La fecondazione eterologa e la selezione su base etnica

Nelle linee guida elaborate dalle società scientifiche, si chiede che venga garantito "colore della pelle e degli occhi" dei bambini uguali a mamma e papà

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci | 473 hits

È bastato il primo deciso raggio di sole agostano per far sciogliere il velo d’ipocrisia che copriva la fecondazione eterologa. A pochi giorni dall’annuncio del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, di “regolamentare, anche da un punto di vista tecnico, la metodica di procreazione medicalmente assistita eterologa”, insorgono le cliniche private e parte delle società medico-scientifiche italiane.

Gli scrupoli espressi dalla Lorenzin e la sua volontà di ricorrere a un decreto legge per porre delle regole vengono definiti, in una lettera diffusa da alcuni componenti del Tavolo tecnico istituito dal ministero della Salute, “un improprio appesantimento dell'iter applicativo della sentenza della Corte Costituzionale”. Sentenza la quale, avendo fatto decadere il divieto di fecondazione eterologa contenuto nella legge 40, era stata accolta dai centri che svolgono questa pratica come un lasciapassare incondizionato. O quasi.

Nelle linee guida elaborate dalle società scientifiche e dagli esperti che hanno partecipato al Tavolo tecnico promosso dal ministero, si precisa che “non è possibile scegliere le caratteristiche fenotipiche del donatore”. Tuttavia, si invitano i centri a garantire la “compatibilità di colore della pelle, gruppo sanguigno, colore dei capelli e degli occhi” e la “compatibilità etnica” tra i gameti dei donatori e le caratteristiche dei genitori che ricorrono alla fecondazione eterologa. Per meglio lucidare il concetto da possibili equivoci, si citano pertanto degli esempi: “una coppia caucasica dovrebbe poter avere un bimbo caucasico, una asiatica o di colore idem”.

Questa sorta di selezione basata su principi biologici, è ritenuta da Elisabetta Coccia, presidente dei centri Cecos Italia (l’associazione che raggruppa i maggiori Centri italiani privati e convenzionati di fecondazione assistita), una misura “necessaria”, in quanto riprende “le linee guida internazionali a cui ci siamo attenuti”. Una compatibilità etnica che va garantita “anche alle coppie appartenenti ad altre etnie e residenti” in Italia. A tal fine, precisa la Coccia, “si prevede anche il ricorso alla rete internazionale delle banche per la donazione dei gameti”.

Questa “apertura” al mercato dei gameti verso le coppie di immigrati, secondo l’esperta, si rende opportuna “in un contesto di globalizzazione come quello attuale in Italia”. Affermazione che rasenta il paradosso, se per globalizzazione si intende quel processo che tende a uniformare le culture, piuttosto che a suddividere per “colore della pelle”, “gruppo sanguigno”, “colore dei capelli e degli occhi”.

L’uscita della Coccia ha dunque sollevato più di qualche perplessità. Delle quali si è fatta portavoce Eugenia Roccella, già sottosegretario al Ministero della Salute. “C’è stato detto - afferma la deputata - che, come per l’adozione, ricorrere all’eterologa era un gesto d’amore, e che al bambino serve solo l’amore dei genitori”. Un amore però - prosegue amaramente la Roccella - “condizionato dal colore della pelle”. Lo amiamo solo se è bianco, se è nero non lo vogliamo”. Di qui le domande dell’onorevole: “Sono questi i criteri proposti dai centri di procreazione assistita? Sono questi i ‘nuovi diritti’ di cui la sinistra si è fatta portabandiera?”.

Diritti tali e quali a quelli propri di un consumatore all’interno di un mercato. Il quale gira tra i banchi e sceglie i prodotti a lui più congeniali. Quello stesso spirito, tipico della massaia alle prese con la spesa, che ha animato la coppia australiana che ha deciso di “scartare” il piccolo Gammy. Io pago, io esigo. È questa la nuova frontiera del principio “più diritti per tutti”. Tranne che per i bambini.