La contraccezione è un “male minore” rispetto all’aborto?

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ROMA, domenica, 21 gennaio 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica la risposta alla domanda di una lettrice da parte del dottor Renzo Puccetti, Specialista in Medicina Interna e Segretario del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa-Livorno.



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Perché la Chiesa si oppone costantemente all’uso dei contraccettivi? Anche considerandolo un male, non potrebbe soggiacere alla regola del “male minore”, rispetto all’aborto, conseguenza di una gravidanza non desiderata?
C. S.


La domanda chiama in causa considerazioni che non possono trovare esausistiva soddisfazione in questo ambito. Con i limiti di spazio imposti è solo possibile accennare alcuni elementi di riflessione. Nell’insegnamento della Chiesa Cattolica la dignità e la grandezza del rapporto sessuale risiedono nell’effetto unitivo dell’uomo e della donna, espressione di una donazione reciproca totale e gratuita e nell’apertura di tale rapporto a farsi collaboratori di Dio, sorgente della vita. Laddove questi elementi non sono armonicamente presenti l’altro diventa mero oggetto fruibile per il godimento personale. A ben vedere però una tale reificazione non può far altro che essere degradante sia per chi la compie che per chi la subisce (per un ampia trattazione della questione vedi Carlo Caffarra, Creati per Amare, Cantagalli Editore, 2006).

Il cardinale Ratzinger nel descrivere il sesto comandamento così commentava: “La versione originaria di questo comandamento nell’Antico Testamento suona in questo modo: «Non commettere adulterio» (Es 20,14; Dt 5,18). […] Questo è il cuore del comandamento. Non in un contatto occasionale, ma nel contesto di un sì reciproco di due persone che così, implicitamente, pronunciano anche un sì ai figli, nel matrimonio, quindi, la sessualità può avere la sua dignità e grandezza umana. Solo lì lo spirito si fa corporeità e i sensi spiritualità. Qui si realizza quella che abbiamo definito l’essenza dell’uomo, la sua funzione di ponte, che fonde i due estremi della creazione, che solo così si possono reciprocamente conferire grandezza e dignità” (Joseph Ratzinger. Dio e il Mondo, Edizioni San Paolo, 2001, pag. 155).

In effetti la cultura contraccettiva è uno dei tentacoli ideologici che si dipartono dal corpo dei cosiddetti diritti riproduttivi, che prevedono il completo disaccoppiamento della realtà ontologicamente stabilita sessualità-procreazione. Quest’ultima è vista come un evento morboso quando non possiede specifici requisiti, il bambino deve essere desiderato (wanted), programmato (timed), sano (healthy) e, grazie ai progressi che già si intravedono nel campo delle tecniche di manipolazione genetica, su misura (designed). In tale prospettiva la contraccezione è pilastro indispensabile. Per facilitarne la diffusione anche in ambienti non a priori favorevoli non si disdegna di usare un argomento definibile “contraccettismo pro-life”, la contraccezione presentata come alleata della vita. In definitiva si tratta di un sillogismo Aristotelico: la contraccezione previene le gravidanze indesiderate, le gravidanze indesiderate esitano con elevata probabilità in un aborto, ergo la contraccezione evita il ricorso all’aborto. Gran parte della forza di tale argomento si fonda sulla plausibilità. In effetti in tale proposizione vi sono elementi di verità, ma, come si dice, la menzogna più insidiosa è quella che contiene un fondo di verità.

Può essere sorprendente per alcuni vedere anticipati nell’enciclica Evangelium Vitae, pubblicata nel 1995, concetti che troveranno conferma nei dati di letteratura medico-scientifica degli anni successivi. Scrive infatti Giovanni Paolo II: “Si afferma frequentemente che la contraccezione, resa sicura e accessibile a tutti, è il rimedio più efficace contro l'aborto. Si accusa poi la Chiesa cattolica di favorire di fatto l'aborto perché continua ostinatamente a insegnare l'illiceità morale della contraccezione. L'obiezione, a ben guardare, si rivela speciosa. Può essere, infatti, che molti ricorrano ai contraccettivi anche nell'intento di evitare successivamente la tentazione dell'aborto. Ma i disvalori insiti nella «mentalità contraccettiva» — ben diversa dall'esercizio responsabile della paternità e maternità, attuato nel rispetto della piena verità dell'atto coniugale — sono tali da rendere più forte proprio questa tentazione, di fronte all'eventuale concepimento di una vita non desiderata. ” (Evangelim Vitae n. 13; 25 Marzo 1995).

L’esempio più cristallino del realizzarsi di quanto denunciato dal Santo padre è offerto dai dati francesi. Secondo un’indagine INED, l’Istituto Nazionale Francese di Studi Demografici, le donne che non desiderano una gravidanza e che usano un metodo contraccettivo erano il 52% nel 1978 e sono cresciute fino a diventare l’82% nel 2000. Come conseguenza le gravidanze non desiderate sono in effetti diminuite, scendendo dal 46 al 33%, ma l’aborto è rimasto costante (oltre 210.000 aborti nel 2004). Questo è avvenuto perché è aumentata la proporzione delle gravidanze indesiderate che esitano nell’aborto, cresciuta dal 41 al 62%. Gli esperti parlano di “paradosso francese”.

In realtà non si tratta di un caso isolato, eccezione, ad una legge generalmente valida. I paradossi sono offerti anche da paesi come il Giappone dove, di fronte ad un sostanziale quadro di stabilità quali-quantitativa della contraccezione, in trent’anni il tasso di abortività si è praticamente dimezzato (Sato, 2006). Negli Stati USA dove l’impiego della pillola contraccettiva è maggiore non si realizza alcuna riduzione del tasso di abortività (dati CDC); analogamente la riduzione del tasso di abortività USA nel periodo 1982-2002 non è stata coerente con le variazioni del ricorso alla contraccezione verificatesi nello stesso periodo (Mosher 2004).

I più recenti dati ONU sulla contraccezione mostrano come benché in Italia i metodi contraccettivi definiti moderni siano usati dal 38,9% delle donne contro l’81% delle donne inglesi (UN; World Contraceptive Use 2005), i tassi di abortività sono risultati negli anni esaminati il 9,7 e il 17 ogni mille donne in età fertile, rispettivamente in Italia e Inghilterra. Nel tentativo di rintuzzare questo genere di obiezioni alcuni hanno tentato di spiegare l’assenza di un trend temporale inverso contraccezione/aborto sulla base della cosiddetta “transizione demografica”, cioè il passaggio da una società con numerosi figli, ad una in cui è diffuso il desiderio di limitare le nascite. Secondo alcuni autori vi sarebbe un momento in cui la diffusione della contraccezione non riuscirebbe a soddisfare l’intera domanda di contenimento delle nascite, parte della quale sarebbe evasa mediante l’aborto (Marston, 2003).

A smentire tale tesi sono i casi della Francia, dell’Inghilterra, dell’Italia, degli USA, del Giappone in cui la transizione demografica si è realizzata precedentemente al periodo di osservazione. Potremmo continuare con numerosi altri esempi che confermano anche a livello scientifico il pensiero del Papa. In definitiva, anche i più entusiasti assertori della contraccezione ammettono che la vagheggiata perfetta società contraccettiva è una chimera e contraccezione e aborto sono un unico elemento diadico per il controllo delle nascite. Numerosi e purtroppo meno noti fattori interferiscono con la tendenza a ricorrere all’aborto di una determinata popolazione, ma forse sarà possibile trattare questo argomento in una prossima occasione.

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]