La famiglia e il lavoro oggi in una prospettiva di fede

Relazione del cardinale Dionigi Tettamanzi al Congresso Teologico Pastorale

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ROMA, lunedì, 4 giugno 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo integrale della relazione presentata nella mattinata di giovedì 31 maggio dal cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo emerito di Milano, al Congresso Teologico Pastorale.

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Inizio questa relazione su “La famiglia e il lavoro oggi in una prospettiva di fede” raccogliendo l’invito della Lettera agli Ebrei: “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti,tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb12,1-2). I nostri occhi, dunque, siano fissi sul volto di Cristo: sul volto di lui come “figlio del falegname” di Nazareth, di lui che – dice il Concilio Vaticano II - “ha lavorato con mani d’uomo” (Gaudium et spes, 22).

Vogliamo così riscoprire la dimensione familiare del lavoro umano, grati al Santo Padre che con questo Incontro Mondiale delle Famiglie ha posto esplicitamente alla nostra attenzione il soggetto famiglia in stretta relazione con il lavoro e la festa. E questo volutamente, in un contesto in cui non è abituale mettere a tema il rapporto tra la famiglia e il lavoro, mentre è diffusa la considerazione del rapporto tra la persona soltanto e il suo lavoro, in seguito alla cultura post-moderna con il suo accento sull’individuo, sulla persona spogliata delle sue relazioni, come se non esistessero o fossero realtà irrilevante.

L’esperienza però ci dice che tutti noi siamo frutto di molteplici relazioni, da quella che ci ha generato a quelle che ci hanno fatto crescere. Di più: il nostro relazionarci nasce dal fatto che siamo stati creati per amare, non per vivere da esseri chiusi in se stessi! Anche il nostro lavorare, allora, e il nostro riposare entrano nella dinamica di una relazionalità di amore! Anche la società e la sua crescita umana sono legate sì al lavoro, ma anzitutto all’amore e all’amore familiare, quello che unisce per sempre un uomo e una donna in modo esclusivo, fecondo, fedele, e che trova nel Signore la sua sorgente, il suo sostegno! Siamo stati creati da Dio, che è Trinità d’amore!

Rileviamo però come tutte queste realtà sono poste in discussione da un contesto fortemente centrato sull’individuo aspramente conflittuale: la famiglia è discussa; le relazioni anche; il lavoro genera spesso divisioni e contrapposizioni, e l’umanizzazione da esso apportata rischia di intravvedersi sempre meno. In una prospettiva secolarizzata, famiglia e lavoro finiscono per essere considerati in un’ottica di pura utilità, di ricerca del proprio individuale interesse.

Ma che cosa succede se a dominare è una logica di pura utilità? E come è possibile liberarsi da questa logica?

Cerchiamo ora una risposta, riferendoci alla ragione e alla fede, in particolare alla Parola di Dio che nel tempo trova la sua espressione nella dottrina sociale della Chiesa e che a tutti noi rivolge il suo dono di grazia e il suo appello alla responsabilità nell’ethos del nostro vivere quotidiano.

Sono questi i tre momenti della nostra relazione.

1.    La testimonianza della Parola di Dio: famiglia e lavoro, segni della benedizione di Dio

Del lavoro ci parla la Bibbia sin dall’inizio, presentandoci Dio come il Creatore onnipotente che plasma l’uomo a sua immagine e lo invita a lavorare la terra e a custodire il giardino dell’Eden (cfr. Gn 1,26ss.; 2,15). Eccone il contenuto nel commento del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa: “Alla prima coppia umana Dio affida il compito di soggiogare la terra e di dominare su ogni essere vivente (cfr. Gen1,28). Il dominio dell’uomo sugli altri esseri viventi, tuttavia, non deve essere dispotico e dissennato; al contrario, egli deve ‘coltivare e custodire’ (cfr. Gen 2,15) i beni creati da Dio: beni che l’uomo non ha creato, ma ha ricevuto come un dono prezioso posto dal Creatore sotto la sua responsabilità…” (n. 255).

Questo messaggio iniziale della Bibbia avrà il suo sviluppo nelle epoche successive della storia e troverà la sua rivelazione piena nel Nuovo Testamento con il messaggio di Gesù e dei suoi Apostoli e la sua permanente ripresentazione nella vita della Chiesa.

