monsignor Enrico dal Covolo, nella Messa per l’inizio anno accademico 2013-2014, celebrata mercoledì 23 ottobre nella Basilica di San Giovanni in Laterano.

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Letture

Ez 34,11-12.23-24; Sal 23 (il Buon Pastore); Gv 10, 11-18.

Carissimi fratelli e sorelle, care amiche e amici,

permettetemi di rivolgervi, con il cuore in mano, alcuni pensieri che scaturiscono dall’ascolto della Parola di Dio. Essa, infatti, come recita il Salmista, “è lampada ai nostri passi”.

Il Papa Francesco, nell’indimenticabile saluto alla gente, che gremiva piazza san Pietro la sera della sua elezione, adoperò la metafora del cammino per indicare la vita della comunità ecclesiale. Ricordate certamente le sue parole: “E adesso, incominciamo questo cammino... Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi”.

Anche il cammino della nostra comunità universitaria, nell’anno accademico che inizia, sarà caratterizzato da amore e fiducia, se la Parola di Dio ci illuminerà – quella Parola che è Gesù Cristo stesso –.

Come abbiamo ascoltato nella lettura del Vangelo, Gesù ha tracciato la propria “biografia” parlando di se stesso come del “buon Pastore”.

A partire da questa icona svilupperò un paio di considerazioni.

Il bel Pastore

Un po’ di filologia ogni tanto non guasta.

Uno legge il testo greco, quello originale, e scopre che il Pastore è definito non agathós, cioè buono, ma kalós, ossia bello. Certo, si potrebbe ricordare che l’ideale etico del mondo classico era rappresentato proprio dalla bellezza e dalla bontà coniugate insieme: “Bello, perché buono”, avrebbe detto Platone. Oppure, rimanendo nel solco della filologia semitica che offre lo sfondo ai testi del Nuovo Testamento, scritti in greco da Ebrei che pensavano come Ebrei, si potrebbe osservare che la stessa paroletta ebraica tov significa tanto “bello” quanto “buono”.

Bene, con queste osservazioni linguistiche, dove voglio andare a parare?

Vorrei dirvi questo: “Gesù è bello”; anzi, è il Bello per eccellenza. Sant’Agostino, sedotto dal fascino della sua grazia, esclama estasiato: “A noi, che crediamo, lo Sposo si presenta sempre bello… E’ bello nell’invitare alla vita e nel curarsi della morte, bello nell’abbandonare la vita e nel riprenderla; bello nella croce e nel sepolcro, bello nel cielo” (Enarrationes in Psalmos 44,3).

Cari amici, professori e studenti, questo vi dico oggi, contemplando l’icona di Cristo, il Pastore buono e bello: siamo chiamati ad essere belli!

Ma belli di quale bellezza? Di quella che nasce dalla conversazione, dalla frequentazione, dall’assimilazione, dall’imitazione del Verbo divino, il bel Pastore, il buon Pastore, venuto tra noi per dare la vita nell’umiliazione della Croce, e per riprenderla poi nello splendore della gloria.

Splenderemo di questa bellezza se, adempiendo la nostra missione universitaria, indagheremo la verità delle cose, ricomporremo l’unità fra la teoria e la prassi, testimonieremo la bontà nelle relazioni, perché, come insegnavano i maestri del Medioevo, la via pulchritudinis unifica i sentieri del bonum e del verum.

In questo senso, la pastorale universitaria – di cui quest’anno ci occuperemo in modo speciale – non sarà un’azione aggiuntiva, o addirittura estrinseca, rispetto alle consuete attività di un’istituzione accademica, ma nello svolgimento dei nostri impegni universitari quotidiani risulterà l’irradiazione e l’espansione di una vita interiore, di un’“esistenza teologica” – così avrebbe detto Hans Urs von Balthasar –, che professori e studenti coltivano a contatto con la sorgente della bontà e della bellezza. Chi vive nella Grazia di Dio, chi è di casa nella comunione ineffabile con Lui, diventa bello.

