La cultura dei Santi

Vittore Carpaccio, "La visione di Sant'Agostino", Venezia

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 355 hits

La visione di Sant’Agostino costituisce la scena finale di un trittico di opere dedicate alla vita di San Gerolamo, dipinte da Carpaccio per la Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, a Venezia.

Le prime due opere del ciclo rappresentano San Gerolamo che conduce il leone nel monastero e Il funerale di San Gerolamo. La prima si riferisce al noto episodio - riportato anche dalla Legenda aurea di Jacopo da Varazze - della benevolenza dimostrata dal Santo nei confronti di un leone, divenuto poi ospite mansueto del suo monastero, la seconda alle esequie del Santo dalmata. Il terzo telere, invece, sembra uscire dal tema, concentrando l’attenzione su un altro santo, contemporaneo di Gerolamo, ovvero sant’Agostino di Ippona. La scelta sembra inconsueta, e le sue motivazioni possono essere molteplici, ma si radica in un significato profondo, che ha la propria fonte letteraria nella raccolta apocrifa Hieronymus, vita et transitum, molto diffusa nel suo volgarizzamento, più volte stampato a Venezia con il titolo La vita, el transito et gli miracoli del beatissimo Hieronimo; altra fonte è anche il Catalogus sanctorum di Pietro de’ Natali. Da qui si apprende la storia che Agostino, volendo scrivere un trattato sulla condizione di gioia della anime beate, avrebbe scritto una lettera a Gerolamo proprio per interpellarlo su questo argomento; ma proprio mentre Agostino stava scrivendo la lettera, Gerolamo stava morendo, e allora una luce soprannaturale aveva invaso la stanza di Agostino, insieme a una soave fragranza. Dunque Carpaccio sceglie di rappresentare il primo miracolo compiuto da Gerolamo post mortem, proseguendo e approfondendo la meditazione aperta nelle altre due opere. Infatti, la carità di Gerolamo, che vediamo espressa nei confronti di un leone ferito, è anche il tema della terza tela, dove si fa carità intellettuale nella communio sanctorum; e la morte di Gerolamo, messa a tema nel telere dei funerali in modo narrativo, diviene anche il soggetto della terza opera, ma non più in termini narrativi, bensì mistici.

Sia Agostino che Gerolamo sono due santi eccellenti nella carità e nello studio; entrambi vengono infatti sovente rappresentati proprio mentre leggono, scrivono, meditano; e il loro ambiente di studio è loro attributo iconografico. Entrambi sono esempi sublimi della cultura pagana che sa convertirsi e diventare nuova in Cristo.

Infatti, è ben noto sia il lungo percorso culturale e spirituale di Agostino, che lo condusse al Cristianesimo, narrato in maniera insuperabile dallo stesso Santo nelle sue Confessioni; e ben noto è anche il dilemma vissuto interiormente da Gerolamo, nel timore di essere più Ciceronianus, cioè amante delle lettere classiche, che Christianus. Egli, infatti, nel 375 racconta, in uno dei passi dei suoi ricchissimi testi, di essere stato rapito in spirito davanti al Giudice divino, il quale severamente lo aveva rimproverato: "Ciceronianus es, non christianus" (“Sei ciceroniano, non cristiano”). Proprio dopo questo terribile giudizio, egli si era ritirato nel deserto della Calcide per dedicare tutti i suoi studi all'apprendimento dell'ebraico.

Gli elementi rappresentati con cura nella studio di Agostino dipinto da Carpaccio raccontano un mondo culturale vasto, che sa far proprio ogni elemento delle scienze e delle arti, riconducendole a Cristo: infatti una statua del Risorto è al centro di tutto.

Agostino e Gerolamo sanno dialogare perché sopra a tutto vogliono e sanno ricevere la luce di Gesù Cristo; tutto viene riletto alla sua luce e tutto si fa nuovo agli occhi della fede.

Il volto di Agostino dipinto da Carpaccio potrebbe essere il ritratto del cardinale Bessarione, benefattore della fraternita dalmata della Scuola di San Giorgio. Ma molti elementi conducono piuttosto a pensare che potrebbe essere il ritratto di Angelo Leonino, vescovo di Tivoli e legato apostolico a Venezia, che il 22 giugno 1502 aveva concesso una indulgenza a questa istituzione.  In entrambi i casi si tratta di un omaggio che non diminuisce, bensì esalta, il tema trattato.

Si tratta di una profonda riflessione sull’uomo, sulle sue capacità di conoscenza, sul suo destino ultimo.

La riflessione sulla morte viene aperta dalle capacità naturali dell’uomo ma trova risposta solo nella fede, e infine diventa silenzio, ascolto, pura contemplazione.

Infatti, Carpaccio dipinge Agostino sospeso, egli ha smesso di scrivere, la penna rimane sollevata, lo sguardo sembra fisso su qualcosa che commuove e sorprende, qualcosa che noi non vediamo direttamente rappresentato, ma è nella luce stessa che illumina ogni cosa e prima di tutto gli occhi di Agostino.

Allora il tema della morte si svela tema della luce; la ricerca della cultura, quando è correttamente rivolta verso la luce, riceve luce. La vera cultura è cultivatio animi;  San Tommaso d’Aquino distingue due tipologie di coltivazione: «in due modi possiamo coltivare qualcosa: o per migliorarla, e in questo modo coltiviamo un campo o cose del genere; oppure per migliorare noi stessi attraverso di essa: in questo modo, per esempio, l’uomo coltiva la sapienza». La cultura è dunque la coltivazione di sé per migliorare se stessi; tra le coltivazioni che noi effettuiamo per migliorare noi stessi, è compreso anche il “culto”, ovvero la coltivazione di Dio. Tommaso, in modo significativo continua: «Dio dunque ci coltiva perché dalla sua opera noi risultiamo migliorati […] Noi invece, coltiviamo Dio per migliorare noi stessi attraverso di lui: certo non arando, ma adorando» (Super evangelium S. Joannis lectura, 15, l. 1).

La cultura dei santi Agostino e Gerolamo è vera coltivazione di sé; sono riusciti a coltivare talenti e a edificare se stessi, ma soprattutto si sono lasciati coltivare da Dio, adorandolo e esponendosi alla sua luce, che è la vera felicità beata.

Il momento descritto da Carpaccio dovrebbe essere, secondo le fonti, quello della compieta, dunque dovrebbe essere sera: eppure tutto è illuminato.

A proposito di questa luce, lo storico dell’arte Augusto Gentili scrive: «magica luce che fa giorno sub noctis initium, e sorprende Agostino e incuriosisce il cane, inonda la stanza e stende lunghe ombre appuntite, spolvera le pareti e il soffitto, trae bagliori dalla statua del Cristo risorto e dal rosso e dall’oro della sua nichcia, scandisce gli oggetti, che non son pochi, uno ad uno. È una luce che si definisce, si riconosce, si comprende dalla reazione di un uomo, di un animale, delle cose. È una luce che non marca il suo percorso –peraltro chiarissimo, segnalato dal santo e dal cane rivolti alla finestra nonché dalla direzione delle ombre- perché è luce soprannaturale, luce simbolica: allora come oggi, è riservata a chi spende la vita e impegna l’intelletto a guadagnarsela» (A. Gentili, Le storie di Carpaccio, Marsilio, Venezia 1996, p. 66): più che un guadagno, è sempre un dono.

Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio. Website www.rodolfopapa.it Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail: rodolfo_papa@infinito.it.