La carità, "prova" della fede

È tempo che la nostra fede si risolva in un supplemento di carità per il mondo

Roma, (Zenit.org) Salvatore Martinez | 291 hits

Il Pontificato “carismatico e kerigmatico” di Papa Francesco, che porta a conclusione l’Anno della fede voluto da Papa Benedetto XVI, pone a tutti i credenti una scelta ineludibile: risolvere la nostra fede in un supplemento di carità per il mondo. Se come afferma san Paolo «la cosa più grande di tutte è la carità» (cf 1 Cor 13, 13b), dunque più della stessa fede e della speranza che animano la nostra sequela di Cristo e il nostro cammino verso il cielo, a noi è chiesto di rendere visibile l’autenticità del nostro “credo”.

Sì, ci dice continuamente e in ogni modo Papa Francesco: è tempo di autenticità! E nessuna “autentica” sarà mai più credibile, più alta, più incisiva della carità. «Aspirate alla carità» (cf 1 Cor 14, 1), cioè fatene il bene primo della vostra vita, per avvicinare Cristo a tutti e tutti al Padre, in un solo Spirito che è amore. Dunque, siamo chiamati alla “prova” della vera fede. Non si può essere veri cristiani senza la carità; non si può essere uomini spirituali, senza carità fraterna.

La carità è la sola prova della fede. Nel giorno del «giudizio finale», ci ricorda Gesù, varrà il criterio del: «tutto quello che avete fatto a uno di questi miei piccoli, l’avete fatto a me» (cf Mt 25, 40). Guardiamo a Pietro. Il suo è un primato di carità, proprio in quanto custode della vera fede: così ha voluto Gesù. L’autorità di Pietro è “gratuita”, cioè è una grande grazia ricevuta da Gesù; a essa deve corrispondere una grande capacità d’amare, il più grande slancio d’amore possibile.

È il di «più» richiesto da Gesù risorto al rinnegatore Pietro, preludio di una nuova avventura d’amore: «Mi ami più di costoro?» (cf Gv 21, 15b). È questa l’ora della carità. L’ora in cui facciamo la verità sul nostro essere uomini spirituali, impegnati nella costruzione del regno di Dio. Nessuno può, deve tirarsi indietro, astenersi, non collaborare. Forse sfugge a qualcuno che siamo dentro un “cantiere”, la Chiesa, con due attività affidate a ciascuno di noi: “costruire e ricostruire”. 

Costruire significa espandere il Regno, diffondere il Vangelo, aumentare il numero degli amici di Gesù, partecipare la nostra spiritualità carismatica a tutti. Ricostruire significa riparare la breccia di questa costruzione, la Chiesa, ferita dal nostro orgoglio, dalle nostre omissioni, dagli scandali che il nostro peccato le infligge, dalle devastazioni operate dal maligno che disturba e combatte il nostro lavoro apostolico.