Desidero ora soffermarmi su due quadri biblici: quello della benedizione di Dio e quello del comandamento del Sabato. Ci aiuteranno a cogliere il disegno del Signore, dunque la grazia e la responsabilità di vivere il rapporto famiglia-lavoro in pienezza di umanità e come via alla santità. 

1.    La benedizione del Salmo 128

La benedizione di Dio è descritta in particolare dal Salmo 128, con queste parole:

Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Dalla fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.
La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.
Ecco com’è benedetto
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme
tutti i giorni della tua vita!
Possa tu vedere i figli dei tuoi figli!
Pace su Israele!

Ecco: il Salmo parte da una benedizione che canta la felicità della vita familiare in un quadro che dipinge la sposa nell’intimità della casa, presenta il valore e insieme la fatica del lavorodell’uomo, parla della gioia della mensa arricchita dai figli.

Tutto è posto sotto il segno della benedizione divina, perché è “dal principio” che il Creatore ha pensato all’umanità come alla relazione vivente di uomo e donna, chiamati insieme a “dominare” la creazione (cfr Gn 1,26-28). Il riconoscimento poi di questo disegno è labenedizione umana come risposta libera al piano di Dio, una risposta che inneggia alla bellezza dell’amore familiare e condivide i beni prodotti con il lavoro, continuando nella solidarietà l’opera creatrice del Signore.

Così la gioia dell’essere famiglia e la dimensione del lavoro sono tanto armonizzate tra loro da formare un tutt’uno. Certo il Salmo intende cantare l’amore familiare. Nello stesso tempo peròil lavoro appare come realtà espressiva e parte integrante di questo amore. Amare e lavorare, assieme al fare festa, sono davvero gli elementi essenziali di una vita familiare. Senza queste realtà non vi sarebbe umanità, né famiglia, né vita, né sviluppo di un mondo nuovo, umanizzato e perennemente migliorato dall’amore e dal “dominio” umano.

Certo le immagini di famiglia e di lavoro presenti nel Salmo presuppongono un ambiente sociale molto diverso dal nostro: vi troviamo una visione monogamica indiscussa, la presenza di molti figli, i ruoli familiari semplificati (il padre che lavora per procacciarsi il sostentamento; la madre che nascosta sta nell’intimità della casa; i figli a tavola pieni di appetito e di gioia), il mangiare insieme come simbolo dell’unità familiare.

Le immagini poi della vite e dell’olivo suggeriscono subito esuberanza per i figli che crescono e fecondità per la madre. In particolare, la vite esprime la gioia dell’amore; e insieme ci parla della benedizione di Dio che crea la fecondità.

Le immagini però, in un orizzonte più ampio, rimandano alla grande famiglia d’Israele. In realtà il Salmo sfocia su Gerusalemme, la capitale ovvero la madre, e su Israele ovvero Giacobbe, il padre delle dodici tribù. E così la relazione familiare del marito con la madre e con i figli si allarga sino a comprendere la relazione del singolo figlio di Israele con la madre Gerusalemme e il padre Israele. In tal modo la benedizione promessa passa dalla lunga vita del singolo al benessere della capitale e alla pace di tutto Israele.

2.    Lavoro e riposo nel comandamento del Sabato

Una seconda prospettiva biblica è data dal comandamento del Sabato (cfr. Dt 5,12-15; Es 20,8-11), che riguarda sì il riposo ma secondo una formulazione che dà senso anche al lavoro e che pone il tutto in un’ottica familiare.

Come ogni altro comandamento, anche il Sabato si situa nella logica dell’alleanza tra Dio e il popolo. Il comandamento infatti è donato a Israele, non gli è imposto (cfr. Dt 5,33); comporta però la risposta libera al cammino proposto da Dio che l’ha liberato. Ora è precisamente con il riposo settimanale del Sabato che l’umanità può anticipare il realizzarsi della piena libertà quale si avrà con il settimo giorno di Dio, la meta ultima verso cui l’intera creazione è in cammino.

È la famiglia come tale che deve osservare il riposo del Sabato, ricordando la liberazione dalla schiavitù d’Egitto e anticipando nel tempo umano il settimo giorno di Dio. Vivere il sabato è una caparra della promessa di Dio che benedice il lavoro dell’uomo e ne anticipa il compimento: in tal modo il riposo sabbatico è segno reale della liberazione dal lavoro come faticosità, come schiavitù, pura alienazione, “non senso”.

