La crisi del "Welfare State": pensioni e sanità

Si profila un’erosione delle sue fondamenta economiche, afferma Hans Tietmeyer della Bundesbank

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ROMA, sabato, 15 maggio 2004 (ZENIT.org).- L’argomento delle future prospettive sulle pensioni e sulla sanità è stato trattato da Hans Tietmeyer, presidente della Bundesbank tedesca, nel suo discorso pronunciato durante la recente sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.



Segue un estratto riadattato del suo intervento.


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Solidarietà intergenerazionale e la crisi del “Welfare State”:
Pensioni e sanità

Di Hans Tietmeyer

L’argomento della solidarietà intergenerazionale abbraccia molti aspetti e molte tematiche. Il seguente scritto verte principalmente sulle seguenti questioni:

- Quali disposizioni di uno Stato assistenziale finalizzate alla solidarietà intergenerazionale hanno contribuito all’attuale crisi che investe il “Welfare State” in molti Paesi?

- Cosa ne consegue, in relazione alle necessarie riforme, specialmente negli ambiti delle pensioni e della sanità?

In questo contesto occorre ricordare che le norme assistenzialiste spesso divergono da Paese a Paese, e che le necessarie riforme devono pertanto assumere approcci e obiettivi diversi. Questo si deve in parte sia alle diverse condizioni economiche, sia anche alle diverse tradizioni e ai diversi obiettivi sociali emersi negli anni.

Da qualche tempo si è resa evidente la crisi dell’apparato assistenziale in molti Paesi. Ciò vale in particolare per il sistema previdenziale e per il sistema di assistenza sociale, che dovrebbero entrambi contribuire a realizzare una solidarietà intergenerazionale. Certamente l’ampiezza della crisi differisce a seconda delle strutture del sistema in vigore.

I primi ad essere colpiti sono i Paesi industrializzati. Per questo motivo, il presente scritto si concentra principalmente sui problemi che occorre individuare e risolvere in quei Paesi. L’attenzione è rivolta soprattutto all’Europa, con qualche occasionale specifico riferimento ai problemi che affliggono la Germania.


I segnali della crisi e le cause principali

Praticamente in ogni Paese industrializzato e avanzato, le basi finanziarie dello Stato sociale o Stato assistenziale sono diventate fragili. Quali sono i principali motivi responsabili di questa situazione?

Non vi è praticamente nessun Paese industrializzato in cui le condizioni del bilancio pubblico possono essere considerate come sostenibili nel lungo periodo.

In molti Paesi i deficit di bilancio e i livelli del debito pubblico stanno raggiungendo, o addirittura superando, i limiti considerati fiscalmente accettabili, tenendo conto del relativo aggravio dovuto agli interessi. Ciò vale in particolare per gli aggiustamenti ciclici del deficit, anche se i dettagli di tali aggiustamenti sono spesso altamente controversi.

Ma l’intera portata dell’indebitamento pubblico non risulta evidente finché non si tiene conto, non solo del debito statale esplicito, ma anche di quello implicito rappresentato dalle promesse di futuri benefici (fatte principalmente nell’elaborazione di schemi pensionistici). A tal fine, si può far ricorso ad esempio ai metodi di contabilità intergenerazionale.

In questo modo è possibile computare anche il debito implicito che, sulla base delle generali condizioni finanziarie, deriva principalmente dall’invecchiamento della popolazione. Anche in quei casi in cui la spesa corrente, principalmente a beneficio degli anziani, viene coperta da tasse e tributi (pagati principalmente dalla generazione lavoratrice), i previsti cambiamenti demografici porteranno generalmente a croniche carenze finanziarie.

L’ampiezza del debito implicito dipenderà dalla somma totale di questa carenza finanziaria. Per evitare un debito eccessivo, che porta con sé il rischio di un collasso totale, le entrate dovranno essere aumentate oppure le spese dovranno essere tagliate il prima possibile.

Se vogliamo evitare il proliferare degli effetti negativi sugli incentivi, solitamente rappresentati da aggravi fiscali, rimane come misura principale di breve termine la riduzione della spesa pubblica, oggi in molti Paesi rappresentata principalmente dai cosiddetti trasferimenti sociali.

