La donna tra lavoro e famiglia

Alla ricerca di un equilibrio, in un mondo esigente

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ROMA, domenica, 11 marzo 2007 (ZENIT.org).- Le madri che lavorano, in Gran Bretagna, si confrontano con una forte discriminazione. E’ una delle conclusioni contenute in un rapporto pubblicato il 28 febbraio dalla rivista Equalities Review, una testata britannica indipendente. Secondo questo studio, dal titolo “Fairness and Freedom: The Final Report of the Equalities Review”, le donne con figli piccoli sono quelle maggiormente svantaggiate nel mondo del lavoro.



Nell’ambito lavorativo, infatti, sono discriminate ancor più delle persone disabili o appartenenti a minoranze etniche, ha osservato la BBC in un articolo di commento al rapporto, pubblicato lo stesso giorno.

Secondo il rapporto, una donna con un figlio sotto gli 11 anni ha il 45% di probabilità in meno di avere un lavoro rispetto agli uomini. Queste affermazioni hanno innescato una serie di commenti sulla stampa britannica circa le difficoltà che le donne incontrano nel lavoro. La scrittrice Kirsty Scott, scrivendo sulle pagine del quotidiano Scotsman del giorno seguente, considera che diventare madre significa intraprendere un cambiamento radicale nella vita di una donna.

“Diventare madre dovrebbe essere uno dei maggiori sconvolgimenti nella vita di una donna, e uno dei più belli”, ha affermato Scott, che ha descritto la gioia che la donna prova nel diventare madre.

Scott ha anche osservato che il minore numero di madri lavoratrici potrebbe anche essere dovuto ad una loro decisione consapevole e non solo a fenomeni di discriminazione. Da una serie di studi, risulta che la maggioranza delle madri lavoratrici preferirebbe rimanere a casa potendoselo permettere. Nonostante le difficoltà, “la maternità è stupenda, intensamente appagante e di profonda realizzazione”, ha aggiunto.

Madeleine Bunting, scrivendo per il quotidiano Guardian del 1° marzo, ha osservato che molte madri vengono messe da parte nel mondo del lavoro per via della minore flessibilità che sono in grado di assicurare. Riprendere una carriera dopo una pausa per maternità è inoltre sempre più difficile in un ambiente lavorativo fortemente competitivo.

Una soluzione può essere quella del part time, ma – ha spiegato Bunting – troppo spesso la qualità e la remunerazione di questa forma lavorativa è troppo penalizzante rispetto al lavoro a tempo pieno.

Vertici preclusi

La combinazione tra maternità e scarsa flessibilità nel lavoro produce una limitazione nel numero delle donne che raggiungono i livelli dirigenziali nelle società. Le difficoltà che le donne incontrano nell’intraprendere una carriera sono state esaminate in un articolo pubblicato dal Financial Times il 10 novembre scorso. Secondo uno studio che ha preso in considerazione le maggiori imprese degli Stati Uniti, entro il prossimo decennio le donne ricopriranno solo il 6,2% dei ruoli di amministratori delegati di tali società.

Una cifra che rappresenta comunque un grande miglioramento rispetto alla situazione attuale. Constance Helfat, professoressa presso la Tuck School of Business del Dartmouth College, e coautore dello studio, ha detto al Financial Times che il 6,2% è più del triplo rispetto alla percentuale attuale.

Lo studio ha preso in esame quasi 10.000 alti dirigenti d’azienda delle 1000 più grandi società negli USA (c.d. Fortune 1000). Quasi la metà di queste società, tra quelle che rientrano negli elenchi ufficiali della Securities and Exchange Commission, ovvero quelle quotate in borsa, non ha neanche una donna nelle postazioni più elevate. Inoltre, solo il 3,8% dei direttori, nei consigli di amministrazione, sono donne.

Il 21 febbraio l’organizzazione americana Catalyst ha pubblicato il suo “2006 Census of Women in Fortune 500 Corporate Officer and Board Positions”. Secondo questo studio, le donne rappresentano il 15,6% delle cariche societarie di Fortune 500 (le 500 più grandi società degli USA), in calo rispetto al 16,4% del 2005. Il numero delle donne che ricoprono incarichi di direzione è diminuito anch’esso dal 14,7% del 2005 al 14,6% di tutti gli incarichi di direzione delle Fortune 500.

La situazione è simile anche in Gran Bretagna, secondo i dati pubblicati dal quotidiano Guardian il 2 ottobre. Nelle 100 maggiori società britanniche, solo 12 donne ricoprono posti da direttore.

