La "Chiesa del sì", la "Chiesa del no" e il bel lavoro d'armonia dello Spirito Santo

Nella Messa in Santa Marta, Papa Francesco sottolinea che quando non facciamo lavorare lo Spirito Santo, allora cominciano le divisioni nella Chiesa

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 547 hits

C’era un tempo una “Chiesa del no” che discuteva con una “Chiesa del sì”. Intervenne poi lo Spirito Santo che mise armonia fra le due posizioni… Papa Francesco è efficace e originale nel raccontare, con il suo stile catechetico, la disputa interna all’antica Chiesa di Gerusalemme circa l’accoglienza dei pagani.

Ancora una volta il Santo Padre ha deliziato i dipendenti vaticani – oggi un gruppo dei Musei – che, la mattina presto, partecipano alla sua Messa nella Cappella della Casa Santa Marta. Nella funzione di oggi, concelebrata con il cardinale Albert Malcolm Ranjith Patabendige, il Pontefice si è soffermato in particolare sull’azione della terza persona della Trinità, lo Spirito Santo, che, da ‘dietro le quinte’, svolge il lavoro ‘pesante’.

Il Papa, per spiegarlo, è tornato indietro nel tempo, a quella Chiesa antica che dopo la Pentecoste muove i primi passi verso l’esterno, verso le “periferie della fede”, per annunciare il Vangelo. E come in tutte le ‘prime volte’ si è sempre un po’ incerti, anche in questo caso i discepoli di Gerusalemme non avevano ben chiari alcuni obiettivi, soprattutto riguardo all’accoglienza dei pagani nella Chiesa.

Iniziavano a crearsi, quindi, “tante opinioni”. Ha spiegato il Papa: “C’era una Chiesa del No, non si può; no, no, si deve, si deve, e una Chiesa del Sì: ma pensiamo alla cosa, apriamoci, c’è lo Spirito che ci apre la porta”. A mettere ‘pace’ è intervenuto allora lo Spirito Santo, che in un primo momento – ha detto Papa Francesco - “spinge” e crea anche dei “problemi”, e poi fa “l’armonia di queste posizioni, l’armonia della Chiesa, fra loro a Gerusalemme e fra loro e i pagani”.

“È un bel lavoro che fa sempre, lo Spirito Santo, nella storia” ha commentato il Santo Padre. Quando noi, infatti, “non lo lasciamo lavorare, incominciano le divisioni nella Chiesa, le sètte, tutte queste cose … perché siamo chiusi alla verità dello Spirito”.

Ricordando le parole di Giacomo il Giusto, il primo vescovo di Gerusalemme, Papa Francesco ha poi indicato il nocciolo alla base di questa diatriba della Chiesa antica. “Quando il servizio del Signore – ha detto - diventa un giogo così pesante, le porte delle comunità cristiane sono chiuse: nessuno vuole venire dal Signore”.

“Noi invece – ha proseguito - crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati. Prima questa gioia del carisma di annunciare la grazia, poi vediamo cosa facciamo. Questa parola, giogo, mi viene al cuore, mi viene in mente”.

Portare oggi un giogo nella Chiesa – ha sottolineato il Pontefice – significa rimanere nell’amore di Cristo, come Lui stesso ci chiede. Quell’amore che “ci porta alla fedeltà al Signore” e ad osservare i suoi comandamenti: “perché io amo il Signore non faccio questo” ha detto il Papa.

Nasce, dunque, una “comunità del ”, una comunità “di porte aperte”, di amore; e tutti “i no sono conseguenza di questo sì”. Quando infatti, ha soggiunto il Papa, “una comunità cristiana vive nell’amore confessa i suoi peccati, adora il Signore, perdona le offese […] ha carità con gli altri" e “sente l’obbligo di fedeltà al Signore di fare come i comandamenti”.

Pertanto - ha concluso il Pontefice - dobbiamo chiedere a Dio “che lo Spirito Santo ci assista sempre per diventare comunità di amore, di amore a Gesù che ci ha amato tanto. Comunità di questo […] E ci difenda dalla tentazione di diventare forse puritani, nel senso etimologico della parola, di cercare una purezza para-evangelica, una comunità del no”.