Ma non è la sua capacità di homo faber a redimere i limiti e i pesi della temporalità, bensì la partecipazione al riposo di Dio: è, dunque, la sua dimensione di homo religiosus, in quanto anticipa la meta del settimo giorno di Dio. In esso, nella comunione con Dio, egli troverà la sovrabbondante pienezza della sua dignità.

Per concludere, l’umanità non è finalizzata al lavoro, ma al Sabato; l’umanità intesa non come singolo individuo, ma come famiglia: spetta infatti al capofamiglia indire l’osservanza del Sabato. E quel “non farai alcun lavoro, nè tu, né tuo figlio, ecc.” dice anche di rapporti sociali profondamente mutati dal Sabato. Il tempo del lavoro, infatti, inevitabilmente differenzia e divide; quando invece si riposa e si fa festa, le stesse disuguaglianze sociali appaiono attenuate: si familiarizza, si condivide, si comunica. Ancora una volta, il culto riferito a Dio e la liberazione delle persone e delle loro relazioni vanno nella stessa direzione. Sì, abbiamo bisogno – e oggi ancora più di ieri – di un tempo di festa vissuto da tutta la famiglia, perché esso è importante, è indispensabile sotto il profilo sociale ed educativo.

2.    La Parola della Chiesa: Famiglia e lavoro, edificazione della societa’ e umanizzazione del mondo

A partire dalla benedizione originaria di Dio che promuove il lavoro umano vogliamo ora addentrarci nel percorso suscitato dalla fede cristiana nella storia.

1.    La dottrina sociale della Chiesa

È un percorso che attraversa l’intera vicenda storica della Chiesa e che trova il suo punto più significativo nella dottrina sociale: una dottrina che non inizia con la Rerum novarum di Leone XIII ma con la prima comunità apostolica, sicchètale dottrina si salda con la Sacra Scrittura e qui ritrova le sue radici, il suo dinamismo, il suo costante criterio: “la coerenza con la fede in Cristo e con il suo vangelo di salvezza”.

È stato, in particolare, l’esplodere della “questione sociale” - ovvero del conflitto tra capitale e lavoro nel contesto dell’industrializzazione – a far sorgere, come risposta, una vera e propria “dottrina sociale della Chiesa” nella forma specifica che oggi conosciamo e che è venuta elaborando ‘princìpi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione’ per creare poi le condizioni affinché “le comunità cristiane” potessero via via “individuare – con l’assistenza dello Spirito Santo, in comunione con i vescovi responsabili, e in dialogo con gli altri fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà – le scelte e gli impegni che conviene prendere per operare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che si palesano urgenti e necessarie in molti casi” (Octogesima adveniens, n.4).

Dovremmo ora seguire le tappe dello sviluppo della dottrina sociale della Chiesa, in particolare in tema di rapporto famiglia-lavoro. Ma si aprirebbe qui un campo quanto mai ampio di studio e di analisi dei diversi interventi sociali del magistero. D’altra parte solo con uno sguardo complessivo si potrebbe cogliere il peso reale e l’energia profetica della dottrina sociale della Chiesa, vedendo cioè come le comunità cristiane hanno saputo lasciarsi sfidare dalle varie problematiche sociali, intercettandole in continuità, in parte lasciandosi condizionare dalle situazioni del tempo e in parte dimostrando lungimiranza e apertura alla novità, accogliendo e rispettando le esigenze della razionalità umana e insieme ispirandosi e consegnandosi agli ideali evangelici.

Mi vedo costretto a toccare rapidamente qualche aspetto del magistero sociale di Benedetto XVI.

2.    L’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI

Il magistero sociale di papa Benedetto XVI viene inaugurato dalla prima enciclica Deus caritas est (2005), che ci offre la prospettiva unitaria da cui possiamo traguardare il suo intero insegnamento. Infatti tutte le realtà – in specie la vita familiare, il lavoro, la festa -- sonounificatetrasfigurate e portate a compimento dall’amore di Dio, diventando esse stesse opere di amore, testimonianza di vera carità. Come scrive il Papa, “L’amore – caritas –sarà sempre necessario, anche nella società più giusta” (n.28).

