La donna, “pedagoga” dell’uomo

Intervista con la biblista francese Anne-Marie Pelletier

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PARIGI, martedì, 8 marzo 2005 (ZENIT.org).- In occasione della Giornata Internazionale della Donna, Anne-Marie Pelletier, una delle esperte di Esegesi Biblica più famose in Europa, invita a riscoprire con “audacia” il rapporto di complementarietà esistente tra l’uomo e la donna.



La biblista suggerisce in questa intervista concessa a ZENIT la lettura della “Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla colaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo” , pubblicata il 31 luglio 2004 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.

Anne-Marie Pelletier, professoressa di Ermeneutica biblica presso la Scuola Cattedrale di Parigi e la Scuola Pratica di Alti Studi della Sorbona, ha pubblicato libri come “Il cristianesimo e le donne” (ed. Jaca Book) e numerosi articoli sulla donna nella Bibbia.

L’accusa di misoginia che si rivolge al cristianesimo è tornata all’ordine del giorno per via di pubblicazioni di grande successo. Come si sente di rispondere?

A.M. Pelletier: Senza fuggire, ma anche senza lasciarsi impressionare troppo da tutto ciò che dicono i mezzi di comunicazione… Sì, è vero, è una questione delicata, ed è bene che lo sia, anche se a volte viene affrontata in modo discutibile.

Ad esempio, “Il Codice Da Vinci” di Dan Brown non è il mezzo migliore per riflettere in modo intelligente e sereno sulla questione. Ad ogni modo, mi sembra essenziale non tralasciare il problema. Com’è possibile che la vita delle donne, spesso costituita da una storia di violenza ed ingiustizia, lasci indifferenti i cristiani? Come si può pensare che la visione della donna, che si trova al principio della nostra umanità, non abbia niente a che vedere con il nostro rapporto con Dio?

In una pubblicazione recente ho letto delle parole sorprendenti: “Il modo in cui si tratta una donna corrisponde al modo in cui si vive con Dio”. Le ha scritte un uomo, un giovane esegeta domenicano, in un libro in cui si commenta il libro di Samuele (Philippe Lefebvre, “Les livres de Samuel et les récits de résurrection”, Paris, Cerf, pag. 371). Il fato che noi cristiani possiamo dire o ascoltare un’affermazione del genere mi sembra fondamentale. Ed è una fortuna della nostra epoca che ciò accada.

Lei ha pubblicato un’opera dove la Bibbia viene intesa e analizzata come una “memoria culturale”. A suo avviso, la Bibbia – l’Antico e il Nuovo testamento – è misogina?

A.M. Pelletier: Credo che sia impossibile rispondere in poche frasi a questa domanda. Chi volesse dimostrare che la Bibbia è misogina, troverà materiale per giustificare la sua asserzione, semplicemente perché Dio si rivela nel contesto della nostra storia, vale a dire nell’ambito di realtà umane impregnate di misoginia.

Al contrario e allo stesso tempo, la storia biblica non smette di evocare la presenza delle donne nei momenti decisivi della storia e mostra continuamente come le donne siano vicinissime ai pensieri e al piano di Dio. E’ vero che si può leggere il testo senza vedere questo o senza volerlo vedere, ma l’importanza che la nostra epoca dà alla questione della donna deve stimolare i cristiani a leggere meglio il testo stesso, a scoprire questa dimensione femminile della storia biblica.

Tornando alla sua domanda, e senza entrare nei dettagli di ciò che sarebbe una ricerca immensa, direi che il primo grande merito della tradizione biblica in questo senso è la diagnosi che fa del rapporto donna-uomo. Si formulano due affermazioni essenziali, delle quali bisognerebbe sempre tener conto.

La prima è che il rapporto tra uomo e donna è fondamentale, è la base della nostra umanità. Fin dall’inizio del libro della Genesi si definisce questa realtà della creazione come “molto buona”. Ci sono, quindi, una fiducia ed un ottimismo che non vanno dimenticati.

La seconda affermazione è che, nel regime attuale della nostra vita, questa realtà molto buona è caratterizzata dall’oscurità ed esposta al dramma. E’ quindi in attesa di una guarigione, e fa parte dell’annuncio della Buona Novella del Vangelo il fatto che Cristo dia all’uomo e alla donna la capacità di affrontare le prove che alterano il rapporto. La potenza della Resurrezione tocca e ricostruisce questo rapporto.

L’accoglienza di queste due affermazioni permette di considerare la storia delle nostre società con realismo e fiducia allo stesso tempo. In questo modo ci si può rendere conto del fatto che nel corso degli ultimi venti secoli i cristiani non abbiano smesso di lottare con questa realtà, nella misura in cui, accogliendo la parola di Dio, questa sperimenta le nostre resistenze e le nostre oscurità.

E’ assurdo dire che la Chiesa avrebbe censurato il femminile seguendo un piano machiavellico. Al contrario, è evidente che spesso è stato difficile comprendere la visione di Dio sulla differenza dei sessi, accoglierla serenamente come una grazia, come vediamo fare a Cristo nei confronti delle donne nei Vangeli. Chi può pretendere che in questo momento il nostro cuore sia totalmente trasparente per i pensieri di Dio?

