"La fede è veramente la forza trasformante nella mia vita?"

È l'interrogativo che ogni cristiano dovrebbe porsi: lo ha affermato Benedetto XVI durante l'ultima Udienza Generale

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di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 17 ottobre 2012 (ZENIT.org) – Durante l’Udienza Generale odierna papa Benedetto XVI ha aperto un ciclo di catechesi dedicato dall’Anno della Fede “per riprendere e approfondire le verità centrali della fede su Dio, sull’uomo, sulla Chiesa, su tutta la realtà sociale e cosmica, meditando e riflettendo sulle affermazioni del Credo”.

La ricorrenza del cinquantennale dell’apertura del Concilio Vaticano II è, ha affermato il Santo Padre, “un’occasione importante per ritornare a Dio, per approfondire e vivere con maggiore coraggio la propria fede, per rafforzare l’appartenenza alla Chiesa, «maestra di umanità», che, attraverso l’annuncio della Parola, la celebrazione dei Sacramenti e le opere della carità ci guida ad incontrare e conoscere Cristo, vero Dio e vero uomo”.

Un “incontro”, quindi, non con una “idea” o un “progetto di vita”, ma con una “Persona viva” in grado di “trasformare” noi stessi, rivelandoci “l’identità di figli di Dio” e orientandoci “a maggiore solidarietà e fraternità, nella logica dell’amore”.

La fede nel Signore non è certo un fatto puramente “intellettuale” ma coinvolge ogni aspetto della nostra vita: “sentimento, cuore, intelligenza, volontà, corporeità, emozioni, relazioni umane”.

Il cristiano deve dunque domandarsi: “la fede è veramente la forza trasformante nella nostra vita, nella mia vita?”. Oppure, al contrario, essa è soltanto “uno degli elementi che fanno parte dell’esistenza”?. Intenzione del Papa, attraverso il nuovo ciclo di catechesi, è proprio quello di rafforzare la fede come “anima” della nostra vita, niente affatto separata dalla quotidianità concreta.

In un tempo in cui “le trasformazioni culturali in atto mostrano spesso tante forme di barbarie, che passano sotto il segno di «conquiste di civiltà»”, la fede cristiana ci ricorda che “non c’è vera umanità se non nei luoghi, nei gesti, nei tempi e nelle forme in cui l’uomo è animato dall’amore che viene da Dio”.

Se da un lato il “dominio”, il “possesso”, lo “sfruttamento” e la “mercificazione dell’altro”, rendono l’uomo “impoverito, degradato, sfigurato”, la fede cristiana, “operosa nella carità e forte nella speranza, non limita, ma umanizza la vita, anzi la rende pienamente umana”.

Benedetto XVI ha proseguito l’Udienza, sottolineando la realtà di un Dio che “si autocomunica, si racconta, si rende accessibile”, rendendoci “capaci di ascoltarlo e di accoglierlo”.

Gesù di Nazaret, crocifisso e risorto, salvatore del mondo, che siede alla destra del Padre ed è il giudice dei vivi e dei morti, rappresenta “il kerigma, l’annuncio centrale e dirompente della fede”. Una fede che, comunque, necessita una “formula essenziale” che risiede nel Credo, ovvero nella “Professione di Fede o Simbolo della fede”.

Anche oggi il Credo va “meglio conosciuto, compreso e pregato” ma soprattutto “riconosciuto”. Se, infatti, conoscere può essere una pura operazione “intellettuale”, riconoscere significa “la necessità di scoprire il legame profondo tra le verità che professiamo nel Credo e la nostra esistenza quotidiana”. Queste verità devono essere “luce per i passi del nostro vivere, acqua che irrora le arsure del nostro cammino, vita che vince certi deserti della vita contemporanea”.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato 20 anni fa dal beato Giovanni Paolo II, si presenta come “norma sicura per l’insegnamento della fede e fonte certa per una catechesi rinnovata”, proprio perché “impostato sul Credo”. Si è trattato di un mezzo in grado di “confermare e custodire questo nucleo centrale delle verità della fede, rendendolo in un linguaggio più intellegibile agli uomini del nostro tempo”.

Complici la secolarizzazione e la degenerazione della mentalità nichilista, si tende a vivere “con leggerezza, senza ideali chiari e speranze solide, all’interno di legami sociali e familiari liquidi, provvisori”. Con grave danno soprattutto per le giovani generazioni che “non vengono educate alla ricerca della verità e del senso profondo dell’esistenza che superi il contingente, alla stabilità degli affetti, alla fiducia”.

Con il relativismo, al contrario, vengono meno i “punti fermi” e “sospetto e volubilità provocano rotture nei rapporti umani, mentre la vita è vissuta dentro esperimenti che durano poco, senza assunzione di responsabilità”, ha osservato Benedetto XVI.

Da questa mentalità degenerante non sono immuni nemmeno i credenti, con la conseguenza di una fede “vissuta in modo passivo e privato, il rifiuto dell’educazione alla fede, la frattura tra vita e fede”.

In conclusione il Santo Padre ha ribadito che i contenuti o verità della fede (fides quae) “si collegano direttamente al nostro vissuto; chiedono una conversione dell’esistenza, che dà vita ad un nuovo modo di credere in Dio (fides qua)”.