La fede è un «fuoco intelligente», confessarla trasforma il mondo

La meditazione proposta ieri da papa Benedetto XVI ai padri sinodali

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di Massimo Introvigne

CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 9 ottobre 2012 (ZENIT.org).- L’8 ottobre 2012, nel corso della prima Congregazione generale del Sinodo dei Vescovi, Benedetto XVI ha proposto ai padri sinodali una meditazione divisa in due parti. La prima ha approfondito il significato della parola «evangelium» «euangelisasthai» (cfr. Lc 4,18). La seconda ha commentato l’Inno dell’Ora Terza Nunc, Sancte, nobis Spìritus, che i padri avevano recitato.

La parola «evangelium» «euangelisasthai», ha ricordato il Papa, «ha una lunga storia. Appare in Omero [IX-VIII sec. A.C.]: è annuncio di una vittoria, e quindi annuncio di bene, di gioia, di felicità. Appare, poi, nel Secondo Isaia (cfr Is 40,9), come voce che annuncia gioia da Dio, come voce che fa capire che Dio non ha dimenticato il suo popolo, che Dio, il Quale si era apparentemente quasi ritirato dalla storia, c’è, è presente». Gesù stesso riprenderà a Nazaret questo brano di Isaia. La parola «euangelisasthai» è poi collegata a tre altre: «dikaiosyne, eirene, soteria – giustizia, pace, salvezza».

Per comprendere il significato di «evangelium» nel Nuovo Testamento, oltre ai precedenti greci e biblici, «è importante anche l’uso della parola fatto dall’Impero Romano, cominciando dall’imperatore Augusto [63 a.C.-14 d.C.]. Qui il termine “evangelium” indica una parola, un messaggio che viene dall’Imperatore». Nella mistica imperiale romana un messaggio dell’Imperatore «è rinnovamento del mondo, è salvezza»; è «un messaggio di potenza e di potere; è un messaggio di salvezza, di rinnovamento e di salute». Il Nuovo Testamento «accetta questa situazione. San Luca confronta esplicitamente l’Imperatore Augusto con il Bambino nato a Betlemme: “evangelium” – dice – sì, è una parola dell’Imperatore, del vero Imperatore del mondo».

Non si tratta di curiosità storiche relative al passato, «perché la grande sofferenza dell’uomo – in quel tempo, come oggi – è proprio questa: dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole della storia c’è un Dio o non c’è? E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? Questa domanda oggi è così attuale come lo era in quel tempo. Tanta gente si domanda: Dio è una ipotesi o no? E’ una realtà o no? Perché non si fa sentire?». E a questa domanda risponde un «Vangelo», un messaggio dell’Imperatore del mondo: «Dio ha rotto il suo silenzio, Dio ha parlato, Dio c’è. Questo fatto come tale è salvezza: Dio ci conosce, Dio ci ama, è entrato nella storia» tramite la sua Parola, Gesù. Dunque ora «Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso e questa è la salvezza».

Sì, Dio «ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato»: ma noi ora «come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza?». A questa domanda il Pontefice ha risposto nella seconda parte della sua meditazione, dedicata all’Inno dell’Ora Terza Nunc, Sancte, nobis Spìritus. A partire dalla prima strofa: «Dignàre promptus ingeri nostro refusus, péctori», «preghiamo affinché venga lo Spirito Santo, sia in noi e con noi». Capita bene, questa prima strofa dell’inno ci dice qualcosa di decisivo e perfino ci ammonisce con severità: «noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui. La Chiesa non comincia con il “fare” nostro, ma con il “fare” e il “parlare” di Dio».

Alludendo alle voci, anche illustri – come non pensare a certe dichiarazioni del cardinale appena scomparso Carlo Maria Martini (1927-2012), e alle interpretazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II da parte degli esponenti della cosiddetta scuola di Bologna? –, che in nome della collegialità vorrebbero trasformare il Sinodo in un’assemblea costituente, il Papa ha osservato che «gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti». La base di tutto è che «Dio ha parlato e questo “ha parlato” è il perfetto della fede, ma è sempre anche un presente: il perfetto di Dio non è solo un passato, perché è un passato vero che porta sempre in sé il presente e il futuro». Dio non solo ha parlato, ma parla oggi: «noi possiamo solo cooperare, ma l’inizio deve venire da Dio». La Chiesa non può essere una nostra iniziativa: «l’iniziativa vera, l’attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire – con Lui e in Lui – evangelizzatori».

Come in concreto proceda questa cooperazione «teandrica» della Chiesa con Dio è descritto nella seconda strofa dell’Inno: «Os, lingua, mens, sensus, vigor, confessionem personent, flammescat igne caritas, accendat ardor proximos». «Qui – nota il Papa – abbiamo, in due righe, due sostantivi determinanti: “confessio” nelle prime righe, e “caritas” nelle seconde due righe». Inoltre, «sono aggiunti i verbi: nel primo caso “personent” e nel secondo “caritas” interpretato con la parola fuoco, ardore, accendere, fiammeggiare».

