La Chiesa non guarda agli omosessuali in quanto tali ma come figli di Dio (Prima parte)

Padre Paul Check racconta come è nato l'apostolato Courage (www.courageitalia.it), rivolto a chi mostra attrazione verso persone dello stesso sesso

Roma, (Zenit.org) Ann Schneible | 877 hits

Courage è un apostolato che risponde alle esigenze di quelle persone attratte dallo stesso sesso, che spesso si sentono escluse dalla Chiesa, aiutandole ad andare oltre l’etichetta di omosessuali verso l’unione con Cristo.

Nato negli USA, dove è presente in metà delle diocesi, il progetto si è poi diffuso in altri dodici paesi, sempre con l’obiettivo di aiutare chi abbia tendenze omosessuali, a vivere in castità, in uno spirito di fratellanza, amore e verità.

Per conoscere la realtà di Courage, ZENIT ha intervistato padre Paul Check, diventato direttore del progetto dopo la morte del fondatore, padre John Harvey.

Padre Paul, ci vuole raccontare in breve la storia dell’apostolato Courage?

Padre Check: Nel 1980, l’allora cardinale arcivescovo di New York, Terence Cooke, sentì che la Chiesa doveva esprimere la propria sollecitudine materna e carità pastorale per un gruppo di persone che si sentivano escluse se non addirittura odiate da questa. Il cardinale chiese quindi a padre Benedict Groeschel di aiutarlo in un nuovo apostolato rivolto a uomini e donne con tendenze omosessuali, perché conoscessero l’amore di Cristo per loro, il posto loro riservato nella Chiesa, la loro chiamata ad una vita di castità e le grazie che Dio avrebbe loro concesso se si fossero aperti a Lui.

Padre Groeschel conosceva un sacerdote che da molti anni studiava questioni legate all’omosessualità, un vero pioniere in questo campo: padre John Harvey, un oblato di San Francesco di Sales.

Padre Harvey era uno specialista in teologia morale. Aveva scritto una tesi di dottorato sulla teologia morale nelle Confessioni di sant’Agostino ed insegnato, per molti anni, teologia morale agli Oblati che studiavano nel seminario di Washington. Già da tempo il suo superiore gli aveva detto che c’era la necessità di qualcuno che studiasse la questione dell’omosessualità e che formasse i seminaristi a comprendere meglio questa condizione.

Quando il cardinale Cooke e padre Harvey s’incontrarono, si trovarono d’accordo sull’idea di costituire un gruppo di sostegno per gli uomini (e successivamente anche per le donne) che sperimentano attrazione per lo stesso sesso. Così che queste persone, ponendo al centro Cristo in uno spirito di aiuto reciproco, potessero essere accolte e sostenute spiritualmente dalla carità materna e dalla cura pastorale della Chiesa. Ogni gruppo di Courage deve avere un cappellano nominato dal vescovo competente.

Nel 1980 sette uomini si incontrarono a Manhattan, sotto la guida di padre Harvey e definirono i cinque obiettivi di Courage: castità, preghiera e dono di sé, fratellanza in Cristo, amicizie caste e diffusione del buon esempio.

Da allora l’apostolato Courage conta gruppi di sostegno spirituale in metà delle diocesi degli Stati Uniti ed in altri 12 paesi.

Oltre a formare questi gruppi di sostegno, Courage offre formazione per sacerdoti e seminaristi, aiutandoli a comprendere questa sfida particolare per il loro ministero, sia come parroci che in incarichi particolari come cappellani, così da acquisire una certa conoscenza di un fenomeno complesso come l’omosessualità e della prova che, a loro volta, uomini e donne con questa inclinazione debbono affrontare.

Come può essere definita e compresa l’attrazione per il proprio sesso? E come possono definire se stesse, le persone omosessuali?

