La corruzione, il peccato "a portata di mano" che pagano i poveri

A Santa Marta, il Papa si scaglia ancora contro questo morbo che infetta chi ha potere politico, economico o ecclesiastico, e distrugge i bisogni dei più deboli

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 457 hits

Senza girarci troppo intorno, per il Papa il male del mondo odierno è la corruzione. Combattuta sin dai tempi dell’arcivescovato a Buenos Aires (pensiamo al noto libro “Guarire dalla corruzione”), criticata nell’ultima Udienza generale di mercoledì, Bergoglio anche oggi, nella Messa a Santa Marta, continua a scagliarsi contro questa brutta piaga della società che miete vittime in ogni campo. Spiritualmente, accecando chi si incaglia in questo peccato; materialmente, ripercuotendosi sui bisogni e diritti dei poveri e dei più deboli.

La corruzione – spiega infatti Papa Francesco – “è proprio il peccato a portata di mano, che ha quella persona che ha autorità sugli altri, sia economica, sia politica, sia ecclesiastica”. Quante volte sui giornali, dice, “noi leggiamo: ah, è stato portato in tribunale quel politico che si è arricchito magicamente. È stato in tribunale, è stato portato in tribunale quel capo di azienda che magicamente si è arricchito, cioè sfruttando i suoi operai. Si parla troppo di un prelato che si è arricchito troppo e ha lasciato il suo dovere pastorale per curare il suo potere”.

Corrotti politici, corrotti degli affari, corrotti ecclesiastici, “dappertutto ce ne sono”, osserva il Santo Padre. E nessuno è esente da questo male: “Tutti siamo tentati di corruzione”. Perché, appunto, è “un peccato a portata di mano”, un morbo che infetta non appena “uno ha autorità, si sente potente, si sente quasi Dio”.

Dilagata spaventosamente ai giorni nostri, tuttavia la corruzione è un peccato che affonda le sue radici in tempi antichissimi. Lo dimostra il brano del I Libro dei Re proposto dalla liturgia di oggi, raccontando la storia di Nabot, proprietario da generazioni di una vigna che il re Acab vuole comprare perché - dice il Papa - intenzionato “ad allargare un po’ il suo giardino”. Nabot, però, rifiuta l’offerta non volendo disfarsi dell’”eredità dei suoi padri”.

Il rifiuto viene preso come un affronto dal sovrano. Perciò la sua perfida moglie Gezabele ordisce una trappola ai danni del vignaiolo, finendo per trascinarlo in tribunale, con la complicità di falsi testimoni, dove viene condannato e lapidato a morte. La donna consegna così la vigna al marito, il quale la prende “tranquillo, come se niente fosse accaduto”.

Una storia “molto triste”, commenta il Papa, che purtroppo “si ripete continuamente” da secoli tra chi detiene “potere materiale o potere politico o potere spirituale”. Tutto comincia da lì, dalla “strada della propria sicurezza”, sottolinea il Pontefice: “il benessere, i soldi, poi il potere, la vanità, l’orgoglio…”. E tutto finisce con un peccato, che a volte può essere “anche uccidere”.

Ma “chi paga la corruzione?”, domanda Bergoglio. Certo non chi “ti porta la tangente” o chi fa da “intermediario”. La corruzione “la paga il povero”. “Se parliamo dei corrotti politici o dei corrotti economici” – afferma - pagano “gli ospedali senza medicine, gli ammalati che non hanno cura, i bambini senza educazione”. La corruzione di un prelato la pagano, invece, “i bambini che non sanno farsi il segno della croce, che non sanno la catechesi, che non sono curati”. Come pure “gli ammalati che non sono visitati” e “i carcerati che non hanno attenzioni spirituali”.

Insomma, “la corruzione viene pagata dai poveri”: “materiali” e “spirituali”. Ma c’è un antidoto a tutto questo, e il Papa lo ribadisce con vigore: “L’unica strada per uscire dalla corruzione, l’unica strada per vincere la tentazione, il peccato della corruzione, è il servizio”. A corrompere, spiega infatti, è “l’orgoglio”, “la superbia”, mentre “il servizio ti umilia”, la “carità umile per aiutare gli altri”.

Allora, conclude Francesco, “oggi, offriamo la Messa per questi” moderni Nabot – “tanti, tanti…” – che pagano la corruzione e “la vita dei corrotti”. Veri e propri “martiri”, secondo il Vescovo di Roma: “Preghiamo per loro – conclude - Che il Signore ci avvicini a loro. Sicuramente era molto vicino a Nabot, nel momento della lapidazione, come era molto vicino a Stefano. Che il Signore gli sia vicino e gli dia forza per andare avanti nella loro testimonianza, nella propria testimonianza”.