"La Chiesa sposa di Cristo" (Prima parte)

Un'analisi del pensiero di sant'Efrem il Siro

| 1514 hits

di Robert Cheaib

ROMA, martedì, 26 giugno 2012 (ZENIT.org).

1. Motivi nuziali nell’ambito siriaco

«Come il braccio dello Sposo sulla sposa, / così è il mio giogo su quelli che mi conoscono; / e come la stanza nuziale si estende nella casa-nuziale, / così è il mio amore su coloro che credono in me»1: Con queste parole messe sulla bocca di Cristo, le odi di Salomone esprimono l’afflato nuziale che caratterizza gran parte della tradizione spirituale e mistica delle chiese di tradizione siriaca, che si estende nella zona del vicino Oriente e copre l’attuale Libano, Palestina, Siria, Iraq e parte dell’Iran.

Vicina alla sensibilità biblica, la tradizione siriaca ha assunto gli assodati temi biblici che riflettono una concezione nuziale del rapporto tra Dio e il suo popolo nell’Antico Testamento, e tra Cristo e la Chiesa nel Nuovo Testamento2. Questa sensibilità si riflette in modo spontaneo in alcune sfumature del vissuto cristiano ed ecclesiale.

Un esempio di quest’afflato sponsale nel rapporto tra l’anima e Cristo lo troviamo già nell’appellativo diffuso sulle labbra e negli scritti degli asceti siriaci, soliti a chiamare il Cristo «Habībo» che significa «Amato». L’aspirazione dell’asceta è di giungere a gioire dell’unione con Cristo nella stanza nuziale escatologica «Gnūno». La «Gnūno» è la risposta di fedeltà di Dio all’infedeltà dell’umanità sposa che lo tradì nel giardino dell’Eden «Gano». La parola «Gano» riporta tra l’altro un’assonanza fonetica con «Gnūno». Il cammino dell’umanità è iniziato nel «Gano» per sfociare nel «Gnūno».

Nell’ambito specifico del Nuovo Testamento, Afraat, il saggio persiano, rappresenta il rapporto degli apostoli a Cristo, come i «fidanzatori»3 ossia gli amici dello sposo che preparano la sposa. Dice Afraat: «Lui è lo Sposo, gli apostoli sono i "fidanzatori", e noi siamo la Sposa; prepariamo allora la nostra dote»4.

Uno sguardo alla pratica del monachesimo siriaco ci mostra un fatto significativo. La parola per dire monaco in siriaco è «Ihidōyo» ed è la stessa parola usata per dire «Unigenito» (Monogenes) in riferimento all’Unigenito del Padre, Gesù Cristo. Il monaco non è il solitario (monachos) che disprezza il mondo e si isola – Solus cum Solo – cercando una trascendenza che esula dalla carne e dalla storia. Il monaco, Ihidōyo è colui che segue le orme dell’Unigenito del Padre. La sua identità più profonda è l’identificazione e l’unione con l’Unigenito del Padre, Gesù Cristo. Il monaco nella tradizione siriaca è colui che acconsente con tutto il proprio essere al «rivestirsi dell’Unigenito»5, al vivere in pienezza le promesse del battesimo che sono promesse nuziali.

2. Attualità di Mar Efrem il siro

Dopo questo sguardo rapido ad alcuni punti salienti dell’eredità nuziale nella tradizione siriaca, e prima di entrare nel merito del nostro argomento, è opportuno inquadrare la vita di Efrem, e soprattutto individuare l’attualità del suo contributo per la teologia e la fede.