E proprio alla ricerca di una verità piena per l’intera vita sociale è dedicata la Caritas in veritate(2009). Partendo dalla consapevolezza che “la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli” (n. 19), l’enciclica sottolinea come suo filo conduttore e provocatorel’esigenza di uno sviluppo umano integrale, capace di far crescere armonicamente tutte le dimensioni costitutive dell’uomo: personali, relazionali, sociali, culturali, spirituali. E anima profonda di questo sviluppo è la carità che, purificata e guidata dalla verità, “dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo” ed è “il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici” (n. 2).

Di qui il concetto originale di fondo: l’economia e la vita sociale devono essere plasmate dallo spiritodel dono, dalla logica del disinteresse, della comunione, della fraternità, della solidarietà, della gratuità (cfr. n. 38). Troviamo qui quello che definirei il novum dell’enciclica sociale di Benedetto XVI, un novum in un certo senso “profetico” in quanto a tutti lancia un coraggioso “appello” e pone una grande “sfida”, come emerge nel capitolo terzo dell’enciclica (cfr. nn. 34-42).

Di questo capitolo riascoltiamo il limpido e denso incipit: “La carità nella verità pone l’uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. La gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistente. L’essere umano è fatto per il dono, che ne esprime e attua la dimensione di trascendenza… Essendo dono di Dio assolutamente gratuito, la carità irrompe nella nostra vita come qualcosa di non dovuto, che trascende ogni legge di giustizia. Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l’eccedenza. Esso ci precede nella nostra stessa anima quale segno della presenza di Dio in noi e della sua attesa nei nostri confronti… Perchè dono ricevuto da tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce la comunità. Unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né confini… L’unità del genere umano, una comunione fraterna oltre ogni divisione, nasce dalla con-vocazione della parola di Dio-Amore” (n. 34).

La gratuità nell’ambito economico e sociale

Queste affermazioni fondamentali trovano una specifica applicazione anche nell’ambito economico e sociale, e quindi anche in riferimento alla famiglia e al suo lavoro. Del resto è la stessa esperienza umana a dirci che non è affatto vero che siano il massimo profitto e lamassima utilità economica a muovere l’agire dell’uomo: la vera e più esplosiva motivazione è lacarità, con l’energia che ha di suscitare e sostenere relazioni nuovefraterne appunto, in ogni famiglia, in ogni impresa e nell’intera grande famiglia umana!

Nessun equivoco però: la logica della gratuità non implica che in economia si possa comprare e vendere gratissenza prezzo o senza corrispettivo; implica invece che si lavori e si realizzino scambi e investimenti in modo pienamente rispettoso dell’uomo, quindi - non ultimi - dei suoi legami familiari e sociali! Gratuità significa far sì che la persona umana sia posta al vertice di ogni scelta economica, politica, sociale; comporta che nessun essere umano sia strumentalizzato ad altre logiche che non siano la piena realizzazione, sua e dell’umanità intera! Una simile gratuità non può rimanere racchiusa in alcuni ambiti dell’attività economica – quali ad esempio le associazioni, gli enti con finalità mutualistica o cooperativa, i soggetti non profit in genere –, quasi potessero esistere altri campi in cui l’unica regola è quella del massimo profitto o del massimo tornaconto individuale! Viceversa, la gratuità è dimensione vera e necessaria dell’intero agire sociale ed economico, se intesa come dimensione qualitativa delle relazioni, interpersonali e sociali.

La famiglia scuola di socialità: possibilità e minacce

Ma ecco un interrogativo ineludibile: la gratuità dove trova le sue sorgenti più vive e originali? La risposta è: nella famiglia, che tramite il proprio lavoro si configura come luogo caratteristico in cui è quotidianamente possibile apprendere il linguaggio della gratuità! La famiglia è il soggetto esemplare in grado di praticare e di comunicare questo linguaggio all’intera vita sociale, economica e politica: diviene così, prima e più che ogni altro soggetto, la scuola di socialità che educa alla gratuità tutti, compreso chi domani avrà responsabilità in qualsiasi campo della vita sociale.

