La Gioia e il suo Profeta

Lectio Divina di monsignor Francesco Follo per la III domenica di Avvento 2013

Parigi, (Zenit.org) Mons. Francesco Follo | 369 hits

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la III domenica di Avvento 2013, la domenica “Gaudete”.

Come di consueto, il presule propone anche una lettura spirituale.

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LECTIO DIVINA

La Gioia e il suo Profeta

Rito Romano

3ª Domenica di Avvento  -  Anno A –  Domenica “Gaudete”, 15 dicembre 2013

Is 35,1-6.8.10; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

La domenica della Gioia

Rito Ambrosiano

5ª Domenica di Avvento

MI 5,1. Ml 3,1-5a.6-7b; Gal 3,23-28; Gv 1,6-8.15-18

Giovanni Battista, il Testimone della Verità e dell’Amore.

1)      La gioia del dono di carità.

Lo scopo dell’Avvento è di preparare noi cristiani al Natale, perché Cristo viene dove è atteso, desiderato e amato.

            Questa attesa, che va vissuta con “vigilanza” e  “discernimento” (cfr le precedenti domeniche di Avvento),  deve essere nella “gioia”, perché la venuta del Dio della Gioia che non finisce mai è imminente.

            Quando la festa del Natale si fa più vicina, la Liturgia della Messa di questa domenica ci offre un invito alla gioia: nella prima lettura, le immagini e le descrizioni coinvolgono tutto e tutti -noi compresi- nell'attesa di qualcosa di bello da parte del Signore, che ne è protagonista e che interviene nella storia per farsi Strada, che il Suo popolo può e deve percorrere per tornare a casa.

            Dio non ci lascia mai soli, ci libera da paure, ansie, dubbi, entra nella nostra storia, viene in casa nostra, portando pace e divenendo cammino sicuro ai nostri passi.  La vita degli uomini è da lui guarita: i ciechi vedono, i sordi odono, i muti parlano, il deserto fiorisce e la strada si chiamerà via santa (cfr prima lettura: Is. 35, 8).

            In questo troviamo la chiave di lettura del Natale: il Natale è speranza e gioia. Prendiamo esempio dai nostri bambini che attendono i doni con gioiosa speranza: sono il simbolo dell’attesa, che viene soddisfatta, che riempie di gioia: la gioia che viene dall’esperienza di essere amati, perché ci è donato Gesù.

            Questo dono dell’altro mondo, ci fa capire che la gioia cristiana non è solo umana, terrestre: è spirituale, come ci ricorda già l’inizio della antifona dell’Introito di questa Domenica: Gaudete in Domino (=Gioite nel Signore). Se ci rallegriamo nel Signore, troveremo la vera gioia. Esiste una gioia spirituale, dunque, che ha come oggetto l’amore non di cose create, ma di Dio.  Questa gioia spirituale viene non da noi stessi, ma dallo Spirito Santo.  La gioia a questo livello è soprannaturale, profonda, duratura. La gioia spirituale dipende dall’amore di Dio, dalla carità divina.  Questo tipo di gioia non è fragile come la gioia umana, ma forte, sicura, sempre affidabile, incrollabile.

            Oggi, terza Domenica di Avvento “romano”, la liturgia ci offre la possibilità di sperimentare la gioia soprannaturale. In che senso? San Paolo dice: “Gioite nel Signore, perché il Signore è vicino”.  Come sperimentiamo la gioia quando ci troviamo alla presenza della persona amata, così abbiamo di che gioire, proprio perché fra due settimane verrà “l’amato del mio cuore”, come dice la sposa nel Cantico dei Cantici. Lui uscirà come sposo dal talamo, dalla stanza nuziale e verrà per abitare in mezzo a noi.

            C’è un altro motivo per la gioia spirituale: la nostra partecipazione alla bontà divina. Ma nessuna partecipazione in Dio sarebbe mai possibile, se Dio stesso non avesse preso l’iniziativa, costruendo un ponte per colmare l’abisso che separa l’uomo da Dio.  Nell’Incarnazione, il Figlio di Dio ha preso su di sé la nostra natura umana, proprio per darci la possibilità di partecipare alla sua vita di carità divina, ora e per sempre. Ecco il motivo per la più grande gioia possibile: l’Amato del nostro cuore è vicino: viene per stare con noi sempre e ci permette di stare con lui, ora e sempre.