Efrem è nato a Nisibi, al confine tra il sud-est della Turchia e il nord-est della Siria, molto probabilmente nell’anno 306 in una famiglia cristiana6. Passa gran parte della sua vita al servizio della sua chiesa, come diacono e come «Malf­ōno», ossia come maestro di catechesi. Durante la sua vita, Nisibi fu assediata dai persiani ben tre volte. Nel 363, l’imperatore Giuliano fu ucciso durante l’incursione romana in Persia, e i negoziati di pace portarono a consegnare Nisibi ai persiani obbligando i cristiani ad abbandonare la città. Così Efrem passa gli ultimi dieci anni della sua vita ad Edessa (Al-Ruha) dove serve come diacono, esercitando non solo la diaconia della parola, ma anche il servizio umile verso la popolazione duramente provata dai diversi assedi e dagli effetti nefasti della guerra. Efrem muore il 9 giugno 373. Egli non fu mai monaco, ma apparteneva a ciò che fu chiamato tardivamente il proto-monachesimo siro.

Tanti grandi padri della Chiesa del suo tempo, come Girolamo e come Basilio gli riservavano una grande stima. La sua fama e il suo influsso non sono mai tramontati in Oriente. In Occidente, fu riabilitato in modo ufficiale il 5 ottobre 1920, da papa Benedetto XV che lo proclamò «Dottore della Chiesa»7.

Efrem era uno scrittore prolifero, e meritò il titolo di «Arpa dello Spirito Santo». Lasciò più di 400 inni, oltre a tantissime omelie in versi (Memre) e scritti spirituali, ascetici ed esegetici in prosa. Tra le opere esegetiche spiccano i commentari sul libro della genesi, e sull’armonia dei quattro evangeli (Diatessaron). Tra i suoi inni i più famosi sono: sulla natività, sull’epifania, sulla fede, contro le eresie, sulla Chiesa, sul paradiso, sulla quaresima, sulla pasqua

L’importanza e l’attualità di sant’Efrem, quale santo, poeta e teologo che scrisse circa 1700 anni fa, non si deve soltanto all’autorità conferitagli dall’essere uno dei Padri della Chiesa d’Oriente. Efrem, è nella schiera di quei Padri della Chiesa che rivestono un’importanza particolare per la Chiesa di oggi, un’importanza che possiamo riassumere in tre punti:

Teologia simbolica: Parliamo di teologia simbolica nel senso forte della parola. Il simbolo non è un semplice segno (come può essere il segno stradale), ma nel senso sacramentale del simbolo: il simbolo è segno efficace, è presenza efficace8. La teologia simbolica di sant’Efrem non è da considerarsi come reperto prezioso di un antico metodo teologico, ma come lezione significativa e permanente per la moderna teologia, e per la nostra moderna lettura della parola di Dio, del mondo e della vita umana. Il nostro approccio alla vita e alla fede ha tanto da imparare dalla sensibilità simbolica di Efrem per uscire da una schematizzazione che ha fallito nell’inculturare la Bibbia nelle nostre coscienze, e nell’impiantare la fede nei solchi del quotidiano. Siamo abitualmente portati a considerare la fede attraverso definizioni dogmatiche. Avere fede spesso è considerato sinonimo di sottoscrivere un credo. E il credo è spesso concepito come una raccolta di formule da memorizzare e da recitare. Efrem, nel suo approccio alla teologia, evita le definizioni, che considera come «confini» limitanti (il corrispondente di horoi in greco). La sua è una «teologia in canto»9. Il suo metodo consiste nel procedere per paradossi, metafore e simboli che permettono di abbracciare e stringere l’Amato senza restringerlo a una formula o a un cadavere di concetto10. Quest’approccio alla fede è un’eredità comune ai Padri della Chiesa che modella anche il linguaggio dei Concili ecumenici. È suggestivo già il nome greco – usato anche nelle lingue moderne – per il «credo», chiamato simbolo.