Per questo la famiglia deve essere intesa non solo come ambiente affettivo in cui si vive laprossimità, ma anche come vero e proprio punto di partenza di una società rinnovata, capace di vivere la gratuità nell’ambito di tutte le relazioni sociali!

Si deve tuttavia riconoscere che la piccola ma vera società quale è la famiglia, proprio nel lavoro– come normale ma prezioso contributo allo sviluppo dell’intera vita sociale -, è sempre più minacciata.

Nel suo sorgere, anzitutto. Infatti, quando “l'incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica”, ci si trova conseguentemente di fronte a “forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell'esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio” (n. 25).

In tal senso la precarietà strutturale, in cui i giovani si trovano a vivere in molte parti del mondo, costituisce di fatto una pesante ipoteca sul futuro delle famiglie e, di riflesso, della società. Il che provoca un innegabile danno sotto il profilo economico, poichè la crisi demografica si traduce anche in problema economico.

Così pure anche lungo l’intero arco di vita la famiglia si trova spesso minacciata e in profondità. Come scrive il Papa: “L'estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall'assistenza pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale” (n.25). In questa linea preoccupa gravemente la disoccupazione giovanile, che secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, nel suo ultimo rapporto, risulta in crescita dell’80% nei Paesi sviluppati e di due terzi nei Paesi emergenti: dati, questi, che interpellano con forza la società, in particolare chi ha responsabilità politiche ed economiche.

Anche la povertà minaccia pesantemente la vita di molte famiglie della terra, con il risultato di una grave violazione della dignità del lavoro umano. Pure lo sviluppo demografico non può essere compromesso con il falso pretesto di considerarlo causa di povertà.

Infine, circa la prospettiva di fede secondo cui considerare il rapporto famiglia-lavoro, la Caritas inveritate ci offre un contributo prezioso già con la sua impostazione profondamente antropologica e superlativamente teologica. Del resto è la caritas il principio, il dinamismo, laforza, il fine, lo stiledell’agire umano: e questo per ogni persona – singola o comunità – e in ogni ambito di vita, lavoro compreso.

Elementi di “spiritualità” del lavoro ritroviamo poi nelle ripetute affermazioni sull’inscindibile rapporto tra giustizia e carità.

Senza dimenticare la mirabile “conclusione” dell’enciclica: “Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le mani alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato. Perciò anche nei momenti più difficili e complessi, oltre a reagire con consapevolezza, dobbiamo soprattutto riferirci al suo amore. Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace” (n.79). 

3.    L’Ethos del Lavoro umano: una nuova Luce dalla vita di Nazareth

La prospettiva di fede circa il rapporto famiglia-lavoro racchiude anche una dimensione etica, ossia un aspetto di grazia e di responsabilità di cui sono segnate, secondo il disegno di Dio e le esigenze più profonde del cuore umano, le realtà della famiglia e del lavoro.

Ora l’ethos della famiglia in rapporto al lavoro si radica nel logos, ossia nella verità e nel senso che Dio ha stampato nell’uomo e che questi è chiamato a conoscere e riconoscere alla luce della ragione e della fede. È un ethos dinamico che sollecita l’uomo a ordinarsiliberamentee responsabilmenteal telos, ossia al destino, alla mèta di un compimento che è la gloria di Dio e la santità della persona umana.

L’ethos dunque non è freno né ostacolo, ma spinta a realizzare in modo sempre più pieno la vera umanità della persona in se stessa e con gli altri. È sorgente di quelle virtù che custodiscono e sviluppano i valori più alti di giustizia, solidarietà, gratuità, generosità in ogni ambito della vita, in specie in quello della famiglia e del lavoro.

Sono due in particolare i momenti etici fondamentali nella relazione famiglia-lavoro. Il primo è quello di favorire la “cultura” del lavoro, la conoscenza adeguata e il cordiale “riconoscimento” dei valori e delle esigenze - dei diritti e dei doveri - implicati nel rapporto famiglia-lavoro. Il secondo è quello di una concreta assunzione di libertà responsabile nel vivere le realtà della famiglia, del lavoro e della loro reciproca implicazione.

