La diplomazia riparte da Twitter

I nuovi scenari della politica tra media tradizionali e social network

Roma, (Zenit.org) Daniele Trenca | 850 hits

Può un “tweet” fungere da ambasciatore? E’ l’interrogativo che da qualche tempo si pongono comunicatori, gatekeeper e semplici curiosi per questa ennesima rivoluzione proveniente dai social media. Sono sempre più in crescita i politici, sia in Italia che nel Mondo, che hanno sposato questi strumenti nati per incentivare la comunicazione orizzontale, ma piegati ora verso quella istituzionale. Una forzatura che tutto fa percepire tranne che ad un avvicinamento tra cittadini e politici, come si vorrebbe far credere.

Wikileaks insegna come nell’era digitale sia sempre più difficile conservare le informazioni. Se prima i diplomatici si mascheravano dietro un secco “no comment”, oggi vanno alla carica abbattendo il muro con i cittadini. Grazie ai social network, e a Twitter in particolare, vengono bypassati i giornalisti, costruendo un proprio canale di diplomazia, e un rapporto tra gli Stati. Ma è efficace tutto ciò? Al comune cittadino basterà dunque “seguire” quel politico per tenere sotto controllo i suoi “cinguettii” (tweet appunto) ed essere aggiornato sulle proprie opinioni e sulla sua attività politica.

Questi “nuovi ambasciatori” rappresentano l’avvento della “Twitter diplomacy”, come è stata ribattezzata da Matthias Lüfkens, direttore media del World Economic Forum di Davos. Altri invece hanno definito questa tecnica la “geopolitica dei tweet”, come si legge nel rapporto “Twiplomacy”, redatto dal colosso delle relazioni pubbliche Burson-Marsteller, che registra però un buco in Cina, con l’assenza dei politici cinesi nel sito di microblogging. Solo l’Oceania fa peggio (14%), l’Africa supera il 60%, mentre America ed Europa si piazzano tra 75 e 83%.

La cosa curiosa è che quasi la metà dei politici non segue, e perciò non legge i messaggi scritti dai loro pari. Tra i capi di Stato che sono presenti e scrivono messaggi di loro pugno, c’è anche Papa Benedetto XVI, che approva ogni singolo cinguettio.

La discesa su Twitter di numerose personalità politiche rappresenta dunque un pulpito privilegiato, che consente di schivare le domande dei giornalisti, anche se quest’ultimi possono contare su una fonte inesauribile di notizie, aggiornate in tempo reale. Da Obama a Chavez, dal Dalai Lama alla Regina Rania di Giordania, fino al russo Medvedev e al premier israeliano Netanyahu. Dichiarazioni che fungono da megafono per i tanti politici sempre in cerca di nuovi luoghi in cui esprimersi senza filtri, così poi da essere ripresi da tv e giornali.

Nello specifico, lo sbarco del Papa su Twitter ha fatto sì che la diplomazia vaticana si rendesse digitale. L’ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede ha deciso di aprire il proprio account (@USinHolySee), aggiungendosi alle altre ambasciate: la Polonia (@PLinVatican), Turchia (@Vatikanbe) e Regno Unito (@UKinHolySee).

Tuttavia la palma di pioniere va assegnata all’ambasciatore britannico Baker, sbarcato su Twitter nel settembre 2011. Lo stesso Papa Ratzinger era titubante se aprire o meno il proprio account, ma pensando di potersi avvicinare ai tanti giovani presenti, ha ceduto al fascino dei 140 caratteri, lanciando l’account @pontifex.