La Chiesa amministratrice di grazia, non di burocrazia

A Santa Marta, il Papa richiama l'esempio dell'apostolo Filippo per spiegare in che modo debba essere condotta una vera evangelizzazione: docilità, dialogo, fiducia nella grazia

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 419 hits

C’è una netta differenza tra evangelizzazione e burocratizzazione. A spiegarlo è Papa Francesco nell’omelia della Messa di stamane a Santa Marta, sottolineando che entrambe sono due strade che la Chiesa percorre. La prima, però, è la via giusta che richiama gli uomini a Dio; mentre la seconda, quando in eccesso, non fa altro che ostacolare questo avvicinarsi delle persone.

“Chi fa l’evangelizzazione è Dio”, ribadisce il Santo Padre, e chi opera nella Chiesa deve farsi strumento per lasciare spazio a questa grazia, amministrando i Sacramenti non precetti di mera burocrazia. Dato che il concetto può risultare difficile da comprendere, il Papa richiama ad esempio l’apostolo Filippo, di cui narra la lettura degli Atti degli Apostoli di oggi, che rappresenta le tre qualità che rendono un cristiano degno di tale definizione: docilità allo Spirito, dialogo, fiducia nella grazia.

Lo Spirito chiede a Filippo di interrompere le sue attività e di raggiungere la carrozza sulla quale sta viaggiando, tra Gerusalemme e Gaza, il ministro della regina di Etiopia. Nella risposta dell’apostolo emerge tutta la sua “docilità”: “Lui – osserva il Papa - ubbidisce, è docile alla chiamata del Signore. Sicuramente ha lasciato tante cose che doveva fare, perché gli Apostoli in quel tempo erano tanto indaffarati nell’evangelizzazione”. Tuttavia, egli “lascia tutto e va”, e questo – evidenzia Francesco – “ci fa vedere che senza questa docilità alla voce di Dio nessuno può evangelizzare, nessuno può annunziare Gesù Cristo”. Al massimo, “annuncerà se stesso”.

Con questo suo atteggiamento, Filippo rende l’incontro con il ministro etiope una occasione di evangelizzazione. Egli annunzia il Vangelo, ma questo annuncio – dice il Papa – non è “imposto”, bensì “un dialogo” in cui l’apostolo aiuta il ministro a comprendere un brano del profeta Isaia che stava leggendo senza afferrarne il contenuto.

Ciò illumina un altro aspetto fondamentale: “Non si può evangelizzare senza il dialogo”, afferma Bergoglio. Bisogna “partire proprio da dove è la persona che deve essere evangelizzata”. “Ma, padre – aggiunge il Papa immaginando l’obiezione di un ipotetico fedele - si perde tanto tempo, perché ognuno ha la sua storia, viene con questo, le sue idee...’. E perde il tempo…”.

“Più tempo ha perso Dio nella creazione del mondo e l’ha fatta bene!”, replica Francesco; è importante quindi, anzi necessario “perdere il tempo con l’altra persona, perché quella persona è quella che Dio vuole che tu evangelizzi, che tu gli dia la notizia di Gesù è più importante”.  

Lo dimostra il fatto che il “dialogo” avviato da Filippo suscita nel ministro il desiderio di essere battezzato. E così avviene al primo corso d’acqua trovato per strada. Filippo porta “nelle mani di Dio, della sua grazia” l’etiope, il quale – sottolinea Papa Francesco – in virtù di questo Sacramento “a sua volta sarà in grado di generare la fede”. È proprio vero allora che “chi fa l’evangelizzazione è Dio”.

Ricapitolando, sono tre, dunque, i “momenti dell’evangelizzazione”. Primo: “docilità per evangelizzare; fare quello che Dio manda”; secondo: “dialogo con le persone”, a partire da dove queste stanno. Terzo: l’affidamento alla grazia. “È più importante la grazia che tutta la burocrazia”, rimarca Bergoglio, lanciando un’ultima frecciatina a quanti, spesso, lavorano nella Chiesa come se lavorassero in “una ditta per fabbricare impedimenti, perché la gente non possa arrivare alla grazia”. Speriamo invece – conclude il Santo Padre – “che il Signore ci faccia capire” quale sia la strada giusta da seguire.