Questi effetti indesiderati sono spesso derivanti dalla stessa struttura dello Stato assistenziale. Ad esempio, in molti Paesi oggi gran parte delle norme previdenziali pregiudicano notevolmente l’incentivo al lavoro, con la conseguente inefficiente allocazione delle risorse economiche e il mancato raggiungimento degli obiettivi di redistribuzione del reddito.

Nelle principali società, un sistema “anonimizzato” è spesso inevitabile, ed è soggetto ad essere mal gestito. Molto spesso, come dimostra la realtà, ad uno Stato assistenziale generoso si accompagna non solo una generale cattiva allocazione, ma anche quasi sempre una serie di effetti distributivi indesiderati. E le probabilità di effetti indesiderati aumentano più lo Stato sociale si sviluppa in un “Welfare State” a carattere globale.

Inoltre, il fenomeno quasi universale di oggi di un’economia sommersa in espansione deve essere considerato come un abuso dello Stato assistenziale, soprattutto se comporta meri tagli al finanziamento del sistema previdenziale, mentre i benefici continuano ad essere erogati. Ciò si applica ad esempio alle prestazioni assistenziali statali non corrispondenti ai contributi versati, o alle prestazioni del servizio sanitario.

La situazione è diversa per i sistemi pensionistici strettamente correlati ai contributi. In quei casi, se i contributi non vengono pagati, non può esservi un aumento nelle aspettative pensionistiche. L’evidente forte crescita dell’economia sommersa oggi deve essere inoltre considerata come una sorta di fuga dalle autorità fiscali, la cui intensa attività redistributiva ha apparentemente ecceduto i vincoli impliciti di una generale nozione di giustizia.

Logicamente questo ha avuto un effetto negativo sulla volontà degli individui di contribuire al finanziamento delle opere motivate dalla solidarietà. Tale comportamento razionale messo in atto da unità economiche individuali, accompagnato da un aumento delle attività nell’economia sommersa, agisce quindi come un argine naturale all’eccessiva espansione dell’azione redistributiva statale – un meccanismo naturale di autoconservazione contro un leviatano fuori controllo.

Questi problemi, già presenti negli Stati assistenziali sviluppati, saranno fortemente acutizzati in un futuro prevedibile a causa di […] cambiamenti demografici. Alcuni effetti limitati sono già evidenti.

Ad esempio, l’aspettativa di vita di molte persone sta (felicemente) crescendo grazie al calo della mortalità infantile, dei più elevati standard di igiene, delle più efficaci cure mediche, della maggiore diffusione di trattamenti di profilassi, eccetera.

Nonostante la positività dell’aumento nell’aspettativa di vita, e del relativo aumento nei livelli di benessere generale, occorre anche tenere in considerazione altri aspetti che tale fenomeno comporta.

Anzitutto, esso implica che (ipotizzando di mantenere fermo il punto di ingresso alla pensione) una sempre maggiore porzione di vita verrà trascorsa al di fuori dell’ambito lavorativo, con un corrispondente aumento del periodo di dipendenza dei pensionati dal reddito prodotto dalla forza lavoro.

Una seconda conseguenza riguarda l’aumento medio della popolazione (dovuto anche al calo dei tassi di natalità). Questo comporta che il cosiddetto indice demografico di dipendenza - inteso come il numero di persone di età pari o superiore ai 65 anni in rapporto al numero delle persone in età lavorativa ovvero tra i 15 e i 64 anni - aumenti significativamente.

In Germania - che sotto questo profilo può considerarsi un caso tipico - è previsto un aumento da circa il 26% di oggi, a circa il 44% nel 2030 e al 50% nel 2050.

Occorre ricordare in questo contesto che tutte queste proiezioni demografiche si differenziano dalle previsioni economiche convenzionali in cui l’elemento dell’incertezza è implicito: la maggior parte delle persone calcolate nelle proiezioni demografiche sono già nate, cosa che quindi rende le previsioni maggiormente certe e sicure.

