La Croazia si schiera a difesa del matrimonio naturale

Il referendum di domenica prossima chiede di inserire la dizione di matrimonio come "unione tra uomo e donna" nella Costituzione. Il 68% degli elettori è favorevole

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci | 402 hits

I sondaggi non lasciano adito a dubbi. Si annuncia infatti schiacciante la vittoria di quanti, in Croazia, chiedono di introdurre nella Costituzione la dizione di matrimonio come di un’esclusiva “unione di vita tra un uomo e una donna”. Il referendum si terrà domenica prossima, 1° dicembre, e mira a neutralizzare sul nascere ogni tentativo di legalizzare forme di matrimonio al di fuori di quello naturale.

La mobilitazione dei cittadini croati è iniziata la scorsa primavera, quando alcuni gruppi impegnati nell’associazionismo cattolico si sono riuniti sotto la sigla U ime obitelji (Nel nome della famiglia) e hanno lanciato una raccolta di firme per indire il referendum. Il risultato è stato sbalorditivo. Le 375mila firme (il 10% dell’elettorato) necessarie per rendere valida l’iniziativa popolare, come richiesto dalla legge croata, sono state raccolte in una settimana. Alla fine, le firme presentate sono state 710mila (oltre il 16% di tutta la popolazione croata, che ammonta a 4,2milioni).

Il merito dell’enorme successo va attribuito ai numerosi volontari che in breve tempo sono riusciti a organizzare più di 2mila punti di raccolta in tutto il Paese. Non solo dinanzi alle chiese parrocchiali, alle cappelle e ai conventi, i cittadini hanno potuto firmare anche in molti luoghi pubblici come le università, le piazze e i mercati.

L’iniziativa ha trovato sin da subito il sostegno esplicito della Conferenza episcopale croata. Ma non solo. A difesa del diritto naturale, si è costituito un vero e proprio fronte interconfessionale, in quanto anche i rappresentanti della Chiesa Ortodossa, della Comunità musulmana, nonché delle altre denominazioni cristiane hanno approvato gli obiettivi del referendum.

Minoritaria ma talvolta feroce è stata invece l’opposizione. I volontari hanno denunciato diverse aggressioni avvenute durante i loro banchetti ad opera di esponenti delle comunità omosessuali. Inoltre, hanno accusato il governo e i partiti politici della maggioranza (di centro-sinistra) di non spendere neanche una parola per condannare questi gesti.

La critica più pesante che è stata mossa nei confronti del governo, tuttavia, è quella di aver tentato di ostruire la riuscita dell’iniziativa. A guardare ai fatti risulta difficile dar torto a questi accusatori. La soglia di firme necessarie è stata alzata a quota 450mila dopo pochi giorni dall’inizio della raccolta. E poi, dopo l’annuncio degli organizzatori di aver raggiunto mezzo milione di firme, malgrado il parere negativo della Corte costituzionale, il governo ha imposto un passaggio parlamentare per rendere efficace il referendum. Considerando che la maggioranza occupa attualmente i 2/3 del Sabor (il parlamento croato), il tentativo di impedire la riuscita di questa iniziativa appare dunque palese.

Al di là delle decisioni che verranno prese, ciò che non potrà essere impedito sarà la libera espressione dei cittadini in merito al tema della famiglia. Sul sito di U ime obitelji si legge: “I cittadini croati sono assolutamente convinti dell’importanza di andare a votare domenica primo dicembre, per confermare la visione del matrimonio come unione di un uomo e di una donna, per tutta la vita. Per confermare che vogliono difendere questa comunità e i suoi diritti, e con essi la Costituzione croata. Per confermare che sono stanchi, stanchi di sentire ripetere la stessa bugia, stanchi di questo terrore di una minoranza contro la maggioranza”.

Una rilevazione demoscopica pubblicata in questi giorni conferma quanto afferma l’associazione promotrice dell’iniziativa. Il 68% degli intervistati dichiara, infatti, che domenica voterà a favore dell’introduzione della definizione di matrimonio come unione tra uomo e donna. I contrari sono il 27% e gli indecisi il 5%.

Sarà il terzo referendum nella storia di questo giovane Stato, dopo quello sull’indipendenza (che si è tenuto nel 1991) e quello dell’anno scorso, con il quale l’elettorato è stato chiamato a esprimersi sull’ingresso nell’Unione europea. Stavolta non è previsto un quorum. E nemmeno il plauso di gran parte di coloro i quali, nel resto d’Europa, esultarono ai risultati dei due referendum precedenti.