La Chiesa ostacola l’uso di terapie contro il dolore?

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ROMA, domenica, 21 giugno 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica di Bioetica pubblichiamo le risposte alle domande di un lettore da parte del dott. Carlo Bellieni, dirigente del Dipartimento di Terapia intensiva neonatale del Policlinico universitario "Le Scotte" di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.



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D. Da alcuni casi recenti vediamo come le decisioni di mettere fine alla propria vita – o a quella di un congiunto - siano dipinte come “nobili” o “inevitabili” perché, si sostiene, il dolore sarebbe intollerabile e renderebbe la vita indegna di essere vissuta. Ma è proprio vero che il dolore renda la vita non degna di essere vissuta? Ed è vero che la Chiesa ostacola l’uso di terapie contro il dolore? Cosa si può fare di più contro il dolore? 

Al dolore non si risponde con la morte. Chi osteggia questo semplice criterio, a corto di argomenti, talvolta arriva a voler sostenere erroneamente che è bene morire perché il dolore è insopportabile e questo perché “è la Chiesa che non vuole la lotta al dolore”. Da anni mi dedico alla cura del dolore dei più piccoli, con risultati riconosciuti a livello internazionale e credo opportuno dire apertamente che questo ragionamento non è vero. Per un miglior trattamento del dolore e una migliore coscienza del problema provo qui a mettere in luce alcuni punti poco noti e chiarificanti su questo argomento. 

1. L’attenzione ufficiale al dolore deve essere migliorata.

La definizione ufficiale della parola dolore che così suona: “Uno stato di malessere riferito ad un attacco effettivo o potenziale al proprio corpo”. I ricercatori americani Anand e Craig criticarono questa definizione, che di fatto esclude dal novero di chi si riconosce sentire dolore coloro che non possono “riferire” (neonati, per esempio) o che non hanno coscienza del proprio corpo. Proposi recentemente sull’Encyclopedia of Pain (Springer Ed. 2007) la seguente definizione: “Dolore: la reazione di contrasto ad un attacco all’integrità del proprio corpo”, che comprende tutte le forme in cui il corpo del soggetto venga sottoposto ad un assalto brusco. Questo è un passo doveroso, perché si rischia di escludere dalle attenzioni anti-dolore un certo gruppo di persone. Tanto più se, credendo che, “certi esseri umani non hanno il carattere di persone”, alcuni arrivano a dire che è la presenza di autocoscienza (che si acquista con gli anni) che determina la percezione di dolore e sofferenza.

2. Addirittura il feto sente dolore

Ma già dalla vita prenatale il bambino prova dolore, almeno dal secondo trimestre di gestazione,cioè circa dalla 20° settimana (la gravidanza dura 40 settimane). Questo si è visto tramite la misurazione dell’aumento di ormoni dello stress in feti sottoposti a bruschi interventi invasivi (v. G Buonocore, C Bellieni: Neonatal Pain. Ed Springer 2007).

3. Non fermarsi al dolore fisico

Distinguere sofferenza e dolore è importante per usare la giusta cura. La sofferenza può essere generata dal dolore, ma non sempre: talvolta è un fenomeno psicologico, drammaticamente presente senza che alla base abbia un dolore fisico. Il dolore fisico può generare sofferenza che è, secondo la nostra definizione nella succitata enciclopedia, “La reazione di contrasto ad un attacco all’integrità della nostra persona” (integrità fisica, ma anche integrità di bisogni morali). Il dolore fisico può determinare sofferenza se non se ne vede la fine. Questa distinzione tra sofferenza e dolore è importante clinicamente: significa che per la cura di chi sta male è importante sia la medicina che la presenza umana, ma che non si deve curare il dolore fisico solo con la seconda e la sofferenza morale solo con i sedativi. Purtroppo talvolta assistiamo ad un automatismo che distribuisce farmaci senza domandarsi se nel caso specifico un intervento di umanizzazione delle cure possa essere più utile. Su questa base sono riuscito a creare un metodo efficacissimo - e ormai diffuso in molti Paesi- di analgesia non farmacologica basata sull’importanza della presenza umana durante l’intervento doloroso, detto saturazione sensoriale (v. Pediatric Research, 2004).

4. Dolore e sofferenza sono da combattere

Purtroppo il dolore e la sofferenza sono ben lungi da una cura effettiva: i sanitari sanno che le conseguenze per chi provoca dolore sono pressoché nulle, soprattutto se il paziente è inabile a protestare, e questo non è un incentivo ad una buona cura del dolore. Inoltre la cura al dolore è vista spesso come un approccio facoltativo, talora sentimentalista, non come quello che è davvero: un reale intervento medico di prima fila.

