La fede di Capitan America

Clint Dempsey, stella della Nazionale statunitense, alza gli occhi al cielo dopo ogni gol realizzato. Simbolo di una storia personale commovente, che l'ha guidato in un percorso di fede

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci | 361 hits

Mondiali di calcio 2014. All’esordio degli Stati Uniti, gli appassionati di calcio americani hanno dovuto trattenere il loro entusiasmo per appena 31 secondi. Tanto è passato tra il fischio d’inizio della gara contro il Ghana e il gol messo a segno dal capitano Clint Dempsey, coronamento di una serpentina in mezzo a un nugolo d’avversari.

Si tratta della marcatura più veloce mai realizzata da un calciatore statunitense a un Mondiale, nonché di una delle più veloci mai segnate in assoluto in un Campionato mondiale. Un record che riempie d’orgoglio Clint Dempsey, e che si aggiunge ai numerosi già detenuti dall’asso della Nazionale a stelle e strisce. Per dirne un altro, con la rete contro il Ghana il capitano degli Yanks diventa il primo calciatore statunitense ad aver segnato in tre Mondiali diversi.

Gli allori sportivi posati sul suo capo e la fascia da capitano al braccio fanno di Dempsey il calciatore più acclamato oltreoceano. Ma anche il più celebre e stimato al di fuori dei confini nazionali, tanto da consentirgli una lunga esperienza in Inghilterra, dove ha indossato le maglie delle squadre londinesi di Fulham e Tottenham.

In pochi tuttavia conoscono il ruolo che svolge la fede cristiana nella vita di questo calciatore. Lo scorso 16 maggio, Dempsey ha dichiarato nel corso di un’intervista per il magazine americano Sports Spectrum: “La mia fede in Cristo è ciò che mi dà fiducia nel futuro. So che sia quando attraverso momenti buoni sia quando ne attraverso di cattivi, Egli è fedele e veglia su di me”.

Di nonni irlandesi, Clint Dempsey ha ricevuto un’educazione cattolica. Ha iniziato a giocare a calcio all’età di 10 anni. Le qualità messe in mostra da questo ragazzino mite ed educato non passarono inosservate. Fu ingaggiato dai Longhorns Dallas, squadra della città del Texas che dista tre ore di macchina dalla casa in cui è cresciuto con la sua famiglia, situata nel paese di Nacogdoches.

I genitori di Clint, non particolarmente agiati, hanno dovuto affrontare ingenti sacrifici per permettersi le spese richieste dall’attività calcistica svolta dal loro figlio. Dopo qualche tempo, però, fu lo stesso Clint a chiedere, in un impeto di atipico senso del giudizio da parte di un bambino, di non essere più accompagnato agli allenamenti. Si privò della sua passione per consentire alla famiglia di concentrare i propri sforzi economici verso l’attività sportiva di un’altra figlia, Jennifer, promessa del tennis.

Già famosa nel mondo della racchetta americano, la piccola Jennifer interruppe però la sua carriera prima ancora di iniziarla. Perse la vita a sedici anni, a causa di un aneurisma celebrale. Prima di morire, sul letto d’ospedale, fece ancora in tempo a sussurrare all’amato fratello Clint: “Se io muoio, mi aiuterai tu a mettere la palla in rete”.

Una promessa che lui ha raccolto e custodito nel profondo del cuore. Non ha perso tempo, ha ricominciato l’attività calcistica e dopo qualche mese è arrivata la chiamata da parte di un club più blasonato, i Dallas Texans, disposti a rimborsargli tutte le spese pur di averlo in squadra. È solo il trampolino di una carriera carica di soddisfazioni, che lo ha portato dapprima a militare tra le file dei New England Revolution, nella Major League Soccer (la massima serie americana), e poi a trascorrere diverse stagioni su buoni livelli nella Premier League inglese.

Un autorevole percorso all’insegna del ricordo di sua sorella Jennifer. “Ecco perché guardo il cielo quando segno un gol: per ricordare lei”, ha confidato un emozionato Clint Dempsey nel 2010 al Guardian. “Io gioco al meglio delle mie capacità e sono grato per le tante opportunità e successi incredibili che Egli mi ha donato”, ha raccontato a Sports Spectrum. “Attraverso ciò - ha concluso - voglio fare il bene, non commettere errori, e vivere una vita a Lui gradita”. Parola di Capitan America, colui che proverà a guidare la Nazionale statunitense verso gli ottavi di finale.