Questi due momenti eticisono sfidati oggi da diverse forme di complessità e di fragilità che coinvolgono, talvolta drammaticamente, la realtà della famiglia e del lavoro, specie nel loro vicendevole rapporto. Per questo si rende sempre più urgente un grande rilancio della responsabilità educativa: da parte della famiglia, della scuola, della società civile e della comunità cristiana. Come a dire che la prima questione posta dal lavoro oggi è quella culturale,quella cioè del suo vero “senso” per la persona, la famiglia, le comunità, la società.

A questo ethos vorrei riservare alcune rapide riflessioni riprendendo lo sguardo rivolto a Cristo come “figlio del falegname” nella sua vita a Nazareth: uno sguardo che s’inserisce nell’icona di questo Incontro Mondiale delle Famiglie, uno sguardo che ci apre alla risposta vera e valida circa il posto e ilsenso del lavoro nella nostra vita, in particolare nella vita di famiglia.

1.    La normalità del lavoro nella vita d'ogni giorno

È un Gesù “normale” quello che troviamo a Nazareth, un uomo comune a tutti gli altri. Ed elemento essenziale per lui è il suo lavoro con Giuseppe. Gesù lavora con un uomo "giusto", umile, nascosto, dedito alla sua famiglia. Lavora, giorno dopo giorno, per trent'anni: tanti e sempre uguali! Qui lanormalità coincide con la quotidianità, con quanto comporta di ripetitivitàstanchezza, fatica,sacrificio, impegno. E all'insegna del senso del dovere!

E che tipo di lavoro compie Gesù a Nazareth? Lavoro di falegname o fabbro che sia, è pur sempre il suo un lavoro manuale. Ci insegna che ogni lavoro, anche quello manuale e il più umile e il più stressante, ha dignità umana, in quanto rimanda alla persona coinvolta nel lavoro, in obbedienza alla volontà originaria del Creatore.

Emergono subito non pochi interrogativi sulla "filosofia" del lavoro: qual è il giudizio che comunemente viene dato sul lavoro? Conta di più il lavoro - cioè il tipo di lavoro - o la persona che lavora? E allora non si devono forse denunciare discriminazioni inaccettabili, perché oltre i limiti della giustizia, anche nell'ambito della retribuzione economica e delle pensioni? Certo, c'è una giustizia "distributiva", ma, proprio perché "giustizia", ha dei limiti, oltrepassati i quali si trasforma in un’ingiustizia scandalosa, che suona insulto alla povertà di tante persone e ancor più alla dignità di quanti percepiscono retribuzioni evidentemente fuori misura. Questo vale nel campo privato e soprattutto quando è in questione il danaro pubblico, di tutti e per tutti. Forse che il tempo, le forze fisiche e psichiche, le responsabilità dell'ultimo lavoratore valgono di meno del tempo, delle forze e delle responsabilità di un alto dirigente di finanzia o di industria o di governo o di partito o di sport? Mi chiedo: le cosiddette leggi del mercato - che danno molto a qualcuno perché la sua attività movimenta enormi capitali a beneficio di molti – non devono forse essere, loro stesse, regolate? Regolate perchè il mercato sia per l'uomo e non l'uomo per il mercato!

2.    Il lavoro e la vita in famiglia

Gesù è al suo paese, a Nazareth. Ed è con Maria, la madre, e con Giuseppe, il padre putativo e insieme il "maestro" di lavoro e, con gli anni, anche il "compagno" della fatica d'ogni giorno. Un lavoro che si svolge in famiglia: anche questo è ricco d'insegnamento per noi. Infatti, il dato "sociologico" del lavoro in famiglia, peraltro così modificato nell'esperienza storico-sociale-culturale con il variare dei tempi, si pone pur sempre come dato "paradigmatico", in quanto fa emergere la questione sempre attuale del rapporto lavoro-famiglia.

Questo rapporto può esprimersi con due interrogativi generali.

Il primo: senza lavoro, quale famiglia è possibile? In realtà, non c'è famiglia senza lavoro! Non è possibile costituirla o - se costituita - non è possibile farla crescere nei valori e secondo le esigenze ad essa peculiari. La questione non è solo economica, perchè il lavoro è inserimento attivo nel tessuto della società, è partecipazione responsabile all’edificazione della città: se ne viene esclusa, la famiglia è come mutilata, emarginata, deturpata da una ferita che può portarla a vergognarsi, a nascondersi, a prediligere sentieri male illuminati e trascurare gli spazi aperti e luminosi in cui la gente si incontra, intesse relazioni, entra in una vita di comunione.

