La dimensione relazionale, chiave della pastorale per i senza fissa dimora

Nel documento conclusivo del I° Incontro internazionale su questo tema

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di Mirko Testa

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 20 febbraio 2008 (ZENIT.org).- La povertà materiale e il disagio psicologico che spingono molte persone a vivere sulla strada spesso nascondono scenari legati a una vita relazionale inaridita che interpellano in prima persona le comunità religiose e le autorità civili.

E’ questo in breve il messaggio al centro del documento finale del I° Incontro internazionale di pastorale per i senza fissa dimora, che si è svolto presso il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, in Vaticano, il 26 e 27 novembre 2007.

Alla due giorni di studio sul tema “In Cristo e con la Chiesa a servizio dei senza fissa dimora (clochard)”, avevano partecipato cinquanta tra Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, membri di associazioni di apostolato e di volontariato, in rappresentanza di 28 Paesi di 4 continenti.

Il documento delinea, nelle sue sfaccettature, questo fenomeno globale in continua crescita sia tra le diverse fasce della popolazione che nelle grandi città come nelle zone rurali, e traccia le linee guida per un rinnovato piano d’azione rivolgendo 36 raccomandazioni alla società e alla Chiesa.

Innanzitutto, si sottolinea la necessità di riportare il dibattito sul piano della mancata tutela dei diritti umani fondamentali: “I senza fissa dimora devono essere considerati portatori di diritti e non considerati soltanto come un catalogo di necessità da soddisfare”.

Tuttavia, si avverte, questo non può essere sciolto da una mentalità che consideri ognuna di queste persone come un “essere unico e irripetibile” che “ha la sua storia e problemi specifici che vanno conosciuti e affrontati”, e non guardi alla povertà come a una “colpa”, “esito di una vita senza valori”.

Successivamente, si dà rilievo alla dimensione relazionale come al valore fondamentale che deve fare da sfondo a tutte le scelte o attività pastorali rivolte a una promozione umana dei senza fissa dimora.

A questo proposito si afferma che “la dimensione della carenza relazionale è elemento che può circoscrivere e provocare una vita di povertà” e che a partire da ciò occorre tracciare “un itinerario verso una maggiore fiducia, una vita vera e significativa, nella quale ogni altra persona può essere considerata un amico”.

“In una società che legge i rapporti sociali in funzione di tornaconti economici, la Chiesa si assume la missione di restituire il valore della gratuità, della relazione nel suo senso più profondo”, è scritto.

Il documento passa poi a fornire raccomandazioni concrete alla società: formazione di una “rete locale” per un “coordinamento intra-ecclesiale ed extra-ecclesiale”; sensibilizzazione sul problema per rifuggire da stigmatizzazioni e approdare a “una logica di vera inclusione”; sostegno al lavoro, all'abitazione, alle cure psicologiche e all'accompagnamento educativo; suddivisione delle responsabilità fra le autorità civili, centrali e locali; e “promozione della qualità della vita”.

In tale ambito la Chiesa è invece chiamata a una cura pastorale intesa in senso ampio come risposta alle necessità materiali e spirituali, improntata alla “verità nell'esercizio della carità”, di “una carità profetica”.

“Seguendo l’esempio di Cristo, è necessario ascoltarli, dare spazio alla fiducia e creare relazioni. A tal fine, la Chiesa vada loro incontro sulla strada, in positivo coinvolgimento”, si legge.

Nel documento si pone quindi l'accento sulla necessità di “promuovere la collaborazione tra istituzioni ecclesiali, mettendo fine alla tendenza di operare da soli, talvolta con spirito di competizione”, di incoraggiare “un’appropriata cooperazione con le autorità civili, con altre denominazioni religiose e con istituzioni non confessionali che condividono le medesime preoccupazioni e finalità”, come pure le iniziative ecumeniche.

L'importante è “fornire uno stimolo a partecipare alla vita sociale ed ecclesiale [...] evitando di creare dipendenze”.

“Nelle parrocchie si promuovano buone relazioni familiari e comunitarie – raccomanda il documento –, in modo che siano individuati i bisogni emergenti in loco e si provveda ad un’azione preventiva, capace di arginare l’insorgere del fenomeno dei senza fissa dimora”.

Anche in ambito liturgico si consiglia di esprimere tale sollecitudine pastorale “mediante segni liturgici che manifestino la centralità dei poveri nel cuore di Dio”, con un'attenzione a trattare nelle omelie e nelle diverse forme di catechesi “le sventure dei senza fissa dimora e le conseguenti risposte cristiane”.

Tra le diverse soluzioni pratiche si suggerisce di mettere a disposizione “per abitazioni economiche e ospizi” “beni ecclesiali inutilizzati”.

In ambito territoriale, le parrocchie vengono chiamate a comportarsi da “comunità di accoglienza” in grado di individuare rapidamente il bisogno e offrire “risposte flessibili, che rifuggono dalla 'burocratizzazione'”.

Pur ribadendo poi l'importanza di una formazione adeguata di seminaristi, religiosi e operatori pastorali, il documento invita a incoraggiare “una maggior presenza del diaconato permanente nel servizio ai poveri e ai senza fissa dimora”.

“Le persone senza fissa dimora – continuna il documento – siano messe in condizione di potersi esprimere nella Chiesa e negli eventi pubblici”, “ nella dimensione tipica del teatro o degli altri mezzi di comunicazione”.

“Ogni occasione intesa a 'dare voce a chi non ha voce' (si veda l’esperienza dei cosiddetti giornali di strada) è una possibilità in grado di cambiare la percezione che le persone senza dimora fissa hanno di se stesse, ma anche la considerazione e la comprensione della società nei loro confronti”, si afferma infine.