La lettura del Cantico dei Cantici ha sempre caratterizzato la sua interpretazione della Bibbia. In che modo la lettura del “Primo” Testamento l’ha aiutata a comprendere il messaggio biblico sull’uomo e sulla donna nel disegno di Dio?

A.M. Pelletier: Credo che quel libro sia fondamentale, e non è una mia convinzione. Durante l’epoca dei Santi Padri, nel Medioevo, e anche successivamente, lo pensavano anche commentatori ritenuti spesso tra i grandi autori spirituali e mistici della tradizione cristiana.

L’eccellenza del Cantico dei Cantici era legata soprattutto alla sua capacità di esprimere lo stupore di fronte all’Alleanza, come sperimenta Israele (il cantico dei Cantici è un testo importante della tradizione ebraica) e come sperimentano i battezzati di fronte al rapporto di amore tra Cristo e la Chiesa.

Un cristiano di oggi che legga San Bernardo o Santa Teresa d’Avila, commentatori di quel piccolo libro biblico, può riconoscere perfettamente la grazia del proprio battesimo, espressa con il dialogo pieno di stupore e di giubilo del Cantico. Il lettore moderno, inoltre, può dare alla sua lettura una dimensione supplementare. Possiamo infatti riconoscere nella nostra esperienza d’amore umano il cammino che Dio ha scelto per rivelare l’amore che ha per noi. Questa realtà umana è come l’oggetto di una scelta divina che le imprime allo stesso tempo gravità e bontà, facendo sì che sia il segno privilegiato di quel Dio di cui Cristo ci ha rivelato il volto.

Questi 26 anni di pontificato hanno prodotto vari documenti sulla donna. Dal suo punto di vista, c’è qualche novità nella riflessione sul ruolo della donna nella Chiesa?

A.M. Pelletier: Una delle caratteristiche del pontificato di Giovanni Paolo II è quella di aver introdotto tra le questioni fondamentali per la Chiesa di oggi quella dell’identità e della vocazione delle donne. Si tratta di una grande novità che porta senz’altro il segno della personalità del Santo Padre. La sua percezione delle realtà della vita coniugale, e soprattutto di ciò che è femminile, risale all’inizio della sua vita sacerdotale. Non ha smesso di tornare insistentemente su questa realtà, nonostante – bisogna ammetterlo – non preoccupi molti uomini nella Chiesa e nella società.

Per questo motivo, oggi abbiamo a nostra disposizione un importante congiunto di testi, dalla “Mulieris dignitatem” alla “Lettera alle donne” , in cui Giovanni Paolo II descrive ed analizza con grande acume le caratteristiche fondamentali dell’apporto femminile alla vita umana.

In questi testi, il Papa sottolinea l’importanza del ruolo delle donne per umanizzare il nostro mondo. Al Pontefice piace presentare le donne come “pedagoghe dell’uomo”. L’espressione è forte e non totalmente inedita. Alcuni Padri della Chiesa, nei primi secoli del cristianesimo, formulavano già questo pensiero, ma Giovanni Paolo II vi insiste con una forza singolare. In questo modo ci invita a superare una certo fascino per i valori spesso estremamente maschili che governano il mondo e ci esorta ad identificare altre forme di efficacia, quella testimoniata da molte donne nel mondo, che si pongono a servizio della vita, in modo nascosto, ma con infinito coraggio, soprattutto dove la vita è minacciata e violata.

Ci fa quindi risalire al cuore del Vangelo e dei pensieri di Dio: la storia della Rivelazione non è, del resto, una storia della dolcezza dell’amore, della forza invincibile dell’amore, che Dio contrappone alla violenza dell’umanità? E’ ciò che noi cristiani mediteremo tra pochi giorni, seguendo Cristo nella Sua Passione e Resurrezione.

Potrebbe darci qualche indicazione per celebrare questa Giornata Internazionale della Donna?

A.M. Pelletier: Riprendendo quanto stavamo dicendo prima, perché non leggere il testo della Lettera ai vescovi, pubblicata l’estate scorsa e passata quasi inosservata? Il titolo è “La collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo”. Sono stati fatti pochi commenti, come pochi devono essere stati i suoi lettori. Tra i commenti che sono stati pubblicati, alcuni affermano che non si dice niente di nuovo.

Ma è una cosa banale e senza conseguenze, il fatto di invitare, come fa il testo, a non vedere nella dedizione nei confronti degli altri, come testimonia la vita di tante donne, un segno di inferiorità, ma piuttosto una vicinanza speciale a Dio, che ha donato se stesso per noi uomini e per la nostra salvezza (cfr. n. 6)?

E’ poi un pensiero senza conseguenze l’affermazione per cui “il segno della donna è più che mai centrale e fecondo”, espresso nell’ultima parte del documento dal titolo “L’attualità dei valori femminili nella via della società” (cfr. n. 15)? Segno vuol dire riconoscimento ed imitazione, un modo di invitare gli uomini ad imparare dalle donne. Bisogna riconoscere che in questa proposta c’è una certa audacia.