Nei vari campi della previdenza sociale, in particolar mondo nell’ambito delle pensioni e della sanità, le attuali restrizioni finanziarie raramente sono state riflesso di questi andamenti demografici. I motivi di queste restrizioni risiedono, per quanto riguarda la spesa, nelle misure eccessivamente generose, e per quanto riguarda le entrate, nel rallentamento della crescita economica e nello sfaldamento strutturale del mercato del lavoro, particolarmente evidenti nei periodi di minore attività economica.

Tuttavia, questi problemi, tuttora presenti, saranno fortemente aggravati dai cambiamenti demografici, molti dei quali devono ancora avvenire. Intanto, in alcuni Paesi europei, questo crescente accumulo di problemi ha rafforzato la convinzione della necessità di attuare grandi riforme sia nella regolamentazione del mercato del lavoro, sia nel sistema previdenziale. Questo è di primaria importanza per affrontare efficacemente i futuri problemi derivanti dagli sviluppi demografici. Tuttavia, in tale contesto, la varietà nell’intensità e nelle modalità degli aggiustamenti al “Welfare State” è piuttosto ampia.

Nel campo del servizio sanitario nazionale assicurativo e organizzativo, i problemi che si profilano sono particolarmente complessi.

Il mercato della sanità è caratterizzato fortemente da asimmetrie informative a favore di coloro che offrono i servizi, che comportano un certo grado di espansione della domanda creata dall’offerta. In altre parole il sistema assicurativo sanitario è esposto a particolari problemi connessi al rischio soggettivo, con un conseguente aumento inefficiente dei servizi.

Infine, è difficile distinguere tra un aumento inefficiente dei servizi e un aumento dell’offerta conforme alle preferenze dei consumatori, disposti quindi a pagare. E la sanità pubblica, in questo senso, spesso incontra difficoltà nel fornire servizi efficienti e a basso costo.


Le implicazioni economiche e sociali della crisi

Le implicazioni degli attuali e crescenti problemi relativi che affliggono lo Stato assistenziale hanno importanti implicazioni sociali. In molti Paesi si sta profilando una vera e propria erosione delle fondamenta economiche del “Welfare State”.

Il problema insito negli sviluppi demografici deriva dal fatto che il mercato del lavoro si trova in uno squilibrio a volte grave, specialmente in molti Paesi europei. Ciò non è dovuto tanto ad un momento di debolezza economica. Ciò che è più problematico è il fatto che il tasso di disoccupazione è cresciuto nell’arco di un lungo periodo, da ciclo a ciclo - anche in Germania. Questo risulta evidente dai dati sui tassi di disoccupazione in cui sono stati estrapolati gli elementi dell’inflazione e delle fluttuazioni cicliche.

Ciò è inoltre dovuto ai problemi strutturali del mercato del lavoro, aggravati nettamente dai deficit di aggiustamento e dalla cattiva gestione del sistema previdenziali. In molti Paesi, gli incentivi al pensionamenti anticipati sono stati attuati da molti anni e sono, in generale, ancora fortemente in uso oggi. Sembra che i politici sperano ancora di poter ridurre o eludere i problemi del mercato del lavoro, riducendo la forza lavoro al costo dei fondi pensione.

Questo rappresenta però una strategia miope, non solo perché distrugge il potenziale produttivo degli elementi più anziani della forza lavoro, ma anche perché non considera le ripercussioni dei problemi del sistema previdenziale sul mercato del lavoro.

Se i contributi vengono ancorati al fattore lavoro, il già problematico elemento delle tasse ufficiali che alzano ulteriormente il costo del lavoro, inasprendo così i problemi dei datori di lavoro, viene ampliato dal pensionamento anticipato. In questo modo l’aggravio sulle basi economiche reali, prodotto da uno Stato assistenziale ipertrofico, diventa un classico esempio di circolo vizioso.

Questa conclusione deve essere considerata nel contesto sia della concorrenza nazionale che soprattutto di quella internazionale, che è in costante crescita da molto tempo e che presumibilmente continuerà a crescere. L’aumento della concorrenza si deve in parte al calo nei costi dei trasporti e delle comunicazioni e in parte alle politiche di “deregulation” e di apertura dei mercati.

