La chiave interpretativa del Concilio Vaticano II

Prolusione del prof. Lubomir Zak all'inaugurazione dell'anno accademico dell'ISSR di Nepi

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di Robert Cheaib

CIVITA CASTELLANA, martedì, 16 ottobre 2012 (ZENIT.org). - «Il Concilio Vaticano II non va celebrato, ma va studiato, conosciuto e approfondito», con queste parole Mons. Romano Rossi, vescovo della diocesi di Civita Castellana ha invitato a guardare l’eredità del Concilio Vaticano II non tanto quale ricordo da celebrare e simbolo da sbandierare, quanto una sfida culturale, ecclesiale e teologica da assumere, da incarnare e da ravvivare.

Le parole del presule hanno introdotto la prolusione del prof. Lubomir Zak, Vice-Decano della Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense dal titolo «Vaticano II e teologia contemporanea» in occasione dell’inaugurazione, presso la curia vescovile di Civita Castellana, dell’anno accademico dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Alberto Trocchi” collegato accademicamente alla Lateranense, e di cui Mons. Rossi è il Moderatore.

L’attenzione pastorale e il rigore teologico

Rievocando i ricordi della stagione conciliare, Mons Romano Rossi ha raccontato ai partecipanti all’evento, tra studenti, docenti e interessati, di aver vissuto da «liceale curioso» il grande evento ecclesiale e ha rammentato come «da giovani studenti, i seminaristi di quell’epoca si accorgevano dell’avvenimento di una rivoluzione».

Parlando del periodo post-conciliare, il presule ha messo in luce il «terremoto» che ha sconvolto la metodologia dell’insegnamento e strutturazione degli studi. Tale terremoto è stato dovuto a una recezione errata o unilaterale degli apporti conciliari, dove alcuni hanno pensato che si potesse far piazza pulita di tutta la storia della teologia precedente.

Il vescovo di Civita Castellana ha ribadito che la svolta pastorale del Concilio non era intesa e non dovrebbe essere a scapito dell’affermazione della verità di fede: «Nessuno ha diritto di rendere la teologia un pensiero debole in nome della svolta pastorale della Chiesa».

Per questo motivo, il presule ha concluso la sua parola introduttiva invitando a conoscere meglio il Concilio quale modo migliore per celebrarne il cinquantesimo anniversario: «Il Concilio Vaticano II non è da celebrare, è da studiare»

Un nuovo compito per la teologia

Da parte sua, il prof. Lubomir Zak, Vice-Decano della Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense, ha evidenziato nella prima parte della sua prolusione come il Concilio e la sua ricezione siano diventati ai nostri giorni uno dei temi più dibattuti in teologia: «Il tema non sollecita solo i teologi e le teologhe ma anche il magistero ecclesiale. Esso ha sollecitato anche teologi di altre confessioni cristiane vedendone l’ampio respiro ecumenico e prof. Zak slovacco ha affermato che «nonostante il Concilio non abbia emanato nessun documento che riguardi direttamente la teologia, esso offre comunque spunti interessanti sulla natura della teologia».

Secondo il teologo slovacco, il grande merito del Concilio è quello di aver apportato una svolta e una rivoluzione metodologica che ha sostituito la «teologia preconfezionata» con una «teologia partecipata» che spinge a fare l’esperienza di un cammino comune di ricerca della verità, una teologia più comunionale, più dinamica.

L’affiorare di tale metodo teologico non era tanto una conquista teoretica quanto una prassi dei padri conciliari che hanno allargato la loro attenzione agli osservatori non cattolici che hanno partecipato ai dibattiti. Il vissuto del Concilio «non era solo una riaffermazione della fides quae, del contenuto della fede, ma un’esperienza comunionale della fides qua, del vissuto stesso della fede». Questi gioiosi ricordi del Concilio riecheggiano nell’esperienza di personaggi come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Il Concilio – secondo il prof. Zak – rimanda i teologi a mediare il contenuto della teologia per «la loro epoca». Esso raccomanda di studiare la teologia con una «sensibilità dialogica dallo spessore ecumenico».

Il decreto sulla formazione sacerdotale «Optatam Totius»prospetta il nuovo metodo per l’insegnamento della teologia: un «metodo genetico progressivo» che ripropone le tappe dello sviluppo storico delle verità della fede enucleando le singole verità rivelate e l’ulteriore storia del dogma dedicando particolare attenzione al nexus mysteriorum per una retta ermeneutica correlativa delle verità della fede.

La teologia che deve avere come «anima» lo studio delle Pagine Sacre (secondo quanto ribadito anche nella Dei Verbum), va fatta in vista della fides qua, della fede come esperienza, come coinvolgimento personale, ermeneutica esistentiva, tradizione viva.

La chiave ermeneutica del Concilio

Passando alla valutazione della recezione di tale eredità metodologica, il prof. Lubomir Zak ha evidenziato come gli sviluppi post-conciliari abbiano mostrato non poca difficoltà nell’incarnare le aspirazioni del Concilio e nell’interpretare i suoi intenti. Per questo, il teologo ha sottolineato l’importanza di una retta risposta alla domanda: «Qual è l’ermeneutica appropriata del Concilio?»

Per il docente della Lateranense, è lo stesso Concilio che ci offre nei suoi testi la chiave d’interpretazione. A tal riguardo, egli ha mostrato come il Decreto sull’ecumenismo, Unitatis Redintegratio, al numero 11 offra un valido punto di partenza, quello della Hierarchia veritatum. Il testo conciliare afferma: «Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino [i teologi, ndr] che esiste un ordine o “gerarchia” nelle verità della dottrina cattolica, in ragione del loro rapporto differente col fondamento della fede cristiana».

«È qui che dobbiamo bussare perché è molto importante per poter entrare nell’ermeneutica della fede, della tradizione viva del Concilio», ha ribadito il prof. Zak, spiegando che per discernere l’unità già presente tra i cristiani e la diversità esistente ancora tra loro bisogna stare bene attenti sulla gerarchia che esiste tra la verità rivelate.

In questa sede, il teologo ha illustrato che «la volontà universale salvifica di Dio ha il primato su tutte le altre verità perché ne costituisce l’ermeneutica e la linfa», e ha avvertito che questa chiave ermeneutica «non costituisce un richiamo al relativismo, ma è un appello a comprendere il cuore del messaggio cristiano».

Proseguendo la riflessione, ha dichiarato che «è nella rivelazione dell’amore trinitario che si trova la chiave dell’ermeneutica conciliare». Ogni enunciato del Concilio può essere facilmente frainteso se non viene inteso nell’orizzonte dell’ermeneutica agapico-trinitaria.

In questa linea, il prof. Zak ha illustrato che questa è la chiave ermeneutica assunta da Benedetto XVI il quale ha sottolineato l’amore del Dio Trinità quale fondamento della professione di fede cristiana nella sua prima Enciclica «Deus caritas est», e ha ribadito questa verità nell’Esortazione Apostolica «Caritas in veritate» insistendo sulla necessità di allargare l’intelletto all’amore.

Il Concilio ci lascia un delicato e importante compito, quello di «lasciarsi guidare dalle profonde intuizioni conciliari facendo la teologia alla luce dell’universale e salvifica verità di Dio-amore-trinitario. Si tratta di un’impresa apparentemente facile. Il fatto è che prima di essere un’impresa è una vita. Primum vivere deinde philosophari (et theologari)».