            Quando c’è la gioia umana è davvero molto bella, ma molto spesso è mescolata con la tristezza.  La gioia nel Signore, invece, non viene mai meno.

            2) Il Precursore e martire della Gioia.

La gioia vera, quella del cuore, quella che dura sempre è l'incontro con il Signore. Giovanni Battista è arrivato all'incontro pieno e definitivo con il Signore, attraverso l'amore grande del martirio. Per questo la III domenica di Avvento ci propone la figura e l’esempio del Precursore dell’Amore.

            Quando Gesù andò sulle rive del Giordano per farsi battezzare, quest’uomo che si era ritirato volontariamente nel deserto, da dove era la Voce della Parola, riconobbe Cristo e di Lui disse: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo”. E, certamente fu pieno di gioia, perché l’Amico era arrivato. Ora, in prigione, involontario deserto dove era stato messo, Giovanni vuole sapere se Gesù è l’Amico tanto atteso e chiede ai suoi discepoli di domandare a Cristo: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». E Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». E il Battista,  colui che nell’oscurità del grembo di sua madre Elisabetta aveva sussultato di gioia alla presenza di Gesù nel grembo di Maria, colui che correva davanti (Precursore = colui che corre davanti) a Cristo per preparare la strada alla Via, non si scandalizzò, anzi accettò il martirio e divenne il protomartire (= il primo testimone) della carità del Salvatore. Come già Isaia nella prima lettura Gesù dice che qualcosa sta già capitando oppure è già successo: i ciechi che riacquistano la vista, i muti che parlano, i malati che sono risanati sono il segno che il regno di Dio è già presente in mezzo a noi, non è qualcosa che deve ancora venire. E’ un fatto presente. Nell’oscurità di un carcere il Battista intravide la Luce e la morte fu la drammatica fessura per entrare nella Luce.

            Questo fatto noi sia chiamati a parteciparvi con la costanza che conforta il cuore. Nella II lettura presa dalla lettera di san Giacomo c’è l’invito a mettersi nello stato d'animo dell'agricoltore, che non guarda a quello che sta facendo, ma al fine per cui sta lavorando. Questo contadino ha fiducia che il seme, che è stato messo sottoterra ed è curato con costanza, darà il suo frutto a tempo debito. Anche noi dobbiamo saper aspettare il tempo giusto, dobbiamo saper attendere e curare con la prospettiva di un bene più grande ma non immediato e prepararci per quello.

            Giovanni il Battista nel carcere ebbe una prova di fede che lo purificò e lo avvicinò ancora di più al cuore di Dio. Infatti, ispirato da Dio, Giovanni aveva annunciato la venuta del Messia. Il Messia davvero era venuto nel mondo. Però Dio, come sempre, si era riservato uno spazio di novità e di libertà che Giovanni non conosceva: il Messia, infatti, non era esattamente come Giovanni l’attendeva. Per questo Giovanni gli chiede: "Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?" La risposta di Gesù crea un nuovo spazio per la fede di Giovanni: "... ai poveri è annunziata la buona novella e beato colui che non si scandalizza di me". Giovanni non si scandalizzò, ma piegò la testa, rinunciò alla sua testa perché i pensieri di Dio non sono i pensieri dell’uomo (cfr "I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie" (Is 55,8), e credette.

            Chi si mette in cammino alla ricerca di Dio, si aspetti sempre qualche sorpresa: Dio non sarà mai come noi l'aspettiamo; per questo motivo Dio si incontra solo nell'umiltà della fede, lasciandosi condurre da Lui per strade che noi non possiamo immaginare. Così fu per Giovanni, così è per tutti noi. Egli fu un martire che visse nella gioia, perché certo della presenza del Salvatore nella vita sua e del suo popolo.

            Le vergini consacrate sono chiamate - mediante la vocazione alla verginità - ad un martirio (= testimonianza) analogo a quello del Precursore, che seppe diminuire per far crescere Cristo (cfr Gv 3, 30). La loro appartenenza totale a Cristo mediante un amore indiviso testimonia che la vita è gioiosa e feconda (cfr Rito della consacrazione della Vergini, n. 36: Invio), quando tutto il nostro essere, anima e corpo, è a servizio dell’amore che nulla vuole per sé e che tutto dona nella gioia. Esse con atteggiamento sponsale stanno castamente accanto a Cristo con lui vivono la passione di attirare alla verità i fratelli e sorelle in umanità.

