La fraternità dei cristiani come frutto della Pasqua

Messaggio di monsignor Luigi Cantafora, vescovo di Lamezia Terme, per la Santa Pasqua 2013

Lamezia Terme, (Zenit.org) | 820 hits

«Può esserci prodigio più grande:

che la colpa cerchi la grazia,

la carità liberi dal timore,

la morte ridoni la vita nuova?» (Ambrogio di Milano, Inno 9,5-8).

Carissimi fratelli e sorelle,

scrivo a voi in questo giorno così solenne per la festa di San Giuseppe e per l’inizio del Ministero Petrino di Sua Santità Francesco. Il nostro primo pensiero è  la gratitudine al Signore per il dono del Santo Padre a cui rinnoviamo la nostra filiale adesione e comunione. So che non faremo mancare la docilità al suo Magistero e l’affetto alla sua persona, in quanto Vicario di Cristo. La sera del 13 marzo abbiamo ricevuto dal Papa l’invito a «camminare insieme Vescovo e popolo»; oggi nella sua Omelia abbiamo ascoltato: «Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato».

La figura di San Giuseppe Redemptoris Custos, ci offre un esempio di risposta alla vocazione cristiana che porta come esigenza anche quella di custodire i fratelli come dono di Dio.  Per questo motivo ho pensato, di riflettere con voi sulla fraternità dei cristiani come frutto della Pasqua.

Chiede Dio a Caino e a ogni uomo: «Dov’è tuo fratello?» (Gn 4,9). Questa grande domanda di Dio all’umanità, rivela i nostri rapporti con l’altro, purtroppo segnati dall’egoismo e dall’individualismo.

La Pasqua di Cristo è la grande risposta di Dio a questa domanda: «In Cristo Gesù voi, che un tempo eravate i lontani, siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo» (Ef 2,13) perché, Adamo e in lui ogni uomo, «quando era ancora lontano il Padre lo vide e commosso gli corse incontro» (Lc 15,20).

È ancora Cristo che risponde al posto di Caino per la morte di Abele, diventando il «Primogenito di molti fratelli» (cfr. Rm 8,29). «Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli» (Eb 2,11). Si compie in Cristo anche la parola di Giuseppe, il figlio di Giacobbe che i fratelli prima vogliono uccidere e poi vendono ai madianiti: «Cerco i miei fratelli» (Gn 37,16).

Così lui il fratello tradito diventa il fratello amante, immagine di Cristo che nell’ora della morte, nell’ora della tomba del Sabato Santo, comincia a tessere, dal più profondo degli abissi della morte, la rete della fraternità.

In questo momento assai delicato del nostro presente, occorre rigenerare la realtà della fraternità, così come vissuta nelle primitive comunità cristiane.

Nell’Enciclica Caritas in veritate, Benedetto XVI scriveva: «Il sottosviluppo ha una causa ancora più importante della carenza di pensiero: è la mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli. Questa fraternità – si chiede il pontefice – gli uomini potranno mai ottenerla da soli? La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. La ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità» (n. 19).

Già nel Messaggio per il Santo Natale 2012 avevo chiesto uno sforzo sinergico in vista del bene comune come traguardo efficace per un vero sviluppo. Ora, alla luce gioiosa della Pasqua, vorrei ricordare che non può esserci nessun reale impegno per il bene comune e la giustizia sociale, senza l’asse della fraternità e della condivisione. È preoccupante il venire avanti di un modello di società che tende a eliminare le relazioni fondamentali a vantaggio di relazioni sempre più consumistiche e strumentali. In questa ottica deve essere letto l’attacco sistematico all’istituto familiare.

Il bene comune non è la somma dei beni individuali, ma è il bene proprio della vita in comune e delle relazioni significative tra le persone. Senza un reale e sentito condividere non esiste comunità: esiste solo un agglomerato di individui chiusi nel proprio egoismo. Il cristianesimo come fenomeno storico è entrato nel mondo proprio facendo esplodere la novità della comunità: la novità del dialogo e della relazione. Questa è stata l’onda d’urto che ha rivoluzionato la storia dell’umanità. Gesù stesso, dopo la Risurrezione e dopo la Pentecoste, ha dato un’interpretazione della “rivoluzione” cristiana: «Da come vi amerete, vi riconosceranno» (Gv 13,35).

La nozione di fraternitas non ci permette di rinchiuderci nel nostro privato, nel nostro gruppo, nella nostra città, nella nostra nazione. Ci chiede di occuparci del bene comune; ci chiede di prenderci cura delle sorti dell’uomo e dei luoghi dove si decidono le sorti dell’uomo; ci chiede di occuparci, con spirito di gratuità, della sfera pubblica. Poco meno di un anno fa, la beatificazione di Giuseppe Toniolo ci ha offerto un’occasione preziosa per riflettere su una forte testimonianza di impegno nella società, di affetto familiare, di spirito cooperativo. Oggi abbiamo bisogno di far rinascere nelle nostre comunità l’albero della reciprocità e della gratuità. Abbiamo bisogno, ricordava Toniolo, «di una società di santi».

Il Signore Risorto ci conceda la grazia della vita pasquale e «tutto il mondo veda e riconosca che ciò che è distrutto si ricostruisce, ciò che è invecchiato si rinnova, e tutto ritorna alla sua integrità, per mezzo del Cristo, che è principio di tutte le cose» (Orazione nella Veglia Pasquale, Messale Romano).

+ Luigi Cantafora, vescovo