S’inserisce qui anche il fenomeno delle migrazioni con i contraccolpi problematici o negativi, non solo sulla famiglia migrante costretta a lasciare il proprio Paese, ma anche sul “lavoro temporaneo” specie con l’attività di cura (badanti, colf, ecc.) di cui l’Europa è beneficiata grazie, soprattutto, alla presenza di donne che provengono dalle Filippine, dal Sudamerica, dall’Est e che hanno lasciato marito e figli pur di riuscire a guadagnare il necessario. E il costo sociale di tutto questo può non interrogarci?

Il secondo interrogativo: senza famiglia, quale lavoro è possibile? Sì, non c'è lavoro senza famiglia! L'esperienza infatti ci dice che la famiglia è il luogo educativo primario anche per il lavoro. Se manca un’adeguata educazione al lavoro, viene ostacolata la necessaria maturazione dei figli, con il rischio di non esporli al lavoro con le sue difficoltà e di spingerli comunque al lavoro, anche se non corrisponde alle reali situazioni dei figli o non ne valorizza le capacità o viene scelto esclusivamente per il reddito o la notorietà.

Altro obiettivo da raggiungere è una conciliazione, meglio un’armonizzazione, direi una alleanza positiva, tra la vita di lavoro e la vita di famiglia: nei ritmi di tempo (oggi sempre più frenetici) e nelle condizioni di vita e di lavoro (si pensi al prolungarsi delle percorrenze per recarsi sui luoghi di lavoro). Urge allora trovare strumenti adeguati per migliorare il rapporto tra tempi della vita familiare e tempi del lavoro. Una questione, questa, che investe soprattutto l’universofemminile, che oggi porta il grosso del peso della cura dei figli: pensiamo ai contratti part-time, ai congedi parentali e a tutte quelle forme che permettano una sana flessibilità a tutela del lavoratore e della sua famiglia.

È evidente che il realizzarsi di una simile alleanza esige un'opera insieme formativa e politico-sindacale: da un lato chi lavora deve essere educato a non "sacrificare" i valori più profondi della vita familiare con un impegno lavorativo esclusivo e totalizzante, che non conosce né feste né pause, che nega nei fatti ogni momento di riflessione, di vita familiare e di dono di sé; dall’altro lato chi è impegnato nella politica e nel sindacato deve saper obbedire a logiche non solo di "efficienza economica", ma anche di "efficacia umana", come la coltivazione di rapporti interpersonali più significativi nell'ambito della famiglia e del più ampio tessuto sociale.

3.    Il lavoro al servizio del "villaggio" di Nazareth

Gesù svolge il suo lavoro nella casa di Nazareth, dunque in un villaggio, ma anche per il villaggio e con tutta probabilità per altri villaggi ancora. Questo accenno ci rimanda alla dimensione sociale del lavoro. Così lo spazio familiare si dilata e diviene spazio comunitario più vasto, mediante l'ampliarsi dei rapporti interpersonali: parole queste di estrema semplicità ma che oggi assumono proporzioni enormemente amplificate con il fenomeno della globalizzazione.

E qui sorge l'esigenza di fare dei luoghi di lavoro non solo uno spazio geografico o fisico nel quale ci si trova, né un campo di rivendicazioni reciproche, anche se giuste, né un’area di dura conflittualità, ma una comunità di persone: una comunità cioè dove le persone vengono non solo rispettate nella loro dignità ma anche valorizzate nelle loro molteplici e diverse risorse e potenzialità. È questa, com’è noto, la precisa prospettiva proposta dalla dottrina sociale della Chiesa; ma è questa anche un'esigenza umana, naturale e razionale, di cui sono oggi consapevoli le stesse scienze economiche più moderne.

Oggi però la dimensione sociale presenta contenuti, caratteristiche e problematiche inedite, quali la globalizzazione e i nuovi rapporti tra lavoro e lavoratore e tra gli stessi lavoratori. Ciò esige che la sfida per la solidarietà e i diritti sia affrontata in un’ottica necessariamente globale: la vita e la salute – ad esempio - di un operaio cinese valgono tanto quanto quelle di un italiano. Ed è evidente che impegnarsi per il rispetto dei diritti di un lavoratore italiano non è in contrasto con l’impegno a favore di “delocalizzazioni responsabili” delle nostre aziende al di fuori dei confini nazionali.