Quest’ultimo fattore induce alcuni osservatori troppo rapidamente ad attribuire alla cosiddetta politica di globalizzazione la responsabilità dei problemi che affliggono il “Welfare State”. In realtà, la globalizzazione è accompagnata da un alto grado di trasparenza e di confronto tra le politiche economiche e sociali attuate dai rispettivi Paesi, e quindi dall’accresciuta concorrenza tra di esse.

In tale contesto, l’assistenzialismo redistributivo statale trova maggiori difficoltà a raggiungere i suoi obiettivi, particolarmente perché il capitale e - in misura crescente - il fattore lavoro maggiormente qualificato sono in grado di circolare con maggiore facilità. “Votare con i propri piedi” è diventata una delle sfide ai sistemi previdenziale nazionali che devono essere prese seriamente in considerazione.

Tali sistemi devono essere e rimanere competitivi anche rispetto all’organizzazione della solidarietà intergenerazionale. Se, a causa della globalizzazione, si riduce l’esigenza di continuare a far parte di una determinata società, aumenta di conseguenza la necessità di dare maggiore giustificazione alla redistribuzione. Ne conseguirebbe una maggiore concorrenza tra i sistemi previdenziali che potrebbe essere salutare.

Per il resto, secondo la dottrina economica prevalente, l’apertura e il libero commercio migliorano il benessere delle nazioni. Inoltre c’è da dire che la globalizzazione è un fenomeno che solo in piccola parte è dovuto all’iniziativa di chi governa. Sicuramente maggiore responsabilità è da attribuire all’evoluzione delle tecniche di comunicazione e dell’informatica, nonché nell’apertura e nella democratizzazione seguite al crollo della cosiddetta cortina di ferro.

La ricerca degli scambi internazionali di beni, delle attività finanziarie e soprattutto delle idee e delle informazioni può essere arginata solo temporaneamente e mai in modo permanente. L’ingegno umano non può essere soggetto per sempre al controllo statale.

I problemi affrontati dai sistemi statali assistenziali, come fino ad oggi descritti, sono principalmente quelli che affliggono i Paesi industrializzati. Ciò nonostante, la loro comprensione è istruttiva anche per le economie meno sviluppate, poiché molte di esse puntano a sistemi assistenziali sull’esempio delle nazioni più sviluppate, o quanto meno muovono in quella direzione. È auspicabile che tali Paesi si rendano consapevoli anche dei possibili effetti indesiderati e delle difficoltà o incapacità dei Paesi industrializzati ad attuare gli opportuni aggiustamenti.

Tuttavia, la crisi del “Welfare State” non deve essere vista in un contesto isolato. In definitiva, la crisi ha - come già accennato - implicazioni molto estese su tutta la società. Di conseguenza dovremmo guardarci dal consentire al pendolo di oscillare da un estremo all’altro.

Un assistenzialismo fuori controllo non può e non deve essere rimpiazzato da una sorta di Stato provvisorio. Sarebbe disastroso se l’esigenza di un aggiustamento portasse ad un totale crollo della solidarietà sociale o del sistema previdenziale sociale.

Una previdenza sociale adeguatamente organizzata e valutata, volta a ridurre i più elementari rischi insiti nella vita, apre le porte ad un sistema economico e sociale basato sulla divisione del lavoro e caratterizzato dalla mobilità e dalla stabilità. Ciò che occorre quindi non è il totale smantellamento del “Welfare State”, ma una sua riforma capace di conferirgli nuovamente una funzionale stabilità.

Questo implica di dover ridurre l’assistenzialismo, cresciuto in modo eccessivo in molti Paesi, a misura di uno Stato sociale vincolato sia dal principio di solidarietà che dal principio di sussidiarietà, e disposto ad accettare un maggior grado di responsabilità individuale. Questo deve essere l’obiettivo delle riforme attese ormai già da troppo tempo.


Alcuni orientamenti generali per le riforme

La riforma dei sistemi previdenziali in molti Paesi (e specialmente in quelli europei) è urgente e imprescindibile. Seppure questa affermazione generale è largamente condivisa oggi, almeno tra gli esperti, il dibattito diventa solitamente più controverso quando si affrontano le singole misure da adottare.

