La Chiesa del Gesù nel cuore della Roma rinascimentale

Visita alla "Chiesa madre" della Compagnia di Gesù

Roma, (Zenit.org) Paolo Lorizzo | 312 hits

Per chi volesse godere delle bellezze artistiche romane con la calma e la tranquillità che contraddistingue il turista ‘culturale’ farebbe bene a cambiare itinerario. Pur trovandoci in un quartiere del centro storico romano di straordinaria importanza dal punto di vista storico, artistico ed archeologico, restiamo talvolta disorientati e spesso anche distratti, dalla frenesia del traffico automobilistico, dallo smog e da tutti quei rumori molesti di cui i centri storici dovrebbero essere preservati.

Il tratto stradale che collega piazza Venezia fino a largo Argentina è un pullulare di edifici e testimonianze storico-artistiche le quali, anche se soffocate dalla vita moderna, meritano un’attenta analisi. A circa metà si scorge una piazzetta che i più ricorderanno per altre vicende ma che merita di essere citata in quanto elemento centrale della chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina detta ‘del Gesù’. Questa venne costruita dal fondatore dell’Ordine Gesuita Sant’Ignazio da Loyola, le cui spoglie mortali sono ivi contenute.

Fu Ignazio di Loyola stesso nel 1551 a commissionare all’architetto fiorentino Nanni di Baccio Bigio il disegno della chiesa. La pianta inizialmente venne disegnata con un’unica navata, cappelle laterali e un’abside poco profonda, ma il progetto venne abbandonato e l’edificio fu riprogettato nel 1554 da Michelangelo, ma anche questo non venne realizzato.

Fu il cardinale Alessandro Farnese, ad incaricare nel 1561 Jacopo Barozzi detto “Il Vignola”, a realizzare la progettazione e la realizzazione della chiesa, a cui collaborarono gli architetti gesuiti Giovanni Tristano e Giovanni de Rosis.

I lavori di costruzione vennero avviati dal Vignola nel 1568 ma a concluderne l’esecuzione, in seguito alla sua morte fu Giacomo Della Porta nel 1575 che ne realizzò anche la facciata. Questa venne dedicata nel 1584, risultando la chiesa più grande e la prima ex-novo a Roma dal “Sacco” dei Lanzichenecchi del 1527. Fu Giovanni Battista Gaulli a realizzare nella seconda metà del XVII secolo la decorazione pittorica, raggiungendo probabilmente in questo periodo l’apice della sua importanza fino alla soppressione dell’Ordine del 1773. Il ripristino dell’ordine e la restituzione della chiesa ai Gesuiti nel 1814 permise ulteriori decorazioni che vennero realizzate tra il 1858 e il 1861 grazie al finanziamento del principe Alessandro Torlonia, con il rivestimento marmoreo della navata.

La facciata, che sporge sulla piccola piazza, introduce ad un ambiente il cui aspetto esterno è comunque dominato dalla cupola con tamburo ottagonale, anch’essa realizzata da Della Porta. L’interno è a croce latina, con una navata affrescata con il Trionfo del nome di Gesù, grandioso, affresco eseguito con un interessante effetto prospettico da Giovan Battista Gaulli che ha anche affrescato la tribuna conla Gloriadel mistico Agnello.

Sull’altare maggiore invece la pala che campeggia una pala è stata realizzata nell’800 da Alessandro Capalti, mentre ai lati si aprono sei cappelle con opere di autori di rilievo. Nel transetto di sinistra la Cappella di San Ignazio di Loyola (sepolto sotto l’altare), venne realizzata da Andrea Pozzo, mentre in quello di destra è visibile l’altare di San Francesco Saverio di Pietro da Cortona.

L’edificio fa parte del patrimonio storico-artistico del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, ragion per cui in anni recenti è stato oggetto di notevoli interventi di restauro da parte della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Roma e del Lazio.

Chi ha la fortuna di poterla ammirare durante le ore notturne, noterà una facciata perfettamente equilibrata attraverso un nuovo impianto di illuminazione che fornisce equilibrio e suggestione e permette di porre lo sguardo sulle due statue dei Santi Ignazio di Loyola (a sinistra) e Francesco Saverio (a destra) posizionate nelle nicchie accanto al portale.

Un vero gioiello nel cuore del rinascimento romano, fruibile di giorno ma certamente molto più godibile di notte, quando la vita pulsante del popolo romano rallenta drasticamente i propri ritmi e il quartiere torna per pochi istanti a riappropriarsi di quelle atmosfere ormai passate. 

* Paolo Lorizzo è laureato in Studi Orientali e specializzato in Egittologia presso l'Università degli Studi di Roma de 'La Sapienza'. Esercita la professione di archeologo.