La "diplomazia del bene" spiegata dal Camerlengo di Sua Santità

Presentato oggi, in aula del Sinodo, il libro del cardinale Tarcisio Bertone dal titolo "La diplomazia pontificia in un mondo globalizzato"

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) | 314 hits

Riportiamo parte dell’intervento che il cardinale Tarcisio Bertone, Camerlengo di S.R.C., ex Segretario di Stato vaticano, ha pronunciato oggi in conclusione della presentazione del libro “La diplomazia pontificia in un mondo globalizzato”, nell'aula del Sinodo.

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Quando tempo fa ho presentato a Papa Francesco le bozze del libro ed ho accennato anche alla prefazione, Egli mi ha detto: “Se Lei è contento, la faccio io. Me lo lasci”. E così in una successiva Udienza mi ha consegnato la prefazione suggellata da ispirati pensieri che non cessano di stupirmi e credo stupiranno anche voi per quella visione ampia della diplomazia (cito) “chiamata, di fronte alla globalizzazione negativa e paralizzante, a intraprendere un compito di ricostruzione riscoprendo la sua dimensione profetica, determinando quella che potremo chiamare utopia del bene”.

Fra l’altro, alla fine della stessa prefazione il Papa scrive, citando Borges: “Il metro della vita dei Servitori della Chiesa non è dettato da quel «stampare una notizia a grandi lettere, perché la gente pensi che sia indiscutibilmente vera» (J.L. Borges), anzi è intessuto, pur nei limiti inerenti alla condizione e possibilità di ciascuno, dalla silenziosa e generosa dedizione al bene autentico del Corpo di Cristo e al servizio duraturo della causa dell’uomo. Perciò la storia, la cui misura è la verità della croce, renderà evidente l’intensa azione del Cardinale Bertone…”. Papa Francesco, dunque, sta in cima alla lista dei miei ringraziamenti, per l’apprezzamento che mi ha dimostrato con le sue toccanti parole.

Resta dunque punto fisso nella mia convinzione che l’etica della solidarietà (altra espressione chiave di Papa Francesco) si esprime nella Comunità degli Stati sulla “base dell’amore e della solidarietà operante. Questa però, non è qualcosa che cresce spontaneamente, ma implica la necessità di investire lavoro, pazienza, impegno quotidiano, sincerità, umiltà, professionalità. Non è questa la via maestra che la diplomazia è chiamata a percorrere in questo XXI secolo?” (sono sempre parole del Papa). L’azione diplomatica esercitata da un Segretario di Stato, che è anche Vescovo della Chiesa Cattolica, pur attraverso le regole e i metodi propri, non può che coniugarsi, dunque, con la pastoralità.  

Permettetemi, a mò di conclusione di soffermarmi qualche minuto per una testimonianza personale che riguarda alcuni aspetti di questo ricco e travagliato settennato, che mi ha visto esercitare la missione di Segretario di Stato con l’intima convinzione della necessità di infondere in essa il senso concreto della pastoralità e della missionarietà. D’altronde questo è il cammino indicato dai Supremi Pastori per l’intera Chiesa in questo tempo.  

Tra le molteplici incombenze (udienze, riunioni, studio delle pratiche, fitta corrispondenza) connesse al compito di coadiuvare il Successore di Pietro, si sono incastonati i viaggi “per portare il Magistero Pontificio e la Benedizione apostolica in ogni dove: paesi, diocesi, parrocchie, università, istituzioni, associazioni”, come sottolinea Papa Francesco nella sua lettera di congedo. Di essi vorrei ricordarne alcuni, di peculiare importanza. La Polonia è la terra che mi ha accolto più frequentemente per le lauree honoris causa, per congressi internazionali e per beatificazioni pronunciate come Legato Papale (2007, 2009, 2010, 2012).

Negli Stati Uniti d’America ho avuto l’onore di presiedere la 125ª Assemblea dei Cavalieri di Colombo (2007). In Perù ho visitato le popolazioni colpite dal terribile terremoto del 2007, portando la carezza del Papa soprattutto alle folle di bambini provati e sorridenti (2007). A Cuba ho commemorato il X° anniversario del viaggio apostolico di Giovanni Paolo II, incontrando giovani studenti e autorità, l’episcopato e il Corpo Diplomatico (2008). In Messico ho partecipato al VI° Incontro Mondiale delle famiglie come Legato Pontificio (2009). In Cile ho festeggiato i 200 anni dell’indipendenza nazionale, ma ho anche visitato le città colpite dal terremoto del 2010.

Tralascio i numerosi viaggi in Europa (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Cechia, Croazia, Portogallo, Spagna, Slovenia, Ucraina) e l’asiatico Kazakhstan, e vengo ad alcuni eventi di particolare rilievo in Italia. Tra i diversi interventi sia in ambito ecclesiale, sia nei luoghi dell’impegno sociale e politico, con lo scopo di illustrare il magistero sociale della Chiesa, o di sottolineare ricorrenze di speciale significato per l’attualità, mi piace citare il 140° di Roma Capitale, con lo storico incontro a Porta Pia, ed il 150° dell’unità d’Italia con la consegna dell’elevato messaggio di Papa Benedetto XVI al Quirinale. Infine, non cancellerò mai dai miei occhi e dalla mia memoria lo spazio sacro allestito alla Caserma dell’Aquila con la lunga fila a cielo aperto delle vittime del terremoto composte nelle semplici bare.

Per concludere, direi che la funzione di Segretario di Stato, erede di una antica e peculiare tradizione, diventata dopo il Concilio Vaticano II tanto diversa e lontana dalla cosiddetta “monarchia papale”, è quella di essere collaboratore, consigliere e strumento fedele di una missione che viene dall’alto e che si incarna nella variegata e originale personalità dei distinti Successori di Pietro.

Per me, che sono fin dalla giovinezza segnato dal carisma vocazionale del sistema preventivo di Don Bosco, il dialogo e l’incontro sono stati l’esperienza vitale e diuturna del servizio di questo settennato. E sono grato che le innumerevoli lettere ricevute di saluto, di riconoscimento e di congedo di Cardinali, di Vescovi, anche a nome di intere Conferenze Episcopali,  di Capi di Stato e di Governo di varie Nazioni, abbiano focalizzato questo stile di incontro, del guardarsi in faccia, del dialogare schietto e fiducioso.    

Termino citando ancora una volta la prefazione di Papa Francesco, e sottolineando l’auspicio che la diplomazia pontificia contribuisca a far “rinascere quella dimensione morale nei rapporti internazionali, che permetta alla famiglia umana di vivere e svilupparsi insieme. Se l’uomo manifesta la sua umanità nella comunicazione, nella relazione, nell’amore verso i propri simili, le diverse Nazioni possono legarsi intorno a obiettivi e pratiche condivise, e generare così un sentire comune ben radicato”.

Vi ringrazio per l’ascolto e approfitto di questa occasione per rivolgere un sincero augurio al mio successore, Sua Eccellenza Monsignor Pietro Parolin, che prenderà presto possesso del suo incarico di primo collaboratore di Sua Santità Papa Francesco nel guidare la Santa Sede e nel promuovere le relazioni con gli Stati.