La Chiesa ad Aleppo aiuta un popolo rimasto senza "mezzi per vivere"

L'arcivescovo greco-melchita di Aleppo descrive la città come la "nuova Berlino", divisa tra il controllo del governo e dei jihadisti

Roma, (Zenit.org) Redazione | 228 hits

“Resto qui perché il mio popolo soffre. L’elettricità non funziona, l'acqua è di pessima qualità. Abbiamo scavato dei pozzi dentro le chiese e distribuiamo l’acqua ai civili”. È la rassicurazione che rivolge alla sua comunità l’arcivescovo cattolico greco-melchita di Aleppo Jean-Clément Jeanbart.

In un’intervista rilasciata a Aide à l’Eglise en Détresse, l’arcivescovo racconta che “la gente non ha più mezzi per vivere in città. In campagna si trova un modo ma in città no. Aleppo ha perso 1400 imprese, è una grande sofferenza”. Alla situazione disperata prova a offrire aiuto la Chiesa, che “offre cibo a chi non ce l’ha e aiuti finanziari ai disoccupati. Non è sufficiente ma con l’aiuto di Dio speriamo di andare avanti fino a quando non ritrovano un lavoro”.

Mons. Jeanbart descrive Aleppo evocando un’immagine storica, quella della “nuova Berlino”, divisa in due: la parte orientale in mano ai terroristi di Jabhat al Nusra, affiliati ad al Qaeda, e la parte occidentale controllata dal governo. L’impatto con questa tragedia, con l’esodo dei cristiani dal Paese ha duramente provato l’arcivescovo greco-melchita, che ammette che all’inizio si è “depresso”.

“Ma poi il Signore - afferma - mi ha aiutato a vedere le cose da un altro punto di vista, ho ripreso coraggio e speranza per battermi contro la fuga dei cristiani. Ho capito che quello che sta succedendo non dipende da noi. Se resteranno solo i poveri, noi li aiuteremo a crescere e a essere il popolo di cui noi abbiamo bisogno come testimone”.

L’attualità ha i lividi scuri della guerra e delle persecuzioni dei cristiani, ma l’arcivescovo guarda comunque al futuro con una certa dose di speranza e di coraggio. “Quando il paese si riprenderà - spiega -, i cristiani non troveranno più lavoro. Ecco perché ho pensato di lanciare un programma di formazione per il mestiere di muratore”. L’edilizia sarà una priorità dopo i postumi del conflitto. “Quando la guerra finirà, comincerà subito la ricostruzione delle case - conclude mons. Jeanbart -. I cristiani dovranno essere capaci di trovare lavoro in questo campo. Senza lavoro, i giovani se ne andranno”.