La dimensione sacerdotale, profetica e regale al centro del Servizio Pastorale

Intervista a don Giuseppe Magrin, nuovo presidente dell'Unione Apostolica del Clero

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di José Antonio Varela Vidal

ROMA, martedì, 6 novembre 2012 (ZENIT.org) – Si è da poco conclusa l’Assemblea Internazionale della Unione Apostolica del Clero (UAC), un importante evento con cui si è voluto celebrare il 150° anniversario della fondazione. Nell’ambito dell’Assemblea, inaugurata dal saluto di Benedetto XVI attraverso il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, è stato eletto come presidente internazionale il presbitero italiano Giuseppe Magrin, che ZENIT ha incontrato per l’intervista riportata di seguito.

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Come ha accolto questa scelta dei suoi confratelli, membri dell'UAC, riuniti a Roma?

Don Magrin: Conoscevo la scadenza dei due mandati per il presidente internazionale dell’UAC, l’infaticabile mons. Julio Daniel Botía Aponte di Colombia. Mi sto domandando perché alla mia “venerabile” età i miei confratelli mi abbiano richiamato alla Presidenza internazionale, dopo 8 anni dall’ultimo mio lungo servizio di presidenza svolto dal 1991 al 2004. Uno di loro mi ha detto: “Se muori prima degli 80 anni, quando terminerebbe il tuo mandato, c’è già chi ti può sostituire. Intanto continua ad essere giovanile”.

Sono tanti anni quindi che lei è a servizio alla Chiesa?

Don Magrin: Continuo il lavoro specifico in cui Dio mi ha incanalato da 30 anni, contro le previsioni mie e dei miei confratelli padovani. Se avevo un’attesa quando fui ordinato prete, era di continuare gli studi biblici e dedicarmi interamente ad essi. Ma il mio vescovo di allora non lo capì. Forse fu lo Spirito Santo a non farglielo capire per indirizzarmi su questa via, sia come missionario “fidei donum” in Kenya, sia al mio ritorno in diocesi come parroco di Carpané di San Nazario per 6 anni, e poi alla presidenza nazionale dell’UAC. Dalla Presidenza Nazionale per l’Italia, durata 9 anni,  alla candidatura per l’Internazionale voluta dal predecessore, mons. Joseph Madec, è stato un susseguirsi di avvenimenti che mi hanno fatto capire che cosa il buon Dio mi chiedeva.

Cosa prova davanti a questi altri quattro anni alla guida dell’UAC?

Don Magrin: Ho accettato; e come sempre, con il coraggio incosciente se non proprio insipiente, di chi può spendersi finché la buona salute lo regge. Qualcuno ha detto che sono un bugiardo perché dimostro dieci anni di meno… Devo perciò dedicarmi corpo e anima, per non smentirmi nella mia “bugia”.

Quali saranno le sue principali di attività come presidente?

Don Magrin: Teniamo in conto che l’Unione Apostolica del Clero è una Confederazione internazionale di Gruppi diocesani, strutturata come Associazione sul modello “ecumenico” di “Chiesa universale comunione di Chiese locali”. Teniamo anche in conto che in una Nazione, i responsabili delle diocesi si costituiscono in Conferenza episcopale, e perciò i Gruppi diocesani nazionali sono approvati dai rispettivi vescovi e si costituiscono in Federazione nazionale, con un rispettivo Presidente. Su questa idea di “collegialità” organizzativa e operativa si muoverà la Presidenza internazionale.

Personalmente poi farò in modo che diventino animatoriappassionati” i Presidenti nazionali in sintonia con i rispettivi Consiglieri Continentali. Si mira ad avere il Gruppo UAC in ogni diocesi delle Nazioni in cui l’UAC esiste e soprattutto dove non esiste ancora. E quest’ultimo è il compito del Consigliere Continentale. Il Presidente internazionale non li sostituirà ma li aiuterà, anche economicamente se occorre, a parte la difficoltà di trovare finanziamenti sia tra i membri dell’UAC sia da amici esterni. Ma chi s’appassiona e fa appassionare, trova…

Si svolgeranno altri progetti?

Don Magrin: Un settore scoperto è quello di un Centro Studi per approfondire due coordinate del clero diocesano: il triplice ministero nella sua unitarietà e nella sua specificità diaconale, presbiterale ed episcopale, nonché la Spiritualità diocesana. Da anni propongo alla Santa Sede, una Commissione interdicasteriale (Congregazioni dei Vescovi, del Clero, di Propaganda Fide, delle Chiese Orientali, per l’Educazione cattolica) per studiarle a fondo non dando tutto per scontato.

