La famiglia guarita dalla tenerezza

L'esempio di Maria Cristina di Savoia, la cui beatificazione avverrà il 25 gennaio 2014

Roma, (Zenit.org) Gianni Califano | 559 hits

Accettando di sposare Ferdinando, Maria Cristina si legava a un uomo dal carattere profondamente diverso dal suo. Il giovane sovrano sembrava la personalizzazione della calda e chiassosa Napoli. Era estroverso, loquace, di buon cuore, esprimeva in tutto la gioia di vivere, anche nell’amore per la buona tavola e i divertimenti. Il fisico possente e panciuto, irruente nei movimenti, aggiungeva alla sua persona una particolare nota di simpatia, anche se a suo carico si poteva dire che era facile alla distrazione, alla superficialità, e un pò rozzo nel parlare. Maria Cristina all’opposto denunciava tutta la sua ascendenza settentrionale: snella, delicata, aggraziata in ogni movenza, riservata, misurata, risultava a prima vista severa, un pò protocollare per la rigida educazione ricevuta a corte. Eppure la tenerezza, complice lo slancio dell’età giovanile, si instaurò tra i due e li aiutò a trovare una felice armonia. Ci fu una reciproca integrazione: Maria Cristina acquistò da Ferdinando quella solarità che forse le mancava, Ferdinando si arricchì della delicatezza dei sentimenti di Maria Cristina. Fu un vero amore. Ne abbiamo conferma da quanto lei stessa scriveva al cognato Francesco IV di Modena: «Non posso essere più felice con il caro Ferdinando, che riunisce tutte le qualità e con cui mi  combino tanto di idee e di carattere. Tutta la famiglia pure ha tanta bontà per me; insomma vi assicuro che non credevo mai che si potesse essere così felici in questo stato».

Accanto al ventiduenne Ferdinando, che già regnava da tre anni, la sovrana mantenne le sue religiose abitudini, espressione di una fede convinta e matura. Non si limitò a un’azione spirituale, ma iniziò a correggere amorevolmente e con fermezza le situazioni di disordine che con gli anni avevano preso il sopravvento a corte. In particolare intervenne affinché la condotta godereccia e libertina di alcuni cavalieri che frequentavano il re fosse messa al bando, come pure un certo parlare volgare “da soldati”. Libero da tali condizionamenti negativi Ferdinando divenne più efficacemente incline a condividere il virtuoso tenore di vita della sposa. La preghiera tornò a prendere un posto di rilievo nel ritmo della giornata dei sovrani. Ogni sera, quando erano al Palazzo Reale di Napoli, insieme partecipavano alla benedizione del SS. Sacramento nella Cappella pubblica, spesso recitavano il santo rosario nell’oratorio privato, ricevevano la Comunione eucaristica ogni quindici giorni e, nel tempo stabilito, partecipavano agli esercizi spirituali. Anche gli altri membri della famiglia reale e della corte si associavano agli atti di pietà. Si iniziarono ad osservare i digiuni prescritti del venerdì e della Quaresima, sovente tralasciati, e a consumare cibi con maggior sobrietà per emulare la giovane sovrana che si onorava di “fare vigilia” in onore della Vergine.

La devozione degli sposi aveva spesso come meta le belle chiese di Napoli. Non era raro il caso che la regina ed il marito, opportunamente coperti da mantello e cappello per non essere riconosciuti, frequentassero nelle ore serali la chiesa del Gesù Vecchio, per deporre la loro preghiera ai piedi della miracolosa immagine dell’Immacolata, lì venerata, e per avvalersi del consiglio di Don Placido Baccher, virtuoso Rettore di quel santuario. Un ambito particolarmente significativo dell’azione virtuosa di Maria Cristina fu il suo modo di sostenere il re nel suo compito di Governo, attraverso una costante preghiera di intercessione. Ogni volta che Ferdinando doveva presiedere il Consiglio di Stato riceveva dalla sposa un segno di benedizione, dopo aver recitato insieme tre Ave Maria e l’invocazione allo Spirito Santo. Poi Maria Cristina si tratteneva in preghiera nell’oratorio privato, fintantoché durava la seduta. Quante sagge e prudenti decisioni furono favorite da questa ispirazione di fede non è dato sapere. Certamente il rito intimo e devoto dell’imposizione delle mani in forma di croce della moglie sul marito, riferito in maniera commossa e dettagliata da vari testimoni al processo, fu una delle espressioni esterne più originali di quanto la grazia sacramentale del matrimonio andasse maturando nei due sposi. Anche Maria Cristina, da parte sua, si sforzò di modificare i suoi gusti e il suo carattere per venire incontro alle legittime aspettative del marito, affrontando qualche sacrificio per amore di Ferdinando. Ad esempio seppe vincere la sua ritrosia a frequentare le rappresentazioni teatrali che le procuravano un vero tedio, e accettò di accompagnare il re alle “prime” del Teatro San Carlo: era giusto infatti che il re non sfigurasse comparendo da solo, e che si desse soddisfazione al popolo e agli attori anche con la presenza della regina. Si adattò a partecipare alle numerose feste, agli interminabili pranzi e alle chiassose gite marinaresche in uso alla corte dei Borbone. Persino si prestò ad essere presente al carnevale e alla festa di Piedigrotta, occasioni nelle quali la famiglia reale si mostrava al popolo vestita “in costume” e sfilando su carri allegorici appositamente preparati. «Bisogna farlo – diceva con saggia considerazione e senso pratico – per soddisfare il popolo e per procurare maggior giro di guadagno». In tali circostanze Maria Cristina sorrideva moderatamente, portando con la sua persona, sempre decorosamente vestita, una nota di grazia e di finezza. Infine accettò per amore del marito, non solo il disagio della notevole differenza di etichetta tra la sua corte di origine e quella borbonica, ma anche il difficile carattere dei nuovi parenti, spesso in litigio tra di loro. Al suo ingresso in casa Borbone trovò una spiacevolissima situazione di tensione tra Ferdinando e la regina madre Maria Isabella, tensione che si trascinava da anni, al punto che i due evitavano di vedersi. La regina madre era stata l’unica persona della casa reale a non essersi recata ad accoglierla alla banchina del Molosiglio il giorno del suo arrivo, né a darle il benvenuto al palazzo. Informata che l’appartamento di Maria Isabella era al piano superiore, Maria Cristina chiese a Ferdinando il permesso di andare a salutarla. Prese poi a ripetere quel gesto molto frequentemente, al mattino per augurarle il buon giorno e alla sera per augurarle la buona notte, finché, guadagnata la simpatia della suocera e spianata la strada, il marito stesso non volle accompagnarla. Fu poi la suocera a creare le occasioni per scendere all’appartamento del re suo figlio, per incontrarsi piacevolmente con Maria Cristina. Uguale ruggine Maria Cristina aveva percepito tra il re e i suoi fratelli. Si trattava di malintesi, a volte di vere e proprie cattiverie e gelosie, favorite da un eccesso di critiche e di parole imprudenti. La giovane sovrana si mostrava cortese e riservata con i cognati, e in tal modo ne guadagnò la fiducia. Poté così compiere quell’opera di pacificazione che permise una più stabile serenità. Più difficile si presentava il caso dell’inquieto principe Carlo, preso da acerba gelosia nei riguardi del fratello Ferdinando. La virtù di Maria Cristina non fu sufficiente a risanare le ferite che il suo comportamento procurava, perché è pur vero che ciascuno è lasciato libero di fronte alle proprie scelte. Ma per il cognato Maria Cristina pregò, soffrì e manifestò comprensione. Quando il principe Carlo nel gennaio 1836 fuggì da Napoli con l’irlandese Penelope Smyth, secondo il sistema della Corte gli fu sospeso il vitalizio.

Per le preghiere di Maria Cristina, però, Ferdinando gli assegnò una quota di tremila ducati al mese prelevati dal suo patrimonio personale. Sintesi di questa “santità” concreta, fatta di buon senso, oltre che della sapienza del Vangelo, sono le massime raccolte su un libricino appartenuto alla sovrana e da lei stesse vergate: «Ascoltare sempre ed in tutto mio marito. Badare assai nel parlare con chiunque. Non dar retta ai consigli ed avvertimenti di tutti. Pensar bene, prima di far una cosa, alle conseguenze. Essere garbata con tutti, senza render conto dei fatti miei a nessuno, né dar troppa confidenza. Non lusingare la gente lasciando credere il falso per compassione di far dispiacere dicendo la verità. Quando mi trovo in dubbio e non so con chi parlare per consigliarmi, tacere e ricorrere a Dio e poi fare ciò che mi parrà voler Suo».

Da: Gianni Califano, Maria Cristina di Savoia. Regina delle Due Sicilie, Velar, Gorle 2013.