Anzitutto, dunque: «confessionem personent». Questo ci indica che «la fede ha un contenuto» che si tratta di confessare, non è solo un sentimento o un’emozione: «Dio si comunica, ma questo Io di Dio si mostra realmente nella figura di Gesù ed è interpretato nella “confessione” che ci parla della sua concezione verginale della Nascita, della Passione, della Croce, della Risurrezione». Noi non possiamo e non dobbiamo reinventare il contenuto della fede: «dobbiamo entrare in questa “confessione”, farci penetrare, così che “personent” – come dice l’Inno – in noi e tramite noi». Ci aiuta anche una notazione che il Pontefice chiama «filologica» ma nello stesso tempo «importante»: «“confessio” nel latino precristiano si direbbe non “confessio” ma “professio” (profiteri): questo è il presentare positivamente una realtà. Invece la parola “confessio” si riferisce alla situazione in un tribunale, in un processo dove uno apre la sua mente e confessa». La piccola mutazione di una parola è indizio di una realtà drammatica: «questa parola “confessione», che nel cristiano latino ha sostituito la parola “professio”, porta in sé l’elemento martirologico, l’elemento di testimoniare davanti a istanze nemiche alla fede, testimoniare anche in situazioni di passione e di pericolo di morte». Non solo questo è tanto importante oggi, in un tempo in cui tanti cristiani sono perseguitati, ma proprio l’elemento drammatico «garantisce la credibilità: la “confessio” non è qualunque cosa che si possa anche lasciar cadere; la “confessio” implica la disponibilità di dare la mia vita, di accettare la passione». Chi prende sul serio queste parole dimostra che «veramente quanto confessa è più che vita: è la vita stessa, il tesoro, la perla preziosa e infinita». La credibilità piena e totale si mostra «solo per una realtà per cui vale la pena di soffrire, che è più forte anche della morte, e dimostra che è verità che tengo in mano, che sono più sicuro, che “porto” la mia vita perché trovo la vita in questa confessione».

L’Inno ci dice subito quali sono le conseguenze o i frutti di questa «confessione»: «Os, lingua, mens, sensus, vigor». Citando Romani 10, il Pontefice commenta che noi «sappiamo che la collocazione della “confessione” è nel cuore e nella bocca: deve stare nel profondo del cuore, ma deve essere anche pubblica; deve essere annunciata la fede portata nel cuore: non è mai solo una realtà nel cuore, ma tende ad essere comunicata, ad essere confessata realmente davanti agli occhi del mondo». Certo la confessione deve penetrare nel nostro cuore, ma «dal cuore [deve] trovare anche, insieme con la grande storia della Chiesa, la parola e il coraggio della parola». L’Inno aggiunge il riferimento alla «mens»: la confessione «non è solo cosa del cuore e della bocca, ma anche dell’intelligenza; deve essere pensata e così, come pensata e intelligentemente concepita, tocca l’altro». E c’è anche la parola «sensus»: «non è una cosa puramente astratta e intellettuale, la “confessio” deve penetrare anche i sensi della nostra vita. San Bernardo di Chiaravalle [1090-1153] ci ha detto che Dio, nella sua rivelazione, nella storia di salvezza, ha dato ai nostri sensi la possibilità di vedere, di toccare, di gustare la rivelazione. Dio non è più una cosa solo spirituale: è entrato nel mondo dei sensi e i nostri sensi devono essere pieni di questo gusto, di questa bellezza». Infine, l’Inno parla di «vigor»: «è la forza vitale del nostro essere e anche il vigore giuridico di una realtà. Con tutta la nostra vitalità e forza, dobbiamo essere penetrati dalla “confessio”, che deve realmente “personare”; la melodia di Dio deve intonare il nostro essere nella sua totalità».

Se però la «confessio» è la «prima colonna» dell’evangelizzazione, la seconda è la «caritas». Anzi la confessione è essa stessa amore. «Solo così è realmente il riflesso della verità divina, che come verità è inseparabilmente anche amore». L’Inno «descrive, con parole molto forti, questo amore: è ardore, è fiamma, accende gli altri». La metafora del fuoco ricorre nella Sacra Scrittura, e ci ammonisce ancora oggi. «Il cristiano non deve essere tiepido. L’Apocalisse ci dice che questo è il più grande pericolo del cristiano: che non dica di no, ma un sì molto tiepido. Questa tiepidezza proprio discredita il cristianesimo». Al contrario, l’Inno ci indica che questo «è il modo dell’evangelizzazione: “Accéndat ardor proximos”, che la verità diventi in me carità e la carità accenda come fuoco anche l’altro».

Nella Pentecoste «lo Spirito Santo era fuoco che ha trasformato il mondo, ma fuoco in forma di lingua, cioè fuoco che è tuttavia anche ragionevole, che è spirito, che è anche comprensione; fuoco che è unito al pensiero, alla “mens”. E proprio questo fuoco intelligente, questa “sobria ebrietas”, è caratteristico per il cristianesimo». Anche i non cristiani sanno che «il fuoco è all’inizio della cultura umana; il fuoco è luce, è calore, è forza di trasformazione. La cultura umana comincia nel momento in cui l’uomo ha il potere di creare fuoco: con il fuoco può distruggere, ma con il fuoco può trasformare, rinnovare». E oggi noi dobbiamo annunciare senza tiepidezza che «il fuoco di Dio è fuoco trasformante, fuoco di passione – certamente – che distrugge anche tanto in noi, che porta a Dio, ma fuoco soprattutto che trasforma, rinnova e crea una novità dell’uomo, che diventa luce in Dio».

Il Sinodo riuscirà se saprà annunciare alla confessione della fede come «fuoco che accende gli altri»; così la fede «diventa realmente visibile e forza del presente e del futuro».