Inoltre, i politici - vedi quelli tedeschi - danno spesso l’impressione di rispondere ai gravi problemi, principalmente con misure ad hoc senza considerare sufficientemente l’interazione tra i diversi elementi del sistema globale e in particolare con il mercato del lavoro. A breve termine, i politici potranno in questo modo guadagnare tempo, ma a lungo termine, la fiducia nella loro capacità di risolvere i problemi svanirà progressivamente.

La Commissione sul cambiamento sociale e della società, della Conferenza Episcopale Tedesca, ha recentemente evidenziato l’urgente necessità per riforme di lungo termine, in un “testo d’impulso” dal titolo “Ripensare le questioni sociali”, ed ha tentato di fornire alcune linee guida in merito.

Sulla base di un orientamento di principio rivolto verso l’essere umano, la sussidiarietà e la solidarietà (nel senso di aiutare gli altri ad aiutare se stessi) sono considerati come modelli per le necessarie riforme. Solo sulla base di un senso di responsabilità individuale, come diritto e dovere, è possibile fare appello al principio di solidarietà, in un contesto sociale umano e pacifico. Ciò vale anche per la solidarietà intergenerazionale.

Tuttavia, a mio parere, tale solidarietà intergenerazionale non è solo una questione che attiene al rapporto tra coloro che sono adesso giovani e lavorano e coloro che sono anziani e in pensione, ma anche tra coloro che hanno avuto e cresciuto figli e coloro che invece non l’hanno fatto.

Analogamente sorge la questione - grazie al tema della tutela ambientale - di come la società nel suo insieme dovrebbe considerare l’eredità collettiva, e di quale insieme di beni materiali, non materiali e culturali essa abbia la capacità e la volontà di lasciare alle successive generazioni. Solo se l’analisi delle tre generazioni comprende questi punti, sarà in grado di far emergere un quadro d’insieme dei rapporti intergenerazionali.

Ma sorge quindi subito la questione di quali debbano e possano essere i soggetti di quel patto intergenerazionale a cui spesso si fa riferimento. Quali ambiti della vita dovrebbero e potrebbero costituire l’oggetto di norme che abbracciano un arco temporale che supera la singola generazione? Secondo quali principi dovrebbero essere definiti i diritti e i doveri? In base a quali condizioni potrebbero essere assicurati in modo duraturo l’equità intergenerazionale (distributiva), livelli adeguati di vita e l’efficienza economica?

Un tentativo di fornire degli orientamenti in questo complesso ambito è stato compiuto dalla Conferenza Episcopale Tedesca e dal Consiglio della Chiesa protestante in Germania, nel 1997, in una Dichiarazione congiunta sulla riforma del sistema pensionistico.

In tale documento, la solidarietà intergenerazionale è ricondotta principalmente nel concetto di sostenibilità. “L’attuale generazione non deve intraprendere attività economica, consumare risorse, pregiudicare la funzionalità e l’efficienza dell’economia, indebitarsi e inquinare l’ambiente, a spese dei propri figlie e nipoti. Le future generazioni hanno anch’esse il diritto di vivere in un ambiente intatto e di poterne sfruttare le risorse” (p. 49).

Il documento si astiene dal dare concrete raccomandazioni relative ai singoli aspetti delle riforme, mentre considera il criterio generale del “socialmente equo”, insieme alla prospettiva di lungo termine, come la condizione per confermare alle future generazioni la libertà di prendere le proprie decisioni. In altre parole: tra le caratteristiche dell’equità sociale vi è l’esigenza di un futuro non ingabbiato e di un sufficiente grado di libertà.

In termini economici, il valore (implicito) che la società attribuisce al godimento presente rispetto a quello futuro (tasso di preferenza sociale del tempo) è un fattore altamente rilevante per le decisioni politiche intertemporali in materia. Dopo tutto, anche lo Stato è soggetto a restrizioni finanziarie intertemporali, che in definitiva superano la logica dei singoli saldi di bilancio. Anche se una generazione può eludere queste restrizioni con minore o maggiore successo, la totalità delle generazioni considerate nel loro insieme non possono prescindervi.

