La Chiesa in Ciad, tra sofferenza e speranza

Intervista a monsignor Michele Russo, arcivescovo di Doba

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di Luca Marcolivio

ROMA, giovedì, 13 ottobre 2011 (ZENIT.org) – Un continente ricchissimo di risorse che continua a sprofondare nella miseria. È questo il paradosso dell’Africa, le cui potenzialità, tuttavia, non si limitano alle cose materiali.

Da oltre cinque secoli il continente nero rimane terra di evangelizzazione, con una grande sfida rappresentata dalla civile convivenza di tante confessioni: cattolicesimo, protestantesimo, islam e culti animistici in particolare.

Un testimone dell’esperienza apostolica nell’Africa subsahariana è il comboniano mons. Michele Russo, M.C.C.I., 66 anni, da 35 missionario in Ciad e da 22 vescovo di Doba. In occasione di un suo viaggio a Roma, Zenit lo ha intervistato.

Eccellenza, quali sono i numeri dell’evangelizzazione in Ciad?

Mons. Russo: “Secondo un censimento del 1996, i musulmani erano intorno al 43%: un risultato clamoroso, in quanto si stimava che i tre quarti della popolazione appartenessero all’islam. I cristiani, tra cattolici e protestanti, sono il 34%. Il resto appartengono a religioni tradizionali. Durante la guerra, molta gente si è avvicinata alla Chiesa Cattolica, i cui missionari, anche nelle circostanze più drammatiche, sono rimasti nel paese. Purtroppo i nostri fratelli protestanti, allo scoppio della guerra, sono rimpatriati, essendo molti pastori, padri di famiglia, e questo ha portato molta delusione nella popolazione. Personalmente non mi permetto di giudicarli ma tra la gente del posto c’è chi disse: ‘è qui che si distingue un pastore da un mercenario’.

Indubbiamente il celibato dei sacerdoti cattolici e delle suore, permette una maggiore libertà. La Chiesa di Roma è riuscita a supplire a tutte le funzioni statali, dalla scuola, alla sanità, fino alla posta (fino a poco tempo fa per spedire un pacco era necessario recarsi in Camerun o nella Repubblica Centrafricana!). Molti missionari hanno subito il martirio durante gli anni della guerra.

Doba è un po’ la culla della Chiesa Cattolica in Ciad, tanto è vero che il Santo Padre l’ha istituita come diocesi. Eppure, quando arrivai in questa città c’erano solo quattordici parrocchie e undici preti. Ci fermammo a riflettere un po’, poi capimmo che era importante puntare sul ruolo dei laici, in special modo per le questioni pratiche: noi sacerdoti siamo tutti bianchi, loro tutti africani, quindi conoscono molto meglio di noi la gente del posto”.

Qual è lo stato di salute della libertà religiosa in Ciad? La pacifica convivenza tra così tante fedi è possibile?

Mons. Russo: “Dialogare con i protestanti è molto più difficile che dialogare con i musulmani: c’è ancora molta chiusura e diffidenza da parte delle comunità riformate, con le solite contestazioni sui santi e sulla Madonna. Ma alla fine in Africa, dove è diffusa la venerazione degli antenati, il culto dei santi dovrebbe essere accolto con una certa facilità. Il santo è, in fondo, uno che ci dice che imitare Cristo è possibile.

Tra i musulmani c’è più apertura: a uno dei nostri ultimi incontri con loro, sono venuti quattordici imam e persino donne e bambine islamiche. Lo scorso anno un nostro confratello comboniano di origine sudanese, nato musulmano e poi convertitosi, è riuscito a mettere insieme dieci pastori protestanti, dieci sacerdoti cattolici e dieci imam alla grande moschea di N’Djamena. Lo stesso incontro si è ripetuto durante la parata del presidente che è un musulmano non praticante. Da quando sono vescovo, il dialogo con le altre fedi è una delle mie priorità”.

Le vocazioni sono fiorenti?

Mons. Russo: “Un tempo le vocazioni erano in numero maggiore, anche perché la Chiesa, per molti, era l’unico punto di riferimento. La scoperta del petrolio, però, ha sparigliato le carte, creando l’illusione di un arricchimento facile. Con il risultato che corruzione, prostituzione e alcolismo sono dilagati. Le persone contagiate dall’AIDS sono passate dallo 0,3% al 13%. Qualche anno fa andai a visitare i villaggi a ridosso dei pozzi petroliferi: vi trovai gente scoraggiata, demoralizzata. La fine della guerra ha avuto comunque, come effetto positivo, una ripresa della scolarizzazione. L’ex dittatore aveva paura dell’istruzione, la boicottava, gli insegnanti non venivano pagati ed erano costretti a lavorare nei campi. Il Sud è più istruito del Nord che ha rifiutato per molti anni l’apprendimento del francese”.

Come ha vissuto personalmente l’esperienza della guerra in Ciad e dell’apostolato in generale?

Mons. Russo: “Durante una guerra non puoi scappare, né lavarti le mani. Ci sei dentro e devi valutare attentamente tutto quello che devi fare o dire, con molta chiarezza e cautela, stando attenti a non lasciarsi fraintendere. È necessaria molta prudenza ma gli italiani, per natura, sono abbastanza diplomatici e sanno quello che devono dire o non dire. Questa mia presenza di 35 anni in Ciad, mi ha dato una notevole sicurezza in me stesso: un tempo ero più timido, oggi sono più deciso e se devo dire una cosa, non ho complessi. In fondo anche Nostro Signore sapeva essere molto chiaro e, al tempo stesso, rifiutava sempre la violenza. Avrebbe teoricamente potuto diventare un leader politico contro gli occupanti romani, invece il Suo ruolo era un altro…”.

Cosa si può fare concretamente per lo sviluppo e l’emancipazione del continente africano?

Mons. Russo: “Sull’Africa c’è da troppi anni un silenzio intollerabile. È un continente ricchissimo in cui quasi tutti vivono nella miseria. Ciò non è accettabile e non se ne può non parlare! In Africa vive un miliardo di persone e ovunque si riscontra questa contraddizione. In molti paesi per acquistare un farmaco sono necessarie valige di dollari: la svalutazione ha ridotto le monete locali a carta straccia. Anche tra gli uomini di Chiesa ci vorrebbe più coraggio nel correre in soccorso di popoli martirizzati, violentati, privati della loro dignità e del futuro. Chiunque taccia è complice di questa situazione. Oggi l’Africa è un continente manipolato ma se un giorno la popolazione si sveglierà, questo risveglio potrebbe essere doloroso. Eppure siamo ancora in tempo per recuperare la storia di questi popoli”.