La dignità umana deve essere sottratta alla manipolazione

Speciale Manifesto 2 | Un contributo di riflessione

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di Michele Cascavilla*

ROMA, domenica, 16 dicembre 2012 (ZENIT.org).- Il Manifesto Scienza e cura della vita: educazione alla democrazia elaborato da Scienza & Vita, al di là dell’andamento semplice e chiaro delle sue formulazioni, richiama problematiche di grande complessità e di grande rilievo etico, giuridico e politico. Una di queste è quella che riguarda il rapporto tra il rispetto di valori e di diritti fondamentali e la vigenza di un sistema politico democratico. Citando un passo del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa il Manifesto ricorda che una autentica democrazia non si risolve in un mero «rispetto formale di regole», ma implica l’accettazione di «valori che ispirano le procedure democratiche» e che consistono nella «dignità di ogni persona umana», nel «rispetto dei diritti dell’uomo, nel «bene comune come fine e criterio regolativo della vita politica» (n. 407). Da tale formulazione si intuisce che la democrazia è un pregevole sistema di organizzazione della vita politica al servizio di valori che la superano (dignità della persona umana, diritti dell’uomo, bene comune) e che, in un certo senso, costituiscono il fondamento della sua legittimità o della sua giustizia.

Ora, in autorevoli esponenti del pensiero filosofico giuridico e politico contemporaneo, si sono manifestate al riguardo posizioni che apparentemente sembrano andare nella auspicata direzione di tenere insieme la buona prassi democratica, il rispetto per i diritti umani e il perseguimento del bene comune, ma che, ad una attenta analisi, si configurano come rischiose e fuorvianti interpretazioni del modo in cui tali istanze si interconnettono e si implementano nella realtà sociale e politica.

In Habermas, ad esempio, è chiara la consapevolezza del valore di un sistema democratico, come insieme delle procedure discorsive e comunicative che garantiscono la partecipazione di tutti ai processi di formazione dell’opinione pubblica e della volontà generale. È chiara la percezione della finalizzazione delle decisioni legislative, espressione della sovranità popolare, al raggiungimento del bene comune. È chiara anche l’importanza dei diritti umani come principi di legittimazione dell’ordine politico democratico, dato che la conditio sine qua non del corretto funzionamento di tale sistema viene da lui ravvisata proprio nel riconoscimento e nell’attuazione di quei diritti civili, politici e sociali che consentono l’effettiva partecipazione di tutti i cittadini alla vita collettiva.

Questo autore arriva anche a teorizzare un fondamento morale dei diritti umani, razionalmente argomentabile, per sottrarli alle disposizioni arbitrarie del potere politico. Ma il suo discorso rimane ambiguo su questo punto, anzi le sue posizioni assumono alla fine una impostazione marcatamente positivistica che lo porta a ritenere che anche i contenuti fondamentali dei diritti siano oggetto di contrattazione pubblica nell’ambito di quei meccanismi comunicativi e discorsivi attraverso i quali si forma la volontà collettiva sovrana. In questo modo, la verità dei diritti umani e del bene comune viene sacrificata alle logiche e alle procedure democratiche, perché nessun reale valore o principio viene presupposto al consenso politico. Nel suo orizzonte di pensiero sarebbe ben possibile che le decisioni politiche, sebbene assunte correttamente secondo procedure democratiche, possano contrastare con il bene umano che i diritti sono chiamati a difendere e tutelare.

È importante allora tenere ferma l’idea che la dignità umana e i diritti dell’uomo sono valori che ispirano la democrazia ma che sono sottratti alla manipolazione del potere politico, benché democraticamente esercitato. Essi sono giustificati in una dimensione che precede la formazione del consenso politico, il quale rimane, comunque, un fondamentale criterio deliberativo nella scelta e nella messa in atto di strategie per la realizzazione di obiettivi di giustizia. Soltanto a questa condizione si evita di cadere nell’errore dello iustum quia iussum.

Secondo una lucida osservazione di Rosmini, la filosofia del diritto precede la filosofia della politica nel senso che alla prima spetta di fissare i criteri per stabilire i diritti conformi a giustizia, alla seconda spetta di trovare le più efficaci modalità della loro implementazione. Il suo insegnamento, in sostanza, è che la politica non può mai diventare arbitra della giustizia, per quanto corretto possa essere il mezzo scelto per l’assunzione delle deliberazioni. Se il consenso politico diventasse il criterio del riconoscimento dei diritti e della dignità umana si cadrebbe in un paradossale circolo vizioso: e cioè che i diritti, che sono il fondamento di legittimità del sistema democratico, sarebbero nello stesso tempo anche l’oggetto delle sue determinazioni. Si tratterebbe in fondo di una auto-legittimazione del potere democratico che non comporterebbe alcun argine alla sua sfera decisionale.

Ma, seguendo la retta ragione, siamo portati a convenire che tutto si può affidare alla disciplina deliberativa della democrazia tranne le condizioni di possibilità della sua esistenza, altrimenti si ammetterebbe la possibilità di un auto-dissolvimento della democrazia democraticamente sancito. E le condizioni di possibilità della democrazia vanno ravvisate nel giusto ordine delle relazioni sociali che si attua quando a ciascuno vengono riconosciuti e resi i suoi diritti inviolabili (suum cuique tribuere), primo tra tutti quello alla vita. Quando, nel Manifesto di Scienza & Vita, si dichiara che «fondamento della democrazia è la rilevanza per l’intero corpo sociale – in pari dignità, diritti e doveri – di ciascun individuo umano, con particolare attenzione per la tutela di coloro che si trovano in condizioni di particolare vulnerabilità, come, per esempio, nello stato di malattia o di diversa abilità», oppure che «fondamento della democrazia è la premura verso la realtà esistenziale di ogni essere umano, la quale presuppone il rispetto del diritto alla vita», si va a toccare proprio quella dimensione di verità che deve essere presupposta alla stessa democrazia, in quanto suo principio fondativo e suo criterio di giustificazione. Soltanto a condizione di una chiara percezione di queste implicazioni si può pervenire a una corretta declinazione dei concetti di diritti umani, di dignità della persona, di bene comune e di democrazia per un giusto e efficace rispetto del bene umano e dell’ordine sociale.

* Professore Ordinario
Sociologia del Diritto
Facoltà di Scienze Sociali
Università “G. D’Annunzio “ di Chieti –Pescara

(Per consultare la newsletter di Scienza & Vita, si può cliccare sul seguente link: http://www.scienzaevita.org/materiale/Newsletter61.pdf)