Si racconta che santa Caterina da Siena, contemplando la visione di un’anima in grazia di Dio, avrebbe voluto mettersi subito in ginocchio, scambiandola per Dio stesso, se non fosse stata avvertita che quella era solo una creatura, e non Dio.

Educhiamoci alla bellezza. Essa è dolcezza, gentilezza, sensibilità, delicatezza, amabilità, finezza, garbo, buona educazione. Per tutti passeranno gli anni, eppure potremo irradiare sempre bellezza, se i riverberi del Pastore bello, perché buono, ci raggiungeranno. E le nostre parole e i nostri gesti potranno toccare il cuore della gente, perché solo la “bellezza salva il mondo”.

La porta delle pecore

E ora la seconda considerazione.

Come forse sapete, nello scorso anno ho visitato i centri di studio della Terra Santa collegati alla nostra Università. Proprio in quei giorni mi sono domandato: questo brano autobiografico – cioè la parabola del Pastore che dà la vita per le pecore – dove l’avrà pronunciato, il Signore Gesù? E mi è parso di trovare un piccolo e ragionevole indizio.

Lo condivido con voi, perché si presta a un’applicazione feconda.

Lo stesso evangelista Giovanni, che riporta il discorso del buon Pastore, è pure l’unico degli autori sacri a raccontare un certo miracolo compiuto da Gesù: la guarigione del paralitico presso la piscina di Betsaida (Gv 5,2).

La piscina era situata nei pressi del Tempio, e spesso i pellegrini, prima di consegnare gli animali per il sacrificio, provvedevano alla purificazione di queste vittime, compiendo i riti preliminari accanto alla piscina. Lì vicino si apriva una delle porte della cinta muraria della città. Per il motivo che vi ho detto, si chiamava la “porta delle pecore”. E la piscina prese il nome, altrettanto eloquente, di “probatica”, cioè “piscina delle pecore”.

Questo il dato storico-topografico che serve all’esegesi del discorso del buon Pastore: può essere che Gesù l’abbia pronunciato proprio qui.

A noi però interessa scoprire qualche cosa che tocchi il nostro cuore. E mi pare, allora, che non sia azzardato pensare che Gesù, quando parla delle sue pecore –  che egli conosce come il Padre conosce e ama Lui – le guarda desiderando proprio questo: che ciascuna di esse si trasformi in un’offerta gradita al Padre.

Non vi sembra davvero bello?

Anche noi dovremmo assumere il medesimo sguardo di Gesù, e nutrire questa santa aspirazione, quando guardiamo a quelle “pecore”, che siamo anzitutto noi, e che poi sono le pecore che passano tra le nostre mani: purificarle, contribuire alla loro santificazione, perché (ed esco dalla metafora) la gente, che incontriamo nell’esercizio della missione – per molti, oggi, qui all’interno della PUL; e domani per molti altri di voi nei contesti dove operererete –, la gente sia  migliore, e la sua esistenza, un poco alla volta, si rinnovi e si converta in un canto di lode a Dio.

Il Padre gradisce un unico canto di lode, un’unica offerta: un’esistenza umana riuscita, persone pure, generose, capaci di trasformarsi in dono per gli altri.       

Siamo tutti preoccupati per le crisi del mondo, quella finanziaria, di cui i media parlano, e quella etica, di cui i media non parlano affatto, ma che è pure un’emergenza e una catastrofe. Quali risposte daremo? Serve il nostro contributo di studio e di pensiero, di testimonianza e di azione, perché gli uomini e le donne del nostro tempo diventino migliori eticamente e spiritualmente, sapendo che sono solo i santi che cambiano il mondo in meglio!

Ci aiuti Maria Santissima, la Tota Pulchra, che, dichiarandosi “la serva del Signore”, offre la sua vita con il Figlio, fino al Calvario. Cantando il Magnificat, la Vergine ci sprona a fare dell’esistenza nostra e degli altri un’offerta gradita al Padre, per mezzo di Gesù Cristo, Pastore dei pastori. A lui la gloria nei secoli. Amen.

                                                                                                  + Enrico dal Covolo