"La Dottrina sociale della Chiesa trasmette alla politica la luce del Vangelo" (Seconda parte)

L'intervento del prof. Fontana all'VIII Giornata sociale diocesana (Catania, 17 novembre 2012)

| 857 hits

ROMA, lunedì, 26 novembre 2012 (ZENIT.org) – Riprendiamo di seguito la seconda parte dell'intervento del prof. Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio Internazionale Card. Van Thwan sulla Dottrina sociale della Chiesa e direttore del settimanale diocesano di Trieste “Vita nuova”, all'VIII Giornata sociale dell’Arcidiocesi di Catania, svoltasi il 17 novembre 2012 nella città etnea.

***

L’impegno politico del cattolico

Davanti a questi scenari come si colloca l’impegno politico del cattolico? Qui siamo spesso presi da un grande sconforto. Non solo e non tanto per una certa superficialità di comportamento. Da Todi 1 e da Todi 2 non è uscito niente. Il cardinale Bagnasco aveva fatto un eccellente discorso a Todi 1 ma non è stato minimante sviluppato. Non di rado sono proprio i politici cattolici a presentare nei consigli comunali proposte di legge di istituzione dei registri delle DAT o per il riconoscimento delle coppie omosessuali. Se esamino l’arco dell’associazionismo cattolico trovo di tutto quanto ad impegno politico. Ad ogni appuntamento referendario o elettorale connesso con i principi non negoziabili ci presentiamo divisi. Alla formazione sociale e politica dedichiamo risorse spesso estemporanee. Questo è sotto gli occhi di tutti, ma non è poi questo che conta veramente. Quanto piuttosto una incertezza teologica, una confusione teologica circa il modo di guardare al mondo e al rapporto della fede della Chiesa con il mondo.

I punti decisivi mi sembrano due.

L’impegno politico del cattolico è indirizzato orizzontalmente a organizzare il bene comune sul piano naturale o è indirizzato a ordinare le cose a Dio? C’è oggi una forte spinta alla orizzontalizzazione in base ad una non ben compresa laicità. La laicità è la legittima autonomia del piano naturale rispetto al piano soprannaturale. Il piano naturale, in quanto è frutto della creazione e ordinato alla salvezza è in sé buono. Però è anche gravato dal peccato per cui non solo non è in grado di darsi e darci la salvezza ma anche non è in grado di realizzare se stesso al suo proprio livello. Il problema della laicità, e quindi della politica, è un problema squisitamente teologico: si tratta di stabilire se l’ordine naturale può fare da solo o no. Se il bene comune abbia bisogno della fede cattolica o no. Se il cristianesimo sia solo utile o indispensabile. Se sia possibile risolvere la questione sociale fuori del Vangelo. La laicità vera è quella che intende l’ordine naturale come autonomo ma non come autosufficiente. Il resto è laicità falsa. E’ la superbia del mondo che vuole salvarsi da solo. Sono due religioni. Oggi i cattolici in società parlano solo dell’uomo. Dopo la svolta antropologica una proposta di parte cattolica è sempre presentata come una proposta laica, adatta al mondo, su misura per l’uomo. Ma il mondo non aspetta dai cattolici solo un discorso umano. Un discorso umano è sempre “troppo umano”. Non possiamo andare sempre d’accordo col mondo. Non possiamo intervenire solo sulle questioni che nel mondo hanno il vento nelle vele come è successo sul referendum sull’acqua, trasformato in una questione dogmatica di vita o di morte mentre invece era una questione opinabilissima. In questi casi sposiamo la logica del mondo e siamo contenti quando siamo con esso in armonia.

Il secondo punto è che dobbiamo recuperare il rapporto tra impegno politico, dottrina sociale della Chiesa e totalità della dottrina cristiana. Un cattolico in politica dovrebbe essere in grado di chiarirsi cosa c’entra il dogma della Trinità nella costruzione della società, oppure se è un elemento che si può tranquillamente trascurare. Il dogma nutre la Chiesa e la Chiesa è il Corpo di Cristo nella storia, Corpo che rimane in eterno. Tra dogma e Corpo c’è una unità inscindibile, sicché il dogma non è presente solo nella coscienza del credente, ma si fa per sua natura storia e, quindi, civiltà. La Chiesa ha plasmato la civiltà cristiana occidentale con i suoi dogmi, definiti nei suoi Concili dogmatici. Ora, invece, pensiamo che sia sufficiente impegnarsi per l’uomo, la solidarietà la pace e in questo modo il nostro impegno diventa un generico umanesimo, nutrito di una incerta teologia. Ogni battaglia che ci viene presentata come “etica” la facciamo nostra. Siamo spesso incapaci di leggere dietro alle proposte altrui per scoprirne l’origine teologica e quindi spesso collaboriamo per delle cause che non sono le nostre.

Seguendo Benedetto XVI

Per affrontare la questione antropologica e per un nuovo impegno dei cattolici in politica bisogna ripartire da due fondamentali indicazioni di Benedetto XVI.

La prima riguarda il corretto rapporto tra ragione e fede. Si pensa che la fede coarti la ragione, la soffochi e le impedisca di essere ciò che è. Invece la fede cattolica ha una pretesa che è fonte non di superbia ma di umiltà.

La pretesa consiste nell’illuminare la ragione, purificarla, correggerla, ma non per coartarla, bensì per sollevarla ad essere se stessa fino in fondo. La fede vuole che la ragione non perda fiducia in sé e nelle sue capacità, le tiri fuori tutte non vedendo ad interessi di parte. Ciò vale anche per la ragione politica. La Dottrina sociale della Chiesa trasmette alla politica la luce del Vangelo non per soffocarla bensì per liberarla, perché sia maggiormente se stessa. Le mostra un bene comune che è molto più ampio del semplice benessere e gli dice che è alla sua portata. In questa fase di disillusione e di smarrimento la fede dice alla ragione politica – senza cessare di essere tale e senza diventare religione o antireligione – di riprendersi, di ricominciare la pensare in grande, senza riduzionismi.

Umile, poi, perché? Perché la proposta della fede cattolica accetta con ciò di essere valutata dalla ragione dato che ha la pretesa di essere ragionevole. La Dottrina sociale della Chiesa ha l’umiltà di essere posta davanti a politici, imprenditori, sindacalisti per essere valutata con criteri razionali. Se essa è ragionevole vuol dire che dà un messaggio conforme alla vera natura umana e allora la ragione umana questo lo può verificare. Certo che se la ragione si è talmente ristretta da perdere il concetto stesso di natura umana ciò non è possibile.