La figura paterna nella "età dell'oro" della TV

Il tema è stato trattato durante una conferenza ospitata dalla Pontificia Università della Santa Croce

Roma, (Zenit.org) Ann Schneible | 492 hits

L’immagine della paternità nella televisione di oggi è stato il tema di una conferenza di due giorni, conclusasi oggi alla Pontificia Università della Santa Croce (PUSC).

La figura del padre nella serialità televisiva è stata l’ultima conferenza del ciclo sul tema “Poesia, comunicazione e cultura”, promosso ogni due anni dalla facoltà di comunicazione della PUSC.

La conferenza punta ad offrire uno studio della paternità così come è rappresentata nelle serie televisive più popolari, in particolare per quanto riguarda il ruolo del padre nella famiglia, l’assenza della figura paterna, il rapporto tra padre e figli.

La sessione di ieri è iniziata con la presentazione della “età dell’oro” della fiction televisiva, a cura del professor Alberto Nahum García, dell’Università di Navarra. Di seguito è intervenuta la giornalista del TG3 e scrittrice Costanza Miriano, madre di quattro figli, che ha parlato del ruolo del padre nella famiglia, mentre Alberto Fijo, direttore del quotidiano Fila Siete e caporedattore di Acerensa, ha analizzato tre serie televisive britanniche: Dowtown Abbey, Luther e The Hour.

Padre John Wauck, professore di comunicazione istituzionale alla PUSC, tra i moderatori della conferenza, ha spiegato a ZENIT che il tema di quest’anno è stato scelto, in parte, per “attirare l’attenzione sul notevole ruolo che la paternità gioca in molti programmi televisivi di oggi”.

Come università pontificia, ha spiegato il docente, “siamo interessati in primo luogo alle questioni teologiche e, spesso, anche antropologiche, filosofiche e morali. In un ambiente accademico, troppo spesso ci dimentichiamo che non è necessariamente nei libri di testo o nelle aule che questi temi vanno sviluppati”.

Alcuni dei relatori della sessione di oggi (ieri, ndt), ha proseguito, hanno notato come “stiamo attraversando una ‘età dell’oro’ della televisione, nella quale ci permettiamo il lusso di un’enorme quantità di tempo per raccontare storie assai lunghe e complicate con una tecnologia che ora è quasi alla pari con la tecnologia usata nei film. In termini di qualità, la differenza tra televisione e cinema, si è quindi ridotta”.

A differenza dei film, ha osservato padre Wauck, che di solito hanno una durata limitata intorno alle due ore, le serie televisive sono in grado di approfondire questioni complesse riguardanti la vita e l’esistenza, nel corso di svariate ore. “Questioni di identità e di paternità, il rapporto tra padri e figli, le questioni etiche che coinvolgono l’esercizio dell’autorità genitoriale, la reazione dei figli alla presenza o all’assenza del padre, i vari difetti o mancanze dei padri stessi: tutte queste tematiche possono essere trattate in modo più approfondito in queste lunghe serie televisive, che non in un film che deve sintetizzare tutto in un paio d’ore”.

“La saga di una famiglia è difficile da rappresentare in appena due ore, mentre in queste serie televisive è possibile ed è ciò che tu vedi”.

L’obiettivo della conferenza della facoltà di comunicazione di quest’anno non è quello di offrire una soluzione ai problemi della famiglia ma ad identificarne la crisi dal punto di vista della televisione. “Spesso in molte serie televisive  il problema è l’assenza di un padre o un padre che è, in un certo senso, inadeguato. Cercare padri perfetti sta diventando molto difficile nel mondo della TV di oggi. Una delle relazioni presentate oggi ha a che fare con il papà de La casa nella prateria ma è stato necessario tornare indietro a quei tempi per riscontrare una tale figura paterna”.

“Molte delle figure paterne che troviamo nelle serie televisive di oggi sono profondamente difettose, quando sono presenti”, ha detto padre Wauck, osservando come “talvolta la vera storia della paternità in una serie è l’assenza del padre, così come avviene nella società in generale”.

Sebbene la maggior parte degli spettacoli televisivi presi in esame siano britannici o statunitensi, i relatori sono quasi esclusivamente spagnoli o italiani. “C’è una dimensione assai internazionale in questa conferenza – ha detto padre Wauck – non solo per il fatto che i relatori vengono da vari paesi ma anche per le diversità culturali tra questi ultimi e i programmi che vengono analizzati. I relatori sono quindi in grado di guardare alle serie televisive americane con un occhio un po’ diverso da quello di un commentatore americano”.

Lo studioso ha anche trovato significativo che uno dei relatori, Costanza Miriano, ha affermato di non avere tempo di guardare la televisione. “Quest’ultimo è un punto di cui vale la pena tenere conto, in una conferenza come questa, perché suscita una domanda: se i genitori non hanno il tempo di vedere i programmi in cui si parla di genitorialità, allora chi è li guarda? Probabilmente non sono visti da persone con figli”.