È necessario oggi vivere un più spiccato senso sociale rilanciare con più forza il valore della solidarietà. Il senso sociale chiede, anzitutto, che sicoltivi una profonda parentela tra diritti e doveri, rivendicando i primi e insieme assumendo responsabilmente i secondi. Quanto poi allasolidarietà, il rilancio dovrà muoversi secondo centri concentrici: dall'interno della propriaazienda (nei riguardi dei compagni di lavoro, specie in momenti di disagio, di difficoltà, di crisi aziendali) al circuito delle diverseaziende di una determinata città o territorio o settore e, infine, in rapporto al “sistema”Paese, attraverso una vera e propria "politica del lavoro". Questa, in realtà è chiamata a fare della solidarietà non un semplice e sia pur nobile sentimento etico, ma un principio originario e strutturale della crescita globale e organica dell'economia di un Paese, e di questa nella più grande economia del mondo, casa comune di tutta l'umanità.

4.    Gesù salvatore del mondo mediante il lavoro

La fede ci assicura che Gesù Cristo, crocifisso e risorto, è il salvatore del mondo, l'unico salvatore! Ma questa stessa fede ci apre allo stupore, perché Gesù Cristo è l'unico e universale salvatore anche mediante il suo lavoro quotidiano a Nazareth. È veramente sorprendente per noi sapere che il Salvatore del mondo ha fatto sbocciare la salvezza proprio qui, al banco del falegname, tra le mura o nei dintorni della piccola casa di Nazareth. Solo dopo trent'anni rivedremo il Signore altrove, cioè sulle strade della Palestina e sulla Croce. Lo ripeto: ha fatto sbocciare la salvezza con il lavoro delle sue mani: altrove ci sarà la parola che davanti a tutti annuncia la "lieta notizia", mentre qui tutto è nascondimento e silenzio; altrove ci saranno i gesti miracolosi, mentre qui l'unico "miracolo" è quello di un lavoro che fa "vivere": fa vivere chi lavora e gli altri ai quali il lavoro è destinato.

Sì, è la fatica umana di Cristo Salvatore che “redime” e  "santifica" il lavoro, ed insieme lo rende "santificante". E questo vale non solo per lui, ma anche per noi. È nuovamente la fede cristiana a dirci che il nostro lavoro è una reale condivisione del lavoro stesso di Gesù Cristo. Per questo anche il nostro lavoro, con la grazia del Signore Gesù, diventa luogo di salvezza e di santificazione per noi e per gli altri.

Di qui il doveroso interrogativo: abbiamo noi la consapevolezza della novità cristiana presente e operante nel nostro lavoro? Crediamo veramente che è anche nel lavoro e attraverso il lavoro delle nostre giornate che noi ci salviamo e ci santifichiamo?

In realtà, c'è una condizione indispensabile per avere limpida questa consapevolezza e salda questa fede: è l'amore al silenzio del cuore e al colloquio della preghiera. A sua volta sarà questa preghiera a sostenerci nel testimoniare la novità cristiana del lavoro dentro il nostro vissuto quotidiano, che in gran parte è dato dal lavoro: una testimonianza dai lineamenti tipici della vita di Nazareth, che è fatta di semplicità, normalità ed essenzialità; che non ricorre a nessuna "predica" e a nessun "proselitismo"; che non ha bisogno di segni distintivi o speciali; che rifugge da tutto ciò che può urtare sensibilità diverse dalla nostra; che non scade in qualche forma di pietismo. Basta il dovere, il dovere compiuto nel migliore dei modi!

Senza dire che la vita di grazia dei lavoratori - questa meravigliosa “inabitazione” di Dio, Trinità santissima, nella nostra anima - rappresenta la più preziosa ricchezza spirituale che noi offriamo, anche se a loro insaputa, ai nostri compagni di lavoro: e non solo a loro.

È questo il lievito evangelico, nascosto quanto efficace, che fermenta l'impasto dell'ambiente di lavoro e che contribuisce al vero "bene comune" di cui ha grande bisogno la nostra società.

+ Dionigi card. Tettamanzi
Milano, 31 maggio 2012