La fede entusiasta dei cristiani papua

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di padre Piero Gheddo*

ROMA, lunedì, 10 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Nelle nostre Chiese millenarie abbiamo perso l’entusiasmo della fede dei primi tempi dopo Cristo. Anche nei buoni fedeli che frequentano le nostre parrocchie ci sono molti valori e virtù, ma non viviamo più la fede con lo stupore e la commozione che hanno i neofiti là dove la Chiesa sta nascendo adesso.

Ad esempio nella lontana Papua Nuova Guinea, da cui viene mons. Cesare Bonivento, missionario del Pime e Vescovo di Vanimo dal 1992 (vedi il Blog del 2 ottobre scorso). Bonivento mi dice: “Un aspetto tipico e sorprendente della PNG è l’entusiasmo della fede in chi si converte a Cristo e la voglia di parlare, di comunicare la fede, l’amore a Cristo”.

L’amico Cesare, mio redattore a “Mondo e Missione” negli anni Sessanta, mi racconta che in PNG le sette pentecostali (di origine protestante) “convertono” rapidamente molti tribali portando loro la Bibbia (o alcune parti di essa) e lasciando a tutti piena libertà di parola. Nelle assemblee delle sette, tutti parlano, parlano e i nostri cattolici a volte dicono: non possiamo partecipare così alle funzioni, perché parla sempre il prete. La nostra liturgia è più strutturata e in chiesa parlano solo il sacerdote o il diacono. Ma al di fuori della liturgia c’è spazio per tutti. Anche i cattolici vogliono parlare nelle piazze e il Vescovo li incoraggia a dare la loro testimonianza di fede e di conversione a Cristo, dicendo sempre che non parlano a nome della Chiesa, ma per testimoniare la loro fede.

“Allora – dice Bonivento – i cattolici si organizzano e parlano nelle piazze, nei mercati, dove si raduna la gente. Questi gruppetti di cattolici portano con sé anche i suonatori, la banda musicale per fare un po’ di musica, portano gli altoparlanti e poi predicano e la gente è contenta, vengono a sentirli. Io dico sempre a loro che la predicazione deve essere accompagnata dalla testimonianza della loro vita e dalla preghiera, altrimenti non funziona e può anche scandalizzare”.

“Ma il dato fondamentale è che questa gente vuole esprimere se stessa, vuol comunicare agli altri la gioia di aver incontrato Cristo. Anche le donne, non solo gli uomini, predicano volentieri. C’è la direttrice delle poste di Vanimo, persona colta e laureata, che predica e racconta a tutti la storia della sua conversione a Cristo. Vengono a chiedere a me Vescovo non il permesso, ma se non ho niente in contrario. Io dico di no ma faccio le raccomandazioni necessarie”.

“Non soltanto loro predicano volentieri, ma la gente è contenta di questo. Se vai nella capitale Port Moresby, trovi predicatori da tutte le parti. Un po’ lo fanno per i loro interessi, ma c’è anche l’aspetto positivo, anche nelle sette. Perché parlano e predicano per convinzione personale: per loro l’incontro con Cristo e la conversione a Cristo è un fatto rivoluzionario che cambia la vita, sperimentano la dolcezza e la bellezza di aver trovato il Messia. In tutto questo c’è una componente fortemente emozionale. Loro esprimono una convinzione personale, una storia personale. Gesù Cristo lo sentono profondamente e vogliono raccontarlo a tutti”.

Chiedo all’amico Vescovo se la predicazione dei preti deve adattarsi a questo modo di predicare più immediato, non teorico ma molto concreto. Risponde: “La nostra predicazione in PNG è molto diversa da quella in uso in Italia, che è più teorica, là è molto pratica e fatta di episodi, di fatti, di esperienze. Nella predicazione viene usata molto la Bibbia e poi i fatti della vita. Ho dei sacerdoti che vengono dall’India e sono fantastici. Predicano e raccontano delle storie e la gente li ascolta volentieri. Quali storie? Storie bibliche o evangeliche, loro storie personali, fatti che tutti conoscono, parabole, episodi quotidiani. Il Vangelo è trasmesso attraverso il racconto, la notizia, la vita. Anche una piccola storia, breve, breve, però che ha un significato. Non dev’essere molto lunga. Ad ogni modo, la predicazione dev’essere molto concreta. Tu non puoi andare in Papua con un documento della Chiesa o del Papa e leggerlo. No, devi trasmettere quel contenuto attraverso una storia, come Gesù quando racconta la parabola del buon samaritano o tante altre parabole, per dare un messaggio di salvezza”.

“Certamente è un modo di predicare che per noi missionari è difficile, bisogna adattarsi, faticare, mentre loro lo fanno naturalmente. Noi siamo abituati a trasmettere la verità teorica, loro parlano della vita e il Vangelo va incarnato in quel modo di predicare, che per loro è spontaneo, mentre a noi richiede uno sforzo di riflessione, di preparazione. Loro condividono con gli altri quello che hanno nel cuore, non hanno vergogna di parlare di se stessi e della loro esperienza religiosa, non hanno vergogna di Gesù Cristo, non hanno vergogna di appartenere alla Chiesa cattolica, non hanno vergogna di dire che sono devoti di Gesù e della Madonna. Per loro essere cattolici è un grande dono ricevuto da Dio e debbono trasmetterlo ad altri”.

Chiedo a mons. Bonivento se pensa che tutto questo è esemplare anche per noi cattolici italiani. Risponde: “In Italia c’è una cultura secolarizzata per cui la fede è un affare privato, un hobby di cui non si deve dire nulla per non fare brutta figura. In Papua, invece, molti cristiani sono proprio neofiti e la fede è la gioiosa scoperta della vita, che li rende entusiasti di quel dono ricevuto da Dio. Raccontano la loro conversione e lo fanno per condividere il dono ricevuto anche a quelli che non credono. Io dico sempre che devono anche dire che la forza per rimanere fedeli a Cristo e alla Chiesa la ricevono dai Sacramenti, Battesimo, Cresima, Eucarestia, remissione dei peccati, partecipazione alla S. Messa e alle cerimonie religiose. Questo perché gli altri predicatori cristiani parlano contro i Sacramenti e noi dobbiamo raccontare come i Sacramenti della Chiesa sono la via attraverso cui lo Spirito Santo ci dà la forza per rimanere fedeli di Cristo”.

“Comunque, in generale, quello che accomuna tutti i papua che credono in Cristo è di comunicare agli altri la fede ricevuta come un dono. Credo che, specialmente in questo 'mese missionario' di ottobre, anche i cristiani d’Italia dovrebbero sentire il dovere di dare una testimonianza della loro fede anche con la parola, oltre che con la vita. Cioè parlarne liberamente quando è opportuno e forse necessario, senza vergognarsi del Vangelo”.

*Padre Piero Gheddo (www.gheddopiero.it), già direttore di Mondo e Missione e di Italia Missionaria, è stato tra i fondatori della Emi (1955), di Mani Tese (1973) e Asia News (1986). Da Missionario ha viaggiato nelle missioni di ogni continente scrivendo oltre 80 libri. Ha diretto a Roma l'Ufficio storico del Pime e postulatore di cause di canonizzazione. Oggi risiede a Milano.