Tradizione siriaca: un altro elemento importante in Efrem è la sua provenienza siriaca. La lingua greca parla per concetti, la lingua siriaca, naturalmente, nella vita quotidiana, è una lingua che parla per immagini. Efrem scrive in una lingua che appartiene al ceppo aramaico, la lingua parlata da Gesù. Nelle sue poesie e nel suo stile abbiamo le flessioni della stessa semantica semitica dell’aramaico di Gesù e dell’ebraico biblico. Ma l’importanza dell’appartenenza siriaca di Efrem non si esaurisce nell’ambito linguistico. La sua provenienza gli permette di cogliere il dato della fede in tutta la sua freschezza, prima della mediazione greca ed ellenistica. La teologia di Efrem, a differenza delle teologie influenzate dal neo-platonismo, riserva – come la tradizione biblica – una grande dignità per il corpo. Il corpo fa parte della creazione divina e da lì prende la sua dignità. Sulla stregua di san Paolo, il corpo per Efrem è «dimora e abitazione della Trinità».

Cristocentrismo: Nella sua lettura della Bibbia e nella sua visione del mondo, Efrem ha chiaro che vi è un solo centro, un solo nodo della clessidra. Solo in Cristo c’è comunicazione tra il mondo di Dio e il mondo dell’uomo. Solo Cristo è la chiave che apre il libro celato della Bibbia, e interpreta l’Antico Testamento. Dice Efrem parlando dell’Incarnazione: «Ciò che fu detto celatamente / È avvenuto oggi manifestamente». In Cristo si trova la chiave della storia, della Scrittura e del destino umano.

(La seconda parte verrà pubblicata domani, mercoledì 27 giugno)

*

NOTE

1 Odi di Salomone 42,8-9.

2 Rimandiamo per l’approfondimento al panorama succinto che rintraccia il paradigma nuziale nel libro di F. Pilloni, Conversazioni sulle nozze. Introduzione al mistero nuziale, Torino 2009, 11-25.

3 Usiamo questa parola inesistente in italiano per rendere un termine che significa complessivamente: Coloro che stipulano il contratto di fidanzamento tra l’uomo e la donna. Il corrispondente greco sarebbe ninfagogo.

4 Cf. Afraate, Demostrazioni 14,681.26-684.1.

5 Cf. Inni sull’Epifania 8,16.

6 Una testimonianza di ciò la troviamo in un inno dove Efrem dice di sé: «Sono nato nella via della Verità / anche se la mia gioventù era incosciente» (Contro le eresie 26). E similmente scrive: «La Tua verità è stata con me sin dalla mia giovinezza, / e la Tua fedeltà è con me nella vecchiaia» (Inni sulla verginità 37,10).

7 Benedetto XV, Lettera Enciclica «Principi apostolorum Petro», AAS 12 (1920) 457-471.

8 Per una comprensione dettagliata del significato di simbolo rimando a G. Mazzanti, I sacramenti, simbolo e teologia, 1. Introduzione generale, Bologna 1997, 31-97.

9 CF. I. De Francesco, «Introduzione» in Efrem il siro, Inni pasquali; sugli azzimi, sulla crocifissione, sulla risurrezione, Milano 2001, 94.

10 Uno studioso di Efrem, Sebastian Brock, offre un’immagine espressiva per descrivere questa teologia simbolica. Afferma che mentre la teologia occidentale cerca di mettere barriere per definire Dio, Cristo, le due nature, ecc., la teologia simbolica non tocca questo centro, lo tiene come ineffabile e cerca di portare l’uomo verso il centro non per violentarlo, ma per entrare in contatto bocca a bocca in adorazione. Per Efrem la cosa è chiara: Dio è esterno alla dimensione della creatura. Il nostro cervello invece è interno ed è quindi impossibile al nostro cervello superarsi e limitare Dio. E’ una cosa che Kant alla fine ha capito, ma ha espresso in modo rinunciatario: visto che la nostra mente non può parlare del trascendentale perché non può superare il tempo e lo spazio, tutto ciò che va al di là del tempo e dello spazio non è un discorso di cui occuparsi. Per Efrem non è così. L’approccio alla realtà che supera la nostra realtà non è intellettuale, ma è un approccio di cuore, un approccio nuziale.