La difesa dei cristiani in Medio Oriente (Seconda parte)

Il patriarca caldeo iracheno, Louis Sako, spiega come è possibile aiutare concretamente i nostri correligionari in difficoltà

Roma, (Zenit.org) Junno De Jesús Arocho Esteves | 344 hits

[La prima parte è stata pubblicata ieri, mercoledì 27 novembre]

In qualità di patriarca della Chiesa Caldea, in che modo lei incoraggia a rimanere i cristiani che vivono nella paura di una crescente violenza?

Patriarca Sako: Devono leggere la storia del cristianesimo nella loro terra. Nel corso dei secoli abbiamo avuto sfide e difficoltà ma i nostri correligionari sono rimasti e hanno dato testimonianza di valori umani e cristiani. Oggi vi sono problemi ma noi siamo parte di questa nazione e di questo paese. Come cristiano, se davvero mi sento come tale, anche se laico, sono un missionario. Quindi i cristiani hanno questa responsabilità di diffondere il Vangelo in molti modi. Magari non necessariamente predicando per le strade ma quantomeno vivendo in modo cristiano. Questa è una testimonianza molto importante.

Ci sono problemi ma possiamo risolverli. Se ci sono problemi di sicurezza, i cristiani possono spostarsi in regioni o città più sicure. Nel Nord del paese la situazione è molto tranquilla. Inoltre, se hanno bisogno di aiuto, come Chiesa li aiutiamo. Possiamo aiutarli a rimanere e a costruire il loro futuro insieme, se lo vogliono, anche con gli altri. La popolazione irachena, il popolo musulmano, non sono cattivi. Non tutti i musulmani sono fanatici, né violenti ma solo alcuni gruppi, che anche il popolo avversa. Se siamo in grado di unire le nostre comunità con pazienza e speranza, sono sicuro che possiamo contribuire ad un futuro migliore.

Lei ha fatto molto per migliorare le relazioni con i Musulmani, specialmente con i leader religiosi di Kirkuk. Ci sono altre iniziative che lei ha in programma per incentivare il dialogo con il mondo musulmani?

Patriarca Sako: Come lei sa, a Baghdad abbiamo provato a instaurare dei rapporti con le autorità musulmane, anche con il governo. Ho incontrato tre volte il primo ministro e ho anche provato a riconciliare il governo con un leader musulmano. Ho fatto loro questa proposta dopo il Sinodo dei vescovi del Medio Oriente del 2010. Li visitiamo anche quando si verifica un problema o un’opportunità di incontro ma anche quando ci sono degli attacchi. Ho mandato un messaggio di solidarietà ai nostri fratelli musulmani e, dal momento della mia elezione ad oggi, nessuno cristiano è stato attaccato. Tuttavia, da dieci anni, i cristiani hanno perso la loro fiducia e la paura è diffusa. C’è preoccupazione ma al momento nessuno è contro di loro. Anche in precedenza, nei momenti degli attacchi e delle persecuzioni, la cosa era politicizzata. Ci sono alcuni casi perché permangono fanatici che non vogliono che i Cristiani vivano lì. Questa, tuttavia, non è politica.

C’è qualcosa di particolare nelle parole o nei gesti di papa Francesco riguardo al Medio Oriente che l’ha particolarmente colpita?

Patriarca Sako: Ho sempre parlato di un progetto di integrazione di tutti i cittadini nella loro cittadinanza, perché tutti vivano secondo gli stessi standard della religione maggioritaria. Il Papa lo ha davvero sottolineato, dicendo che abbiamo sostenuto il progetto di un’equa cittadinanza per tutti. Quasi sette mesi fa, in un articolo ho scritto che i nostri paesi non devono scadere nella “tolleranza”: essa è un concetto negativo, è come dire: “io non piaccio”. Questo è offensivo per le minoranze, per chi non è musulmano. Tuttavia la cittadinanza sta a significare che siamo tutti uguali. La religione è qualcosa di personale tra me e Dio. È vero, c’è un background culturale musulmano e non siamo contro di esso, ma imporre la legge islamica, la Sharia, su tutto, è inaccettabile. Non è logico, non può essere fatto.

Quali sono le sue speranze dopo i tre giorni di incontri con il Santo Padre?

Patriarca Sako: Le speranze sono molte. In primo luogo, la solidarietà e la vicinanza di tutti i partecipanti all’Assemblea Plenaria. Tutti hanno dimostrato la propria solidarietà, che abbiamo espresso in molte occasioni e in molti modi. Ad esempio con le visite della Santa Sede o delle conferenze episcopali, per sostenerci economicamente o nei nostri progetti. Abbiamo chiesto a molti di aprire un dialogo con le autorità musulmane, per cambiare il dialogo interreligioso, per non provocare tensioni. Il dialogo religioso dovrebbe essere per la pace, per la coesistenza e la collaborazione con tutti. Anche la Santa Sede e la comunità internazionale possono avere un impatto nel rispetto dei diritti umani in quei paesi del Medio Oriente. Anche per incoraggiare le chiese ad essere più forti e più unite e forse per incoraggiarle a rimanere, ma anche per formarle attraverso i loro leader. Abbiamo avuto molti sacerdoti iracheni che hanno lasciato il paese e questo è uno scandalo. Ora abbiamo parrocchie senza parroci. Un sacerdote dovrebbe stare lì ed essere un pastore anche se è da solo, per essere semplicemente un buon pastore.

Molti nostri lettori seguono la situazione in Medio Oriente. Come è possibile aiutare i loro fratelli cristiani?

Patriarca Sako: Innanzitutto pregando, perché è segno di comunione spirituale. Come lei sa, il miracolo in Siria è avvenuto grazie alla preghiera e al digiuno. E questo potrà ripetersi. Si può anche, però, diffondere questa cultura del dialogo, chiedendo agli altri il rispetto della diversità. Magari, nei luoghi degli scontri, è possibile manifestare il proprio sostegno condannando le aggressioni contro i cristiani innocenti in Iraq e in Siria.

Si può anche chiedere ai propri governi di essere onesti e di porsi al fianco di chi soffre o è perseguitato. I politici non sono solo i leader di un gruppo ristretto ma sono anche responsabili, ad esempio, per mezzo delle Nazioni Unite e di altre agenzie internazionali. I cristiani devono mantenere le loro voci forti e chiare.