Un approccio largamente condiviso oggi è quello del principio del differenziale, come sostenuto da John Rawls. Per i rapporti intergenerazionali, il principio dell’equo risparmio nasce dall’equiparazione dell’ “equo” al “giusto”: ogni generazione vorrebbe che la precedente generazione avesse accumulato capitale di cui beneficiare. Secondo Rawls, il risparmio a tal fine è equo se, a prescindere da quale generazione si appartiene, si è disposti ad accogliere il principio del risparmio (cfr. il prinicipio del "veil of unknowing" di Rawls).

Tale approccio alquanto filosofico può essere tuttavia di aiuto nel dibattito politico concreto quando, ad esempio, alla generazione più anziana viene rivolta la domanda se avrebbe accettato il carico fiscale che ora sta sostenendo la generazione più giovane, in forza delle vigenti norme del “Welfare State”.

Sulla base delle problematiche esposte, dovrà essere raggiunto un nuovo equilibrio tra le generazioni. A tale riguardo, riemerge la già citata questione di quali principi dover adottare.

In primo luogo, l’equilibrio nella distribuzione dei ruoli tra mercato e Stato deve essere rivisto. Lo Stato assistenziale ha sempre avuto anche un elemento paternalistico: “i poveri” devono essere un po’ educati e “forzati” per il loro bene. Ma questi aspetti non sono più attuali oggi.

Oggi, invece, il modello può solo essere quello di cittadini responsabili che hanno il diritto all’assistenza sotto determinate circostanze ma che possono e devono anche assumersi un grado di responsabilità personale assai più grande di prima.

Ai tempi in cui nacque lo Stato sociale, la disoccupazione o la malattia, ad esempio, erano letteralmente questioni di vita o di morte. Dire che questo non è più così nei Paesi sviluppati e industrializzati di oggi, non significa minimizzare il problema.

Oggi, anche le case dei destinatari dei maggiori benefici assistenziali possiedono beni che solo 30 anni fa erano simboli del benessere (auto, televisione, telefono, frigorifero). In aggiunta, i mercati del capitale e delle assicurazioni si sono sviluppati in modo vorticoso, tanto che la vecchia ipostesi dell’incapacità dei mercati di garantire la migliore allocazione delle risorse sembra sempre meno convincente.

In questo contesto di condizioni mutate, deve essere raggiunto un nuovo equilibrio tra postulato di solidarietà e principio di eguaglianza. Se l’efficienza complessiva del mercato deve produrre i suoi effetti nell’ambito delle pensioni e della sanità, maggiore importanza dovrà essere data all’equilibrio tra il servizio e il suo corrispettivo.

Quindi gli strumenti con i quali il “Welfare State” deve essere riformato dovranno essere commisurati non da ultimo, con i criteri della compatibilità con la convenienza economica e della conformità alle condizioni di mercato.


Alcune conclusioni sulla riforma delle pensioni

Per quanto riguarda il sistema pensionistico, sulla scorta di quanto già detto, né il livello assicurativo, né la gamma delle prestazioni dovranno più essere considerati intoccabili. I pensionati di domani non saranno più gli anziani poveri del passato. Basti solo pensare alla ricchezza che tale generazione probabilmente erediterà e che a sua volta lascerà a quella futura.

In generale, tali persone potranno quindi ragionevolmente accettare un grado inferiore di assicurazione pensionistica statale, anche perché saranno in gran parte capaci di compensarvi mediante riserve proprie.

Rispetto al metodo di finanziamento, questo implica che l’elemento del contributo individuale è destinato ad assumere maggiore importanza nel provvedere agli anziani. Non si tratta di un completo passaggio ad un esclusivo sistema di capitalizzazione [sistema dei fondi pensione in cui il risparmio viene accumulato per goderne alla pensione]. Piuttosto, l’inevitabile e prevedibile aggiustamento delle prestazioni proprie dei sistemi a ripartizione [“pay-as-you-go system”: sistema in cui le trattenute agli stipendi non vengono accumulate ma convertite direttamente in pensioni per gli anziani], automaticamente aumenterà l’importanza del contributo individuale. Questo vale non solo dal punto di vista della diversificazione del rischio ma anche da quello della redistribuzione intergenerazionale a discapito della generazione più anziana e a favore di quella più giovane.

