La famiglia: un luogo di umanizzazione

Il filosofo Roberto Mancini interviene all'Auxilium al convegno in vista del prossimo Sinodo

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 283 hits

Quanto sono vicini il Vangelo e la famiglia? Sarebbe scontato dire che il primo alimenta e rafforza la seconda, eppure si tratta di un rapporto che va scoperto con attenzione e discernimento, evitando ogni forma di banalizzazione.

Il tema è stato trattato ieri pomeriggio, nel corso del convegno Famiglia: luogo primario di umanizzazione, organizzato e ospitato dalla Facoltà “Auxilium”, in vista del Sinodo straordinario dei Vescovi su Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione.

Al centro dell’incontro, la prolusione del professor Roberto Mancini, docente di filosofia teoretica all’Università di Macerata. Quello di Mancini, tuttavia, non è stato tanto un intervento di stampo accademico, quanto una riflessione a partire da spunti di attualità e di vita vissuta.

Innanzitutto, va sgomberato il campo da alcuni equivoci plurisecolari, a partire dalla definizione di “umanesimo” che, in varie fasi della storia umana, ha conosciuto momenti apicali, alternati a secoli di oblio.

Fu intrisa di umanesimo la filosofia greca, a partire da Socrate e Platone, come lo furono successivamente il Rinascimento e l’Illuminismo. Nessuna di queste correnti di pensiero, tuttavia, si è rivelata integralmente “fedele alla dignità umana”.

In altre parole, ha spiegato il professor Mancini, questi ripetuti revival sono quasi sempre stati viziati da varie forme di riduzionismo, sempre di carattere elitario: talora l’umanesimo è stato “etnocentrico”, in altri momenti “classista”, in altri ancora “maschilista”.

Solo nel cristianesimo, l’umanesimo si realizza pienamente, proprio perché Dio si fa umano nel senso più vero e reale del termine. Purtroppo persiste una tendenza diffusa, più o meno consapevole, a ritenere Gesù quasi come un “Dio travestito da uomo”, come sosteneva l’eresia monofisita.

Si tende a “porre Gesù sugli altari, ha osservato il filosofo, ma non a farne uno stile di vita. “Tornare al Vangelo – ha aggiunto – non significa tornare al passato ma aprirsi al futuro, fare di Gesù un nostro contemporaneo”.

Questa premessa è indispensabile per non cadere nella trappola di una visione riduzionista ed errata della Chiesa, di volta in volta concepita solamente come struttura “gerarchica” (il Papa, la Curia Vaticana, i Vescovi, ecc.), oppure come “il mio gruppo parrocchiale” o ancora “secondo i miei schemi personali”.

La vera dimensione della Chiesa, quella che sfugge a molti è, invece, quella “comunitaria” che “accoglie e non giudica”, in cui c’è posto per tutti. E la famiglia rispecchia pienamente questo tipo di comunità, che riflette l’amore di Dio, e la sacralità che Dio imprime all’uomo.

Per questo l’amore di Dio non è mai “oppressivo” ma sempre “liberante”, non chiede mai una “prestazione”, né è “meritocratico”.

Anche la “misericordia” va intesa nel senso proprio del termine: non è “la pietà che interviene quando tutto è perduto” ma indica “l’amore che mai ti abbandona”, che “scende più in basso di dove tu sei sceso”.

La misericordia significa saper “vedere la sofferenza anche nel comportamento malvagio”; mentre la giustizia umana “punisce il colpevole, la giustizia divina “lo guarisce”.

Ed il perdono è qualcosa che, più che “dimenticare il male subito”, “ricorda il tuo valore di persona”.

Tutto ciò è la premessa dell’amore sponsale, in cui ciascun coniuge ama l’altro “per il solo fatto che esiste” ed è “per sempre” proprio perché è “un dono”.

La “sponsalità coniugale”, dunque, risponde agli stessi principi della “sponsalità comunitaria”: in entrambe il criterio dell’amore vince sui criteri mondani della competizione, dell’individualismo, della gerarchia, ecc. È impossibile, quindi, pensare l’amore secondo criteri diversi dall’amore stesso.

In quest’ottica si può intendere la Chiesa come luogo e fonte dell’amore che non esclude nessuno, nemmeno chi non vuol farne parte; anche la definizione di “non credenti” è molto limitativa e non tiene conto del primato della persona. “Forse la vera distinzione è tra chi ama e chi non ama - ha argomentato Mancini -. Inoltre, più che parlare di rispetto dell’altro dovremmo parlare di fraternità”.

Anche quando si parla di omosessualità, ha aggiunto il filosofo, bisogna stare attenti a “non alzare steccati”: ferma restando l’identità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, questa tendenza affettiva e sessuale va vista, più che come una perversione, come una forma di “sofferenza, spesso difficile da accettare”.

In conclusione, il professor Mancini, ha ricordato come – in alternativa alla “cultura dell’angoscia e dei desideri distorti che generano dipendenza” - il Vangelo e l’amore di cui è intriso, li vive soprattutto “chi vuole cambiare vita, chi ambisce a una vita vera”.