La Chiesa cattolica chiede “l’applicazione del diritto umanitario in ogni circostanza”

Al II Corso internazionale di formazione dei cappellani militari cattolici

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ROMA, venerdì, 12 ottobre 2007 (ZENIT.org).- Si è aperto a Roma il 12 ottobre, presso il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il II Corso internazionale di formazione dei cappellani militari cattolici al diritto umanitario sul tema “Dignità umana e diritto umanitario: il ruolo delle religioni”.



L’incontro organizzato dalla Congregazione dei Vescovi e dei Pontifici Consigli della Giustizia e della Pace, per il Dialogo Interreligioso e per l’Unità dei Cristiani, ha visto la partecipazione anche di rappresentanti di altre religioni e fedi cristiane.

Il corso è iniziato con la lettura di un telegramma augurale a firma del Segretario di Stato, il Cardinale Tarcisio Bertone, in cui il Pontefice Benedetto XVI auspica che l’incontro “susciti negli aderenti delle diverse religioni concorde impegno nella promozione del fondamentale valore della pace, basata sulla verità, l’amore, la giustizia e la libertà, in vista di un’umanità riconciliata e solidale”.

Il Cardinale Giovanni Battista Re, responsabile del Dicastero vaticano da cui dipendono gli Ordinariati Militari nel mondo, ha messo in evidenza il duplice contrastante fenomeno oggi dell’accresciuto senso della dignità di ogni persona umana e dell’ingigantita capacità di distruzione delle violenze e delle guerre attuali.

Secondo il porporato, “la Chiesa, portatrice di valori umani, morali e spirituali – senza dei quali è impossibile edificare una degna e vera società di uomini, che sia una famiglia di famiglie – deve essere in prima linea nel sostenere una retta applicazione del diritto umanitario, in ogni circostanza”.

Il Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il Cardinale Renato Raffaele Martino, ha rilevato che “anche nel mondo contemporaneo, dove fenomeni come il terrorismo internazionale sembrano mettere in discussione il valore della vita umana e dove spesso le religioni sono considerate un fattore di conflitto, le religioni stesse sono chiamate a cooperare per l’affermazione della dignità umana e a proiettare il diritto umanitario in un orizzonte ampio che vada oltre la semplice necessità politica o militare”.

Il prof. Antonio Cassese, docente di Diritto internazionale all'Università di Firenze e per sei anni Presidente del Tribunale de L'Aja, ha posto in luce sia i meriti del Diritto Umanitario nel mitigare in quanto possibile le sofferenze causate dalla violenza bellica, sia i limiti attuali, come il non tenere in sufficiente conto che le guerre moderne sono totali e asimmetriche.

Il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana, il Generale Vincenzo Camporini, intervenuto sul tema della lotta globale al terrorismo e la difesa dei diritti umani, ha spiegato che l’eventualità, che tragici eventi come quelli dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York possano verificarsi anche in Europa, non è affatto remota.

Additando i principali obiettivi cui la comunità internazionale dovrebbe tendere per condurre un’efficace azione di contrasto alla nuova minaccia terroristica, l’alto esponente militare ha indicato tra l’altro la necessità di: svincolare il potere decisionale dei tribunali sovranazionali dalla volontà politica degli Stati; avviare un processo di armonizzazione delle legislazioni nazionali in tema di lotta al terrorismo; sostenere il ruolo delle Nazioni Unite quale polo di riferimento per politiche comuni in materia di contrasto al terrorismo.

Nella sessione pomeridiana il Cardinale Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, ha ricordato che le tre religioni monoteistiche insegnano che “se separato da Dio l’uomo perde tutti i sentimenti umani”; per questo “i responsabili politici devono riconoscere il valore e la funzione positiva che le religioni hanno nella società”.

Il Rabbino Abramo Piattelli della Sinagoga di Roma ha rilevato che “anche in epoca di globalizzazione l’esistenza della pace dipende dall’impegno di ciascuno di noi, indispensabile per l’avvento del tempo profetizzato da Isaia, in cui il lupo e l’agnello pascoleranno insieme ed ogni arnese di guerra sarà trasformato in strumento di pace e di progresso per tutti”.

Illustrando la prospettiva islamica sulla dignità umana e la guerra, il Presidente del Centro Arabo di Diritto Internazionale Umanitario di Strasburgo, Mohammed Al-Midani, ha tenuto a precisare che una cattiva traduzione della parola Djihad come “guerra santa” dà una falsa immagine della comunità musulmana e delle sue posizioni nei confronti delle altre comunità.

Djihad è lo sforzo sotto tutti gli aspetti del cammino verso Dio e solo quando un Paese dell’Islam è minacciato e invaso da truppe straniere o occupato da nemici i musulmani hanno il dovere di prendere le armi per difendere la loro terra e cacciare gli invasori.

Mohammed Al-Midani ha quindi richiamato la Dichiarazione del Cairo sui diritti dell’uomo nell’Islam del 1990, adottata dall’Organizzazione della Conferenza Islamica, con le sue disposizioni circa la protezione della vita, il rispetto della dignità umana e i principi del diritto internazionale umanitario.

Secondo la Prof.ssa Mary Thengavila, indiana di nascita ma ora cittadina italiana e docente di Scienze religiose, le Convenzioni di Ginevra riguardanti le normative internazionali relative ai feriti, prigionieri di guerra, civili, anziani e bambini nei conflitti armati, “non sono lontane dalle leggi indù della guerra, che viene considerata giusta solo quando viene usata come mezzo per combattere il male e l’ingiustizia, non con lo scopo di aggredire o terrorizzare il popolo”.

“L’idea della non-violenza – ha continuato Mary Thengavila –, citata dai testi vedici e postvedici, viene ripresa dal buddhismo, che sostiene e predica la pace come suo messaggio universale e non approva alcun tipo di violenza e distruzione della vita”.

Padre Joseph Joblin, della Pontificia Università Gregoriana, ha ricordato il duplice principio della Gaudium et Spes: evitare la guerra, costruire la pace. Il noto studioso di Scienze sociali ha evidenziato che “la Pace è il risultato di un’azione collettiva e solidale, consistente non solo nel porre in essere di misure per controllare l’equilibrio mondiale, ma nel dare a tutti i popoli e a tutti gli uomini i mezzi per crescere in umanità, cioè per divenire più coscienti, più responsabili, più liberi”.

Facendosi voce delle oltre 340 Chiese membri del Consiglio Mondiale delle Chiese di Ginevra, rappresentanti più di 600 milioni di persone in 115 Paesi del mondo, la Signora Semegnish Asfaw, dell’organismo ecclesiale ginevrino, ha affermato che “gli Stati non possono più a lungo nascondersi dietro il pretesto della sovranità per perpetrare violazioni dei diritti umani contro i loro cittadini in totale immunità”.

“Piuttosto la sovranità deve essere concepita nel senso di un obbligo degli Stati a proteggere i propri cittadini e ad assicurare i loro diritti fondamentali, preservandone la dignità, il benessere e la sicurezza”, ha infine concluso.