La "Evangelii Gaudium", la "Lumen Fidei" e la pittura come "scrittura viva"

Un'analisi degli scritti di papa Francesco per individuare le forme necessarie per attrarre a Cristo attraverso l'arte e l'inculturazione

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 332 hits

Papa Francesco scrive nella Evangelii Gaudium: «Bisogna avere il coraggio di trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne per la trasmissione della Parola, le diverse forme di bellezza che si manifestano in vari ambiti culturali, e comprese quelle modalità non convenzionali di bellezza, che possono essere poco significative per gli evangelizzatori, ma che sono diventate particolarmente attraenti per gli altri» (n. 167).

Si comprende che il Pontefice abbia a cuore soprattutto che l’evangelizzazione si attui nella concretezza dell’inculturazione, ovvero nel saper individuare le forme necessarie per attrarre a Cristo. Quindi non si tratta di utilizzare una cultura snob, che non si relaziona con la gente e che si tiene alla larga dal popolo. Occorre invece proprio un’azione di tipo diverso. Le forme per evangelizzare non sono forme intellettualistiche, calate dall’alto, formate da artisti che nulla hanno a che fare con i bisogni delle persone comuni.

È evidente che bisogna, invece, individuare quelle forme che sappiano parlare, anche se possono apparire poco significative per gli evangelizzatori, i quali a volte rimangono legati ad astruse congetture da tavolino, o peggio diventano missionari di carte, che fanno strategia, ma che di fatto non parlano la lingua dei popoli. 

Occorre comprendere, per esempio, che il popolo di Dio ha necessità di arte bella e figurativa, che i segni di cui bisogna rivestire il messaggio non sono segni astratti, relativisti, incorporei e inconcreti, ma segni chiari e parlanti, forme che vengono simultaneamente dalla sapienza del passato e dall’esperienza del presente.

Il nesso tra fede e verità (cfr. Lumen Fidei, n. 23) trova la propria chiave di volta nel vedere che è “organo di conoscenza della fede” al pari dell’ascoltare. Già Aristotele nell’incipit della Metafisica scriveva « Tutti gli uomini sono protesi per natura alla conoscenza: ne è un segno evidente la gioia che essi provano per le sensazioni, giacché queste, anche se si metta da parte l'utilità che ne deriva, sono amate di per sé, e più di tutte le altre è amata quella che si esercita mediante gli occhi. Infatti noi preferiamo, per così dire, la vista a tutte le altre sensazioni, non solo quando miriamo ad uno scopo pratico, ma anche quando non intendiamo compiere alcuna azione. E il motivo sta nel fatto che questa sensazione, più di ogni altra, ci fa acquistare conoscenza e ci presenta con immediatezza una molteplicità di differenze»[1].

In modo molto acuto e culturalmente rilevante, viene, infatti,  messo in evidenza come troppo spesso si tenda a contrapporre ascolto e visione e a considerare la visione come un elemento secondario e poco importante. Sovente, si tende a considerare l’ascolto come proprio della mentalità ebraica e biblica, e la visione come un elemento esclusivamente greco e pagano, come se parola e immagine fossero incompatibili.  «Per quanto concerne la conoscenza della verità, l’ascolto è stato a volte contrapposto alla visione, che sarebbe propria della cultura greca»(Lumen Fidei, n. 29).

La questione viene esaminata con dettaglio. In questa artificiosa ed errata contrapposizione, la luce sembrerebbe lasciare poco spazio alla libertà: «La luce, se da una parte offre la contemplazione del tutto, cui l’uomo ha sempre aspirato, dall’altra non sembra lasciar spazio alla libertà, perché discende dal cielo e arriva direttamente all’occhio, senza chiedere che l’occhio risponda» (n. 29). Inoltre, la visione della luce sarebbe statica, rispetto al dinamismo temporale dell’ascolto della parola: «sembrerebbe invitare a una contemplazione statica, separata dal tempo concreto in cui l’uomo gode e soffre» (n. 29). 

Dunque «secondo questa concezione, l’approccio biblico alla conoscenza si opporrebbe a quello greco, che, nella ricerca di una comprensione completa del reale, ha collegato la conoscenza alla visione» (n. 29). Invece questa contrapposizione non ha ragione di essere posta, anzi «è invece chiaro che questa pretesa opposizione non corrisponde al dato biblico. L’Antico Testamento ha combinato ambedue i tipi di conoscenza, perché all’ascolto della parola di Dio si unisce il desiderio di vedere il suo volto» (n. 29).

Su questa base, intrinsecamente biblica, «si è potuto sviluppare un dialogo con la cultura ellenistica, dialogo che appartiene al cuore della Scrittura» (n. 29). Così l’enciclica mentre ribadisce che «l’udito attesta la chiamata personale e l’obbedienza, e anche il fatto che la verità si rivela nel tempo»,  afferma con decisione che «la vista offre la visione piena dell’intero percorso e permette di situarsi nel grande progetto di Dio; senza tale visione disporremmo solo di frammenti isolati di un tutto sconosciuto» (n. 29).

Il cardinal Gabriele Paleotti, nel 1582, pone risolutamente e profondamente le immagini all’interno della spiritualità cattolica e ne definisce lo statuto epistemologico: «fatta la debita proporzione, che un dipinto sembra corrispondere esattamente alle cose che solitamente vediamo, così come la lettura corrisponde alle cose che udiamo raccontare, ed è per questo motivo che i greci l’hanno definita zographia, cioè “scrittura viva”, come sostengono certi autori (Beda, De templo Salomonis, 19,8)»[2].

Paleotti, mediante una similitudine tra la pittura e la lettura, pone in evidenza la medesima dinamica psicologica e spirituale che si attua nella pittura  e nella lettura. Il raccontare, infatti, ci presenta le cose vive negli occhi della mente, in quanto è in grado di descriverle permettendoci di riconoscerle come vere. Allo stesso modo accade alla pittura, che però rovescia la dinamica del percorso conoscitivo, giacché nella pittura riconoscendo le cose “che solitamente vediamo”, cioè che ci sono familiari, conosciamo ciò che non abbiamo, di fatto, mai potuto vedere, perché avvenuto in altro tempo e in altro luogo. La pittura, dunque, diviene  zographia, cioè “scrittura viva” quindi capace di dire il vero, attraverso i mezzi che le sono propri, soprattutto mediante la verosimiglianza, che rende il racconto vivo e capace di essere in grado di «procurare diletto, insegnare e muovere gli affetti di chi la guarderà».

Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio. Website www.rodolfopapa.it Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail:  rodolfo_papa@infinito.it  .

*

NOTE

[1] Aristotele, Metafisica A 1, 980 a 25.

[2] Gabriele Paleotti, Discorso intorno alle immagini sacre e profane [1582], Libreria Editrice Vaticana, Roma 2002, p. 78.