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LETTURA SPIRITUALE

San Tommaso d’Aquino

SOMMA TEOLOGICAPARTE II-II  
 

Questione 28


LA GIOIA
 

“Passiamo a considerare gli effetti che accompagnano l'atto principale della carità, che è l'amore. 
In primo luogo gli effetti interiori; in secondo luogo quelli esteriori [q. 31]. 
Sul primo tema dobbiamo considerare tre argomenti: primo, la gioia; secondo, la pace [q. 29]; terzo, la misericordia [q. 30]. 
Sul primo argomento si pongono quattro quesiti: 
1. Se la gioia sia un effetto della carità; 
2. Se questa gioia sia compatibile con la tristezza; 
3. Se questa gioia sia piena; 
4. Se sia una virtù. 



Articolo 1:
Se la gioia sia in noi un effetto della carità
Sembra che la gioia non sia in noi un effetto della carità. Infatti: 
1. Dall'assenza dell'oggetto amato segue più la tristezza che la gioia. 
Ora, finché siamo in questa vita Dio, che è l'oggetto della nostra carità, è assente, secondo le parole di S. Paolo [2 Cor 5, 6]: "Finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore".
Quindi in noi la carità produce più tristezza che gioia.
2. La carità è la causa principale per cui meritiamo la beatitudine. 
Ma tra le cose con cui meritiamo la beatitudine troviamo il pianto, che accompagna la tristezza [Mt 5, 4]: "Beati quelli che piangono, perché saranno consolati".
Quindi è più effetto della carità la tristezza che la gioia.
3. La carità, come si è visto [q. 17, a. 6], è una virtù distinta dalla speranza.
Ma la gioia è causata dalla speranza, secondo l'espressione di S. Paolo [Rm 12, 12]: "Lieti nella speranza".
Perciò essa non è causata dalla carità. 



In contrario: Come dice S. Paolo [Rm 5, 5], "l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato".
Ma la gioia è causata in noi dallo Spirito Santo, come dice lo stesso Apostolo [Rm 14, 17]: "Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo".
Quindi anche la carità è causa di gioia. 



Rispondo: Come si è visto nel trattato sulle passioni [I-II, q. 25, a. 3; q. 26, a. 1, ad 2; q. 28, a. 5, ad ob.], dall'amore nascono sia la gioia che il dolore o tristezza, ma in maniera diversa.
Infatti dall'amore viene causata la gioia o per la presenza del bene amato, o anche perché la stessa persona amata possiede e conserva il proprio bene.
E questo secondo aspetto appartiene specialmente all'amore di benevolenza, che ci fa godere della prosperità dell'amico, anche se assente.
Al contrario invece dall'amore segue la tristezza o per l'assenza di ciò che si ama, o perché la persona di cui vogliamo il bene viene privata dei suoi beni, o è oppressa da un male. 
Ora, la carità è l'amore di Dio, il cui bene è immutabile, essendo egli la stessa bontà. 
E inoltre, per il fatto stesso che è amato, Dio si trova in chi lo ama col più nobile dei suoi effetti, secondo le parole di S. Giovanni [1 Gv 4, 16]: "Chi sta nell'amore dimora in Dio, e Dio dimora in lui". 
Quindi la gioia spirituale, che ha Dio per oggetto, è causata dalla carità. 



Soluzione delle difficoltà: 1. Si dice che siamo in esilio lontano dal Signore mentre siamo nel corpo in rapporto alla presenza con la quale Dio si mostra ad alcuni nella visione immediata. Infatti l'Apostolo [v. 7] aggiunge: "Noi camminiamo nella fede e non ancora in visione". 
Ma egli è presente anche in questa vita a coloro che lo amano mediante l'inabitazione della grazia. 
2. Il pianto che merita la beatitudine ha per oggetto ciò che contrasta con essa.
Per cui si deve a uno stesso motivo che dalla carità nasca tale pianto e insieme la gioia spirituale di Dio: poiché il godere di un dato bene e il rattristarsi dei mali contrari procedono da uno stesso motivo.
3. Di Dio si può godere spiritualmente in due modi: primo, in quanto godiamo del bene divino considerato in se stesso; secondo, in quanto godiamo del bene divino in quanto è partecipato da noi.
Ora, il primo tipo di gioia è più perfetto, e deriva principalmente dalla carità.
Il secondo invece deriva dalla speranza, con la quale aspettiamo la fruizione del bene divino.
Tuttavia anche la stessa fruizione, sia perfetta che imperfetta, viene conseguita in base alla grandezza della carità.