5. La sofferenza per il medico va combattuta e va anche “utilizzata” mentre la si combatte

Il dolore fisico va combattuto, così come la sofferenza. Ma talora, mentre si combatte, la sofferenza può paradossalmente anche essere sfruttata. Esistono infatti tre tipi di sofferenza. La prima è quella che nasce dalla distanza tra quello che abbiamo e quello che vogliamo (un dolore, la solitudine, una malattia sono ostacoli al desiderio di salute, vita ordinaria) e questa condizione, seppur dura, può essere sprone per la guarigione o per superare il momento difficile della vita. La seconda si crea quando ci si rende conto che quello che volevamo inizialmente è solo il preambolo alla ricerca di una felicità completa che non è soddisfatta da nessun risultato parziale, dunque è la distanza tra quello che volevamo e la nostra completa felicità; la qual cosa talvolta ci umilia, perché mostra che i nostri sforzi erano diretti a qualcosa che non è che parte di ciò che davvero vorremmo. Anche questa condizione può essere spunto di una crescita personale, in quella che viene definita “Post-traumatic growth” (v. Psychiatric Times 2004;21(4)), ovvero la crescita umana che avviene se il dolore viene accolto con umanità, quando si sveli per esempio la presenza di una malattia incurabile. Il terzo tipo di sofferenza invece è quella che viene dalla percezione della distanza tra quello che volevamo e quello che abbiamo ottenuto, cioè dalla coscienza che “più di tanto non si può” e genera depressione. Questo è il tipo di sofferenza più pesante, perché non è più in grado di guardare oltre, non può essere utilizzato per un possibile bene e si deve operare per portare il paziente oltre questa visione, tramite interventi sociali, medici e psicologici.

6. Anche per il cristiano la sofferenza è da combattere e da “utilizzare” mentre la si combatte

Per illustrare quanto ora detto, leggo un noto brano di S. Paolo (Rm 5,1-5) cercando di mostrarne alcuni tratti utili al nostro discorso. “Noi ci vantiamo [non demordiamo] anche nelle tribolazioni [nel dolore, sotto tortura: il tribolum era lo strumento usato per schiacciare il grano] ben sapendo che le tribolazioni [i dolori] producono pazienza [sofferenza, da ‘patior’: non interpreterei qui il termine pazienza come lo leggiamo oggi, perché non è assolutamente automatico che dal dolore venga la capacità di ‘portarlo’, anzi: penso che questa lettura sia più aderente a quanto intendeva l’Apostolo, perché il vantaggio non viene automaticamente dal dolore, ma dall’amore di Dio], la pazienza [sofferenza] una virtù provata [cioè mette a dura prova la virtù. Potrebbe anche essere spiegato dicendo che sopportare forgia il carattere, ma anche questo non sempre è vero, spesso si crolla] e la virtù provata la speranza [cioè quando la virtù è messa alle strette può sopravvivere solo con la speranza, cioè con la domanda a Dio]. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei vostri cuori [non delude perché lo avete già sperimentato quanto vi ama, se non lo aveste sperimentato non potreste saperlo]”.

D’altronde Cristo trasfigura il dolore umano, invitando ognuno a prendere la propria croce e seguirlo (Mt 16:24), che non significa scegliere una sofferenza a piacere; all’epoca in cui la croce non era una metafora ma uno strumento di tortura e morte che la gente vedeva per le strade, significava guardare in faccia e non fuggire il dolore presente nella propria vita (la propria croce), e dunque “prenderlo”, cioè farne un uso superiore a quello comune (la croce normalmente non si “prende”, perché è piantata a terra: solo chi non è comune – per Grazia - può “prenderla”), cioè combatterlo ma anche sfruttarlo per una strada redentiva che fa della sofferenza una misteriosa condizione: d’altronde, anche psicologicamente chi non lo combatte e non cerca di ritorcerlo per il bene, ma solo lo rifugge, vive in un’utopica atarassia, cioè la morte del cuore.

7. La risposta alla sofferenza non è la morte

La richiesta di eutanasia viene quasi sempre ritirata, nei Paesi dove è ammesso questo evento, quando cambiano le condizioni esterne, cioè quando viene ristabilita un ambiente affettivo accogliente e che induca a guardare le cose in modo sereno.

8. La risposta al dolore non è la morte

Esistono tali e tanti farmaci anti-dolore che è davvero antistorico pensare che oggi il dolore non possa essere vinto. Inoltre, molti studi mostrano che il dolore e la sofferenza del paziente sono ben diversi e sempre più tollerabili di quanto valutino sia il medico che i parenti.

9. Come combattere dolore e sofferenza oggi?

Bisogna rendere penalmente perseguibile chi genera dolore al malato, quando questo dolore potrebbe essere evitato. Soprattutto al malato che non può reclamare e farsi valere, in particolare a bambini e disabili. Bisogna poi uscire dalla cultura che di fronte alla sofferenza non insegna più ad affrontarla (farmaci, coraggio umano, solidarietà, miglioramento sociale), ma sa solo proporre la fuga (aborto, eutanasia, droga) dipingendo la gente molto più debole e impaurita di quello che è, ma alla fine facendocela diventare: un popolo che cerca solo come fuggire quando il dolore arriva (immaginandoselo anche dove questo non c’è o è superabile) e non cerca più come vincere e schiacciare il dolore. Bisogna anche stigmatizzare chi sparge tra la popolazione false convinzioni sull’insopportabilità estrema di certe malattie (che invece la stragrande maggioranza dei malati, quando trattati appropriatamente, affrontano con dignità e coraggio) e sull’inevitabilità del dolore (oggi curabile ed evitabile).

10. Il Magistero

Una chiarezza certamente più profonda e significativa di quanto ho tracciato, può essere riscontrato rileggendo i testi del Magistero pontificio, in particolare, l’allocuzione di Papa Pio XII al congresso della Società Italiana di Anestesia (Roma, 17 ottobre 1956), l’enciclica di Giovanni Paolo II (Enciclica Salvifici Doloris) e vari discorsi di Benedetto XVI (p. es. Congresso della Società Italiana di Chirurgia, 20 ottobre 2008). In questi documenti è ben chiaro non solo l’obbligo morale di curare il dolore, ogni tipo di dolore, ma soprattutto la preoccupazione di solidarietà e vicinanza verso chi soffre.