Sistemi a ripartizione per l’assistenza agli anziani stanno sempre più dimostrando le loro difficoltà di finanziamento, e questo diventerà sempre più evidente. L’attuale dibattito in Germania è fortemente caratterizzato dai problemi ciclici e strutturali del mercato del lavoro, che stanno portando ad un’erosione delle fondamenta finanziarie del sistema pensionistico.

Attualmente stiamo vivendo un “intervallo demografico”, in quanto l’alto tasso di natalità degli anni del dopoguerra è ancora visibile nella forza lavoro, mentre la fascia in età di pensione è ancora relativamente contenuta a causa della seconda guerra mondiale. Dopo il 2010 sono attesi mutamenti drammatici, quando la popolazione nata durante il “baby boom” sarà andata in pensione. Già così, le attuali difficoltà di bilancio hanno portato ad una maggiore consapevolezza del problema derivante dai cambiamenti demografici.

Ma questi sviluppi non sono circoscritti alla Germania. In molti altri Paesi, come la Svezia o l’Italia, provvedimenti analoghi sono stati presi o sono in discussione. La finanziabilità dei sistemi a ripartizione sta giungendo ovunque ai suoi limiti naturali, e la sua soluzione non potrà ancora a lungo essere procrastinata, mascherata o elusa.

Nonostante le difficoltà nell’attuazione politica, pare che in molti Paesi stia crescendo la volontà di effettuare tagli nei livelli di prestazioni coperte dal sistema pensionistico statale, e al contempo di dare maggiore spazio ai fondi pensione individuali.

Tali riforme vanno generalmente nella direzione giusta, anche se rimane da vedere in molti casi se la loro portata sia adeguata. Tuttavia la responsabilità dei legislatori nel creare condizioni di base stabili, idonee ad un ordinato funzionamento del sistema finanziario internazionale aumenta con il crescere dell’importanza del mercato dei capitali.


Alcune conclusioni sulla riforma sanitaria

Nell’ambito del servizio sanitario, il mercato non opera in modo efficiente nella formazione dei prezzi. In molti casi la distribuzione dell’informazione è asimmetrica, consentendo all’offerta di controllare in una certa misura la domanda. Questo si deve in parte all’inadeguata trasparenza e all’anonimità del sistema sanitario. Ma l’eventuale maggiore rilievo dato al paziente, con un conseguente maggiore potere del consumatore, presupporrebbe un più alto grado di coinvolgimento dell’assicurato.

In molti Paesi sussistono diversi tipi di ostacoli alla concorrenza tra i fornitori del servizio. In questo contesto, è senza dubbio necessario un grande coraggio politico per tagliare il nodo gordiano. Non è infatti solo questione di redistribuzione intergenerazionale nell’ambito dell’assicurazione sanitaria nazionale: anche altre redistribuzioni di natura interpersonale (ad esempio rispetto al sesso, allo stato civile e alle condizioni salariali) hanno un loro ruolo.

Tuttavia, l’aspetto intergenerazionale aumenterà di significato anche in questo caso perché – diversamente dall’ambito del sistema pensionistico – la demografia diventa rilevante non solo attraverso il numero dei destinatari delle prestazioni ma anche attraverso il livello medio di spesa per prestazione.

Il crescente tasso di invecchiamento certamente si ripercuoterà sul servizio sanitario, nonché sulle pressioni per ulteriori misure correttive. Ma i prospetti in questo caso sono molto più difficili da interpretare rispetto a quelli delle pensioni di anzianità.

Certamente le tabelle di spesa delle società di assicurazione sanitaria mostrano che gli esborsi relativi alla salute sono più alti, quanto più anziano è il titolare della polizza. Tuttavia non è pacifico se ciò si applica per analogia anche all’intera società. Alcune ricerche rivelano che la spesa per la salute dipende meno dall’età del titolare della polizza, rispetto alla distanza temporale che lo separa dalla morte.

Infatti, l’aumento maggiore negli esborsi avviene sempre quando si affrontano gli ultimi e vani sforzi volti a prolungare la vita. Con l’aumento dell’aspettativa di vita non si verifica quindi un prolungamento della fase finale della vita, quanto piuttosto un suo spostamento in avanti.