Padre Check: Questa domanda va davvero al cuore del nostro lavoro. Il linguaggio è molto importante, perché le parole evocano immagini, idee e talora convinzioni molto radicate. Potremmo usare una determinata parola in modo colloquiale, ma in un contesto differente, specialmente in un contesto culturale, la stessa espressione potrebbe essere percepita in modo diverso. C’è infatti molta sensibilità sui termini, su come le presone intendono le parole e quindi sull’idea che hanno di sé. Non voglio in alcun modo sminuire o cercare di denigrare l’esperienza personale di qualcuno o l’idea che ha di sé, perché non esprimo un opinione sulla loro esperienza di vita.

Cerco di affrontare con molto tatto la questione dell’identità, da due prospettive, così come fa la Chiesa seguendo l’esempio di Cristo. Nel Vangelo, il Signore si rivolge alle persone in due modi: il primo è nell’insegnamento indirizzato a un gruppo, come avviene, ad esempio, nel Discorso della Montagna, in cui Gesù presenta quello che sant’Agostino definirà come la “magna carta” della vita cristiana. Gesù ci offre un profondo insegnamento sull’identità cristiana, rivolgendosi a molte persone con un particolare forma pedagogica.

D’altro canto, però, Nostro Signore si rivolge alle persone individualmente, incontra le singole anime e presenta loro la Buona Novella in una maniera molto precisa, chiara ed intima, per guidarle ad una più profonda conoscenza di se stessi.

Quindi Gesù non fa entrambe le cose nello stesso momento, né possiamo farlo noi. Ciò rappresenta una sfida, poiché la Chiesa vuole trasmettere il suo messaggio ma anche incontrare personalmente le donne e gli uomini.

Dobbiamo tenere presente che ciò che noi potremmo intendere quando parliamo d’identità potrebbe non coincidere con quanto percepito e udito.

La sua domanda ha richiesto questa lunga premessa, che spero sia di aiuto, di modo che quel che sto per dire non sembri insensibile o indifferente rispetto alla realtà vissuta. Non possiamo mai dire: “l’esperienza che fai di te stesso non è valida”, come se di quella persona ne sapessimo più di quanto ne sappia lei stessa.

Pertanto i termini usati dalla Chiesa sono scelti con molta attenzione e, nel corso degli anni, sono diventati sempre più precisi. Dicendo questo intendo dire che la Chiesa è molto attenta a misurare tutti gli aspetti dell’esperienza umana, a seconda della loro importanza, per dare alle cose il loro giusto peso, né di più né di meno.

La Chiesa evita di etichettare una persona in base alla sua inclinazione sessuale, senza per questo sottovalutare o essere insensibile all’idea che ognuno ha di se stesso. Penso sia interessante notare che la domanda più importante mai posta nella storia dell’umanità riguarda l’identità. Gesù, del resto, chiese agli Apostoli: “Chi dite che io sia?”.

Quando la Chiesa parla di omosessualità, ne parla nel più ampio contesto della castità. La castità è una virtù che neutralizza le false aspirazioni, regolando l’appetito sessuale secondo la giusta ragione ed il progetto di Dio per la natura umana. Un cuore casto è un cuore in pace, che dà tutto se stesso, a seconda del suo stato di vita, e in questo dono di sé, trova la sua realizzazione. Una delle più grandi sfide che la Chiesa sta fronteggiando oggi è quella di proporre la castità come parte della “buona novella”, ma Gesù lo ha fatto e anche noi possiamo farlo.

Quindi, la Chiesa presta molta attenzione a chi realmente è ognuno di noi, non semplicemente come persona con tendenze omosessuali ma come figlio di Dio, redento dal Preziosissimo Sangue di Cristo e chiamato alla grazia in questa vita e alla gloria nella vita che verrà. La Chiesa dice: le attrazioni verso il proprio sesso possono essere un aspetto significativo della tua esperienza di vita o anche dell’idea che hai di te, tuttavia cerca di non vedere te stesso in primo luogo attraverso le lenti dell’omosessualità.

La Chiesa parla con prudenza e carità quando parla di tendenza o attrazione omosessuale, piuttosto che usare sostantivi come “omosessuale”, “lesbica” o “gay”.

[Traduzione dall’inglese e adattamento a cura di Luca Marcolivio]

[La seconda parte sarà pubblicata domani, 19 febbraio]