L’articolo cita anche uno studio svolto su 350 società, in cui il numero delle donne responsabili di direzione si attesta al 3%. Lo studio è stato pubblicato dalla società di revisione Deloitte.

Flessibilità

La necessità di dedicare maggiore attenzione alle donne che lavorano sia ai vertici sia a livelli meno alti è stata sottolineata da Lord Layard, un senatore del partito laburista incaricato dal Governo britannico di svolgere un’indagine sullo stato dell’infanzia. In un’intervista pubblicata sul quotidiano Telegraph del 9 ottobre, Lord Layard ha affermato che le donne lavoratrici con figli piccoli sono sottoposte a notevoli pressioni da parte dei datori di lavoro che le valutano in base alle ore di lavoro effettuate e non alla qualità delle stesse.

L’importanza di dare alle madri una serie di opzioni nelle condizioni di lavoro è stata evidenziata anche in un rapporto pubblicato il 30 gennaio dal Families and Work Institute, un think-tank con sede a New York.

Lo studiom dal titolo “Making Work 'Work': New Ideas From the Winners of the Alfred P. Sloan Awards for Business Excellence in Workplace Flexibility”, riporta casi particolari che sottolineano le prassi innovative dei datori di lavoro che hanno adottato maggiore flessibilità nelle condizioni di lavoro.

Le donne ricoprono un ruolo sempre più importante nel mondo del lavoro, rappresentando quasi la metà degli stipendi e della forza lavoro salariata, osserva il rapporto. Questo ha comportato anche importanti mutamenti a livello domestico. Le famiglie a doppio reddito sono infatti aumentate dal 66% del 1977 al 78% di oggi.

Inoltre, le ore di lavoro per molti impiegati stanno aumentando e il lavoro è diventato più frenetico ed esigente. Queste condizioni determinano una maggiore pressione sulle famiglie che lavorano, osserva il rapporto. Secondo i dati citati, il 55% degli impiegati sostiene di non avere tempo a sufficienza per se stesso; il 63% sostiene di non avere tempo a sufficienza da dedicare al coniuge o partner e il 67% sostiene di non avere tempo a sufficienza per i figli.

Il rapporto del Families and Work Institute osserva poi che, oltre all’impatto sulla vita familiare, da alcuni studi risulta che la flessibilità nel lavoro rappresenta un elemento critico per assicurare efficienza al lavoro e poter ottenere maggiore soddisfazione lavorativa.

Anche dall’Australia è arrivata di recente una conferma della necessità di raggiungere un migliore equilibrio tra doveri lavorativi e obblighi familiari. Il 18 dicembre, il quotidiano Courier Mail ha pubblicato un approfondimento su una ricerca svolta dall’Università del Queensland sulla questione del congedo parentale.

Lo studio conferma che i genitori desiderano avere tempo da dedicare ai figli. Sulla base di un sondaggio svolto nell’ambito di questa ricerca, risulta che il 46% delle madri australiane che hanno preso il congedo e sono rientrate a lavoro entro 15 mesi ha dichiarato che avrebbe preso un congedo più lungo se questo fosse stato retribuito.

Un tassello essenziale

Anche il Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, nel suo Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, si è espresso sulla questione della donna in rapporto al lavoro e alla famiglia. Il lavoro è essenziale, osserva il Compendio, in quanto consente di disporre dei mezzi economici di sostentamento della famiglia. Allo stesso tempo, la famiglia sostiene il lavoro attraverso l’educazione e la formazione dei suoi componenti.

Il Compendio, al n. 250, sostiene la necessità di un salario familiare che sia sufficiente a mantenere una famiglia e consentirle di vivere dignitosamente. Riguardo alle donne, al numero successivo, il testo raccomanda di apprezzare maggiormente il valore del lavoro di cura (lavoro casalingo) da loro svolto.

“Il lavoro di cura, a cominciare da quello della madre, proprio perché finalizzato e dedicato al servizio della qualità della vita, costituisce un tipo di attività lavorativa eminentemente personale e personalizzante, che deve essere socialmente riconosciuta e valorizzata, anche mediante un corrispettivo economico almeno pari a quello di altri lavori”, si legge.

La famiglia dovrebbe essere riconosciuta come protagonista essenziale della vita economica e dovrebbe essere sostenuta dalla società e da adeguate politiche sociali, insiste il Compendio. Un ideale ancora lontano dall’aver trovato applicazione.


di padre John Flynn