Molti economisti del sistema sanitario hanno sostenuto che non è la struttura anagrafica di una società in sé che determina la spesa sanitaria, ma sono principalmente i progressi nella tecnologia medica, che nella maggior parte dei casi producono innovazioni che comportano maggiori spese.

Ciò nonostante, sorge la questione di chi e come si debba finanziare il crescente volume dei servizi di cura medica e di profilassi. Occorre ricordare in questo contesto che i tetti alle spese spesso caldeggiati dai politici sono spesso inopportuni. Dopo tutto, vi è il rischio che i nuovi beni e i nuovi servizi non si realizzino, e che non emergano innovazioni tecnologiche, che gli individui sarebbero stati disposti a pagare.

Nell’epoca della cura sanitaria, non è possibile individuare una tendenza uniforme a livello internazionale. Rispetto alle pensioni di anzianità, la popolazione che coinvolta nei servizi medici è molto più complessa, e le possibili soluzioni conseguentemente sono state e sono molteplici.

Esse variano da servizi sanitari nazionali come quello del Regno Unito, a sistemi di assicurazione sanitaria largamente nelle mani del mercato come negli Stati Uniti. Negli Stati Uniti, la spesa sanitaria ammonta a circa il 14% del prodotto interno lordo, mentre tale percentuale nel Regno Unito è di circa la metà.

A cosa si deve questa differenza? Le aspettative di vita tra i due Paesi non mostrano vantaggi per gli Stati Uniti; semmai è il contrario. Ovviamente una tale raffronto non è sufficiente per formulare un giudizio finale. Piuttosto, il benessere umano, che è così difficilmente misurabile, non è meno importante.

Una caratteristica importante nel dibattito sulla solidarietà intergenerazionale è rappresentata dal fatto che sempre più spesso viene sollevata la questione dell’appropriato contributo finanziario degli anziani alle loro cure sanitarie. In una popolazione in calo, non solo la parte più anziana della popolazione aumenta, ma aumenta anche il numero delle morti.

A prescindere da quale delle ipotesi di aumento dei costi giustificato dai mutamenti demografici riscuote maggiore consenso, la spesa sanitaria continuerà a salire. Al contempo, le persone più anziane continuano a contribuire in maniera minore al servizio sanitario nazionale. Questa sovvenzione degli anziani da parte dei giovani viene attualmente discussa animatamente in Giappone e in molti altri Paesi tra cui la Germania.

Solitamente vi sono appelli ad aumentare il contributo finanziario a carico delle generazioni più anziane. A tale riguardo, tuttavia, occorre tenere conto delle ripercussioni dei pagamenti individuali da parte degli anziani, sui possibili tagli alle prestazioni pagate dal sistema pensionistico statale, nonché dell’aggravio dei contributi personali per gli anziani.


La necessità di aggiustamenti di lungo termine

Soluzioni rapide ma soprattutto durature, ai problemi sono di urgente necessità. La pressione in favore di correttivi, che è gia alta, aumenterà nettamente tra non molto.

Rispetto all’urgenza, occorre ricordare che i cambiamenti necessari confliggono con i diritti garantiti dalla legge o almeno oggetto di credibili promesse, e quindi dovranno essere attuati, negli Stati di diritto, prevedendo al contempo sostanziali intervalli temporali o periodi transitori, al fine di salvaguardare la fiducia. Dopo tutto, non bisogna neanche rimanere totalmente acritici rispetto alle restrizioni politico economiche.

Una volta che i pensionati rappresenteranno il gruppo dominante degli elettori, diminuiranno le possibilità di attuare democraticamente riforme che richiedano loro dei sacrifici. Gli effetti di lungo termine, derivanti da riforme dilazionate o non affatto attuate, sono sostanziali e i costi che la società deve in tali casi sostenere sono conseguentemente alti a causa degli effetti derivanti dagli interessi composti.

Solo riforme veramente convincenti saranno capaci di ridare quella fiducia nelle politiche economiche e sociali, necessaria al recupero di chiare prospettive e di stabili aspettative. In un tale contesto chiaro e calcolabile, potrà emergere un nuovo dinamismo economico, necessario ad affrontare le sfide future ed essenziale per porre le basi di un “Welfare State” moderno, anche nelle nazioni industrializzate più “anziane”.