In questo senso sentiamo di dover essere una voce profetica per tutto il Popolo di Dio, a partire dalla Diocesi e dalla parrocchia non intesa come contenitore di Gruppi e Movimenti o Distributore di servizi, ma come Comunità evangelizzante. Si dovrà rivedere, poi, l’Unione Apostolica dei Laici, interfaccia laicale dell’UAC, fondata il 1° gennaio del 2000 con suoi membri e suoi statuti, finita in un vicolo cieco, esclusi i gruppi UAL del Congo-Kinshasa e dell’Angola, molto vivaci.

La sua elezione è avvenuta nel contesto del Sinodo della Nuova Evangelizzazione. Come risponderà l'UAC a questa sfida della Chiesa universale?

Don Magrin: Ho sempre definito l’UAC come Associazione “anomala”, perché non ha né spiritualità propria, né mezzi o fini propri, ma intende vivere tutto ciò che i Ministri Ordinati di una diocesi dovrebbero vivere. Si distingue solo per una passione particolare nel crescere e far crescere il proprio clero diocesano in qualità e numero,  a partire da un riscoperto senso della comunione sacramentale che unisce tutti i ministri Ordinati e dell’incardinazioneche li lega sponsalmente alla propria comunità diocesana. Infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce l’Ordina sacro come uno dei due Sacramenti del Servizio della Comunione ecclesiale; l’altro è il Sacramento del Matrimonio. Riteniamo che ambedue sono i sacramenti più in crisi,e quelli che meno li comprendono, spesso sembrano coloro che li ricevono. Altrimenti non ci sarebbero tante infedeltà e abbandoni…

Quindi…

Don Magrin: Quindi, attenzione fortissima alle famiglie da cui provengono le vocazioni, alle vocazioni specifiche al Ministero Ordinato non confondendole con le vocazioni religiose e missionarie; attenzione ai preti diaconi e vescovi in crisi per voglia di carriera o di abbandono. Io vengo da una famiglia di 15 fratelli di cui 8 sono consacrati; ma i genitori erano cristiani “al superlativo”.

Secondo lei, come dovrebbe essere il presbitero e il diacono permanente nella Nuova Evangelizzazione?

Don Magrin: C’è tutta una ridefinizione del Diaconato e del Presbiterato, da fare dentro e non sopra il Popolo di Dio, con un Vescovo che ha la pienezza sì, ma del ministero Ordinato. Ci proponiamo di sollecitare questo approfondimento non partendo dalle funzioni di ciascuno, ma dalle dimensioni “sacerdotale, profetica e regale” del Popolo di Dio, come ambiti del Servizio Pastorale: l’ambito sacerdotale (per il Vescovo con i suoi presbiteri),  profetico e regale (per il Vescovo con i suoi diaconi).

Come dovrebbe essere conformata la struttura della parrocchia europea in questi tempi di scristianizzazione e laicità?

Don Magrin: Non parlo di struttura parrocchiale ma di Comunità parrocchiale, quale famiglia di Famiglie formata nella sua dimensione sacerdotale da un Presbitero dedicato al discernimento vocazionale di ciascuna persona, famiglia, gruppo, e alla rispettiva formazione con la parola e i sacramenti; e da un Diacono che guidi nella comunione, tutto il conseguente operare profetico e regale, con pari dignità.

L’attenzione primaria deve perciò essere rivolta ai preti e diaconi di una parrocchia; e a come dovrebbe essere rigestita, non a partire dall’assicurazione della Messa domenicale ai pochi che la frequentano, ma dalla formazione di ogni battezzato nel territorio, non lasciando mai in pace chi non vuole più saperne del suo Battesimo.

E i laici?

Don Magrin: I laici devono diventare discepoli di Cristo e per Cristo; missionari sul territorio, qualunque posto abbiano nella società. Non possono rimanere neutri, neppure in politica. Lo stato laico come autoreferenza etica, legalistica, senza Dio, è un assurdo che deve essere combattuto con ogni mezzo. “Evangelizzatori a costo del martirio”: non si accettino politici con “etichetta cristiana senza una vita matrimoniale da cristiani”. Bisogna battersi contro il laicismo distruttore d’ogni realtà soprannaturale. Ci occorrono martiri furbi in una cultura Occidentale che preferisce le morti